giovedì 14 giugno 2012

Jack White - Blunderbuss (XL/Columbia, 2012)

In principio, quando non se lo cagava nessuno, prima di White Blood Cells e dei video fighi, mi piaceva molto Jack White. Lo spiccato senso della melodia tipico dei fuoriclasse, la notevole capacità di scrivere testi non banali senza però sommergere l'ascoltatore di cagate astruse... insomma, White scriveva quello che avresti voluto scrivere, se solo ne fossi stato capace. La moda, la sovraesposizione... l'hype, insomma, possono farti venire in antipatia chiunque, per talentuoso che sia. E il buon Jack è senz'altro stato alla moda: sentendo le interviste, traspare in maniera inequivocabile come sia stata una scelta quasi Mercuriana; conscio della qualità del prodotto, non ha avuto paura di affrontare le conseguenze della sovraesposizione... e ha fatto bene, dico io. White è nato per essere famoso, non gliene fotte un cazzo di nessuno, gongola davanti alle telecamere, si diverte ad escogitare escamotages per attirare l'attenzione.

Ma, a livello schiettamente musicale, ognuno dei progetti che ha creato aveva i suoi bei limiti.
Prendiamo i White Stripes: ottime canzoni, geniali trovate di marketing e d'immagine, video splendidi. Ma incompleti. Eh già, incompleti. Avere un'incapace alla batteria può sembrare divertente all'inizio, ma i pezzi ne perdono. La mancanza di un basso può sembrare una figata, ma in fondo ogni pezzo degli Stripes (tranne, ovviamente, quelli eseguiti solo da White e chitarra acustica) necessitava di quello sprint che una band ti può dare, e non solo nell'esecuzione ma anche in fase compositiva. 

Ed è quello che accade in Blunderbuss, finalmente, registrato a Nashville in puro assetto Exile On Main Street, ma ovviamente guidato solo da Jack White, finalmente liberatosi della palla al piede alla batteria.

Eh, cazzo che soddisfazione! Quaranta e rotti minuti di splendide canzoni, finalmente, di matrice Dylaniana e Stonesiana quanto basta, ma dal gusto inconfondibilmente Jack White, di canzoni d'amore e di divorzio, suonate con strumenti che sono strumenti e suonano come strumenti, non come una cazzo di tastiera di computer che dà input a qualche cazzo di cardiofrequenzimetro filtrato dentro un vocoder e poi passato su uno strato di scorregge.

Il disco ogni tanto lascia trapelare qualche eco di White Stripes come in Sixteen Saltines, ma in generale si muove tra Keith Richards (Missing Pieces) e Desire di Bob Dylan (Blunderbuss è una Isis compressa per lo span di attenzione dell'ascoltatore odierno), e se alla prima impressione rimane incastrato sulla punta della lingua, continua a crescere ad ogni ascolto successivo. Un disco pop-rock fatto come cazzo si deve, con influenze country e blues invece che di qualche cagata eseguita su una tastiera Casio, che è immediato ma che si lascia allo stesso tempo scoprire al ripetersi degli ascolti.

Insomma, un album rock da grande: spero vivamente che cresca fino ad arrivare al VERO Olimpo, che è un gradino sotto a dove sta adesso. Ah già: lo ha fatto per vendere dischi. Come Jimmy Page. Come Freddie Mercury. Come Mick Jagger. Come chiunque abbia fatto grande musica nella storia del rock. More or less.
Voto: 8.7

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