giovedì 26 gennaio 2012

The Black Keys - El Camino (Nonesuch, 2011)

Si discuteva sui problemi dello stato, si andò a finire a discutere di quanti e quali gruppi rock nati nel nuovo millennio, tra quelli che hanno conquistato la ribalta della scena, abbia mantenuto un livello tale da poter essere affiancato a coloro che gli allori li conquistarono nei decenni precedenti; insomma, su chi fosse riuscito a conciliare negli ultimi anni il successo commerciale alla qualità del prodotto offerto.
I Radiohead? Naaah, è un gruppo nato e radicato negli anni '90: Creep (e Pablo Honey tutto), The Bends e, soprattutto, Ok Computer sono talmente rappresentativi degli anni '90 che poco importa se nel nuovo millennio abbiano sempre mantenuto un livello esaltante, manca uno dei tre requisiti.
I Darkness? Chi vi scrive, per parte sua, considera Permission To Land un album strepitoso, ma è pur vero che, gusti permettendo, il secondo album è stato un grasso e grosso fiasco da qualunque punto di vista.
I Wolfmother? Geeez, are you hearing this shit? What year are we in? I'm sorry but Wolfmother, you SUCK!
Velvet Revolver o Audioslave? Tralasciando il fatto che siano dei residuati di un'epoca che non gli appartiene più, ma poi mi fanno sinceramente cagare.
Insomma rimane Josh Homme, che è tutto tranne che un uomo del nuovo millennio, e... e...

Aspetta un attimo.

Aspetta un fottuto attimo.

C'è un gruppo che, inizialmente bollato come una copia dei White Stripes (due membri, uno voce/chitarra, l'altro batteria, chiare ed innegabili influenze blues filtrate attraverso i Led Zeppelin), è arrivato, zitto zitto e quatto quatto, al successo commerciale con "Brothers", l'anno scorso - peraltro forse il loro disco meno bello - e che non sbaglia un album da ormai 10 anni, quando esordì con il grezzissimo The Big Come Up.

Sono certo che, come in quella discussione, anche stavolta starò dimenticando qualcuno, ma poco importa perchè qui parliamo dell'ormai settimo album di studio del gruppo di Akron, OH, senza contare due splendidi EP, gli album solitisti di Auerbach e Carney e una collaborazione con qualche hippoppettaro che prima o dopo mi dovrò costringere ad ascoltare (Blakroc).

Scappati in studio prima del solito per non pensare a quello che stava succedendo loro nei mesi susseguenti l'uscita di Brothers (ovverosia i Grammy, il Saturday Night Live, le 800.000 copie vendute e le migliaia di persone in più ai concerti), ci sono rimasti più di ogni altro album, ben 41 giorni (intervallati da concerti, ça va sans dire). Ricongiuntisi (porca puttana, sembra che stia raccontando i Promessi Sposi) con il genietto Danger Mouse (che ricorderete per essere metà degli Gnarls Barkley o metà dei Gorillaz dal secondo album in poi, o l'intero sè stesso come produttore o solista) che torna dopo un album di assenza dietro la console e stavolta, addirittura, come co-autore di tutti i pezzi dell'album (ho messo 160 parentesi in un paragrafo di otto righe, bella idea, molto leggibile).

Invece che prendere spunto dai soliti bluesacci feroci, i "brothers" proseguono nell'esplorazione del loro lato Motown, che si era già intravisto nell'album del 2010, stavolta però spingendo sull'acceleratore del metronomo con risultati, come sempre, più che soddisfacenti. A quanto pare non gli è piaciuta la riuscita dei pezzi lenti di "Brothers"dal vivo, quindi hanno deciso di votarsi a San Strummer e a San Johnny Ramone da NuovaIorca.

Una quadripletta iniziale da orgasmo (Lonely Boy, Dead and Gone, Gold On The Ceiling e la meravigliosa Little Black Submarines, chiaramente di stampo zeppeliniano) che non a caso ha già fruttato due proficui singoli, ma non è da meno il resto dell'album, nel quale il classico suono Black Keys tra slide e fuzz viene arricchito da spruzzate di Marc Bolan, cori quasi gospel e dalla tastiera del buon Danger Mouse, ormai un vero Re Mida della produzione musicale.

E non c'è mai un calo di tono, anche perchè, se in passato i Keys sono stati sempre molto ispirati dal suono, stavolta hanno prestato una cura maniacale soprattutto alla melodia, infatti è il primo album che ti perfora il cranio senza sosta, che canticchi come uno stronzo tutto il giorno, che sia il coretto gospel di Hell of a Season, o il misto devastante di ZZTop e Motown di Run Right Back.

Eccola qua la certezza che cercavo nel terzo millennio, due brillanti ragazzi dell'Ohio che chiamano un album "El Camino", come la nota Chevrolet di Earl Hickey e poi ci piazzano in copertina un fottuto minivan della Chrysler. Adorateli, e posate quella merda di Coldplay.
Voto: 8.6

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