sabato 21 gennaio 2012

Acid Mothers Temple and the Melting Paraiso U.F.O. - The Ripper At The Heaven Gates of Dark (Riot Season, 2011)

Non so in quanti conoscano l'assurdo collettivo giapponese fondato e guidato da Kawabata Makoto, ma so che in molti dovrebbero conoscerlo. Prolifici come pochi (siamo al 35esimo album, se il conto non mi faglia, nell'arco di sedici anni di carriera), pazzi come nessuno, se la giocano ormai con i soli Motorpsycho per il ruolo di "Migliori Cazzoni Non Protagonisti". Nell'incarnazione denominata "Acid Mothers Temple and the Melting Paraiso U.F.O." (ne esistono una pletora di incarnazioni, questa è la principale, un po' come i vari Mai Dire... Banzai, Gol, Tv, eccetera) tornano finalmente alla forma dopo qualche episodio un po' fiacchetto e un rallentamento nella produzione (nel 2010 hanno pubblicato "solo" un album, nel 2011 "solo" altri due). La loro etichetta ci tiene molto a precisare che si tratta del primo vero album registrato dopo il terribile tsunami che ha devastato il Giappone (i musi gialli sono così operativi che dieci giorni dopo lo tsunami, se avessi chiesto ad un alieno quale fosse la terra disastrata tra l'Italia e il Giappone, non avrebbe avuto dubbi ad indicare lo stivale, le merde umane che siamo), ma in realtà non credo per nulla che, a livello schiettamente produttivo a Kawabata sia spostato qualcosa.
Dall'introduttiva Chinese Flying Saucer si viene ingannati: riffone a là Led Zeppelin e sto cazzo di giapponese che urla senza tregua come Plant in Whola Lotta Love... il rimando al gruppo 70ino è palese, ma, dopo dodici minuti di orgasmo, si cambia registro.
L'interludio di Chakra 24, cazzeggiamento giapponese in piena regola e puro show off per il bassista (Atsushi? Katshushi? con sti cazzo di giapponesi mi sento sempre dentro un manga), apre la pista all'infernale Back Door Man of Ghost Rails Inn, che cita spudoratamente il riff di The End di Doorsiana memoria, riempiendolo con quello che sembra un sitar elettrico con un tizio giapponese che ci dice delle robe sopra (in inglese?): a noi cazzoni occidentali provoca un effetto comico, ma, abituatisi, non c'è veramente motivo.
I Mothers sono degli shockati, questo vi sia chiaro: sicuramente old style, sicuramente traggono ispirazione palesissima da tanti gruppi che l'appasionato medio di rock conosce benissimo, ma, altrettanto sicuramente sanno quello che diavolo stanno facendo.
A parte l'esordio zeppeliniano, costruito con precisione e perfettamente rodato in tour, il resto dell'album è una gigantesca jam floydiana: non è un caso il titolo, che richiama il buon vecchio fottuto amatissimo Crazy Diamond.
A volte estremamente dispersivo a causa delle lunghissime, liquide jam, ma  un album psichedelico coi controcazzi, come se ne sentono pochissimi.
Sarò uno dei pochi cazzoni sballati che ascolta sta roba, ma non posso dire altro che LONG LIVE THE MOTHERS e le loro deliranti jam.
Voto: 8.0

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