venerdì 30 marzo 2012

The Shins - Port Of Morrow (Aural Apothecary / Columbia, 2012)

Capita, ogni tanto, come per magia, che il magico mondo dell'hype porti a riva con le sue violente onde qualcosa di buono, di non ammuffito, di non devastato, di vivo, insomma.
Gli Shins (solo) di James Mercer, sono tutti nuovi, chè Mercer ha mandato affanculo tutti gli ex compari (non che contassero alcunchè, immagino) e l'ex etichetta (la leggendaria Sub Pop), ma l'hype che li ha portati a riva è vecchia storia: Zach Braff ed il suo Garden State, il funerale di Heath Ledger (!!!), The OC, rinomato campionario di indie band da portare in gloria, le collaborazioni con i due Mouse (Danger & Modest)... insomma, onde forti e violente.
Dicevamo, Mercer ha deciso di trovare qualcosa di nuovo e ha calato le carte: il palesemente indie dei tre album precedenti cede il passo ad uno smaccatamente pop che non lascia dubbi. Produzione (e lavoro strumentale) scintillante di Greg Kurstin (leggere il curriculum dell'uomo per credere) e pezzi da fischiettare in doccia; la voce di Mercer, oggettivamente bella e limpida, passa in primissimo piano, abbandonando gli echi e le retrovie indie: come fece Cobain ai suoi tempi, ma con maggiore malizia del biondino, Mercer spiattella il pop radiofonico sulla faccia di tutti, smussa gli angoli e cerca la gloria, come se il Grammy Award del 2007 non fosse bastato, in culo agli indie, alla comunità, alla finta indipendenza.
Ci mette l'elettronica di supporto (Bait and Switch) e la ballatona melodicamente devastante (September), ma il fulcro dell'album sono i pezzi midtempo come It's Only Life o il singolone Simple Song, quei pezzi che in radio SPACCANO e che se li becchi li canti tutto il fottuto giorno: è inammissibile lasciare lo scettro della radiofonicità ad un gruppo di mediocri come i Coldplay, fatevi avanti, santa miseria.
È bello, peraltro, vedere che di questa maledetta musica indie tutta uguale ne incominciano ad avere le palle piene anche gli interpreti, e che virino sullo smaccatamente pop è ancora meglio, hai visto mai che riportiamo le spogliarelliste ai locali di spogliarello, invece che sulle vette delle classifiche mondiali.
Non un capolavoro, ma un buon disco, piacevole, fresco, ascoltabile... tanto basta.
Voto: 7.2

giovedì 29 marzo 2012

Rocketjuice & The Moon - Rocketjuice & The Moon (Honest Jon's, 2012)

Se apprezzavate il Damon Albarn di Parklife e The Great Escape, ma lo amate solo da quando ha mandato in malora il brit-pop ed ha proposto ogni genere di progetto non convenzionale (spesso legato alle meravigliose terre africane) dovete ringraziare Justine Frischmann, la nobile pulzella - leader delle Elastica - che mollò Albarn  high and dry: ella, femmina disgraziata, fu origine di 13, il meraviglioso album dei Blur del 1998, e sempre ella, femmina sdisonorata, è probabile causa, in senso lato, degli innumerevoli, improbabili ma gradevoli strambi progetti dell'ex uomo più desiderato d'Inghilterra.
Tra questi innumerevoli, improbabili ma gradevoli strambi progetti, una cartelletta particolare è da dedicare all'Africa ed alla sua musica: prima il Mali (con Mali Music del 2002), poi la Repubblica Democratica del Congo (l'anno scorso con Kinshasa One Two) e adesso questo collettivo formato, come ossatura, da Albarn, un altro prezzemolo come Flea dei RHCP ed il batterista Tony Allen, noto principalmente per la collaborazione con Fela Kuti.
Oltre a questo trio di base, "formatosi" - se mi si passa l'iperbole - su un volo per Lagos, Nigeria, sul quale si trovavano quali membri dell'Africa Express Collective (un collettivo di non so che cazzo, ma che senz'altro fa cose positive in Africa, conoscendo i tre meravigliosi soggetti), Albarn ha pensato bene di coinvolgere numerosi musicisti africani e non, come Erykah Badu, Cheick Tidiane Seck (tastierista per Youssou N'Dour), il rapper ghanese M.anifest ed altra gente che non stiamo qui ad elencare; il risultato è forse il progetto meno riuscito di Damon Albarn: non che sia in alcun punto sgradevole, è che... cazzo, è una jam basso e batteria di 55 minuti! Abbiate pietà, santo cielo. 
Come vi potrà dire chiunque abbia una competenza seria in merito al basso, Flea tecnicamente è un bassista estremamente sopravvalutato. Come non ammetterà mai chiunque abbia una competenza seria in merito al basso, Flea sa fare funzionare una linea di basso alla grande; qui, con Allen, riesce a tessere delle trame interessanti sulle quali si innestano sintetizzatori e percussioni ma, nonostante questo, raramente le brevi jam che compongono i 18 pezzi dell'album arrivano a qualcosa di focalizzato: è probabile che i 3, oberati dagli impegni, abbiano avuto poco tempo per portare a compimento qualcosa di più di quanto si ascolta in quest'album, ed il risultato è che si ha il classico esempio di musica che diverte chi l'ha suonata, ma che, nel caso la si faccia ascoltare a qualcuno, l'ascoltatore finisce per raccontarti dell'assicurazione RCA dell'auto della nonna che sta per scadere e che forse è meglio non rinnovare perchè... , perchè non succede una mazza per una quantità di tempo non irrilevante. Gli episodi più belli, infatti, sono quelli nei quali si porta a compimento un'idea, come la bella Hey Shooter (con la Regina Badu) e Poison, rara apparizione alla voce del capomastro Albarn.
In sostanza: un gran bel peccato; lunghe jam afrofunk che non vanno da nessuna parte, pezzi rap inseriti un po' alla cazzo... tante intuizioni, pochi sviluppi.
Spero in un seguito più coerente, le basi ci sarebbero - forse sono tempo e volontà che mancano.
Voto: 5.9

mercoledì 28 marzo 2012

Madonna - MDNA (Interscope, 2012)

Negli ultimi dieci anni, le uniche volte che sento nominare il nome di Madonna lo sento affiancato ad alcuni epiteti che si concludono tutti curiosamente con l'accrescitivo -one, ad identificare la magna abundantia del merito e che preferirei evitare di citare, chè di 'sti tempi non si sa mai. Bene che le vada, sento il suo nome affiancato a quello del buon Quentin ("dick, dick, dick, dick...", la metafora di Like a Virgin e la fava grossa, ricordate?). Insomma, musica nemmeno a parlarne. La signora Ciccone, madre di nostro Signore, sin dai tempi di Music, agghiacciante opera di fine millennio, predilige la musica da far passare nei club e nelle palestre, quella roba tunz-tunz che sentite in sottofondo quando in palestra una tizia vi urla in faccia "EUNOEDDUEETRREEQQUATTRO! FORZA! DAAAI!!!", checcazzourli, stronza rincoglionita, che sono ad un metro dalla tua faccia da isterica e sudata,  quindi non è una sorpresa che si sia - nuovamente - circondata di gente che pompa nelle casse (sulle casse? all'interno delle casse? via le casse? non saprei, non ho familiarità col gergo gggiovane) come i LMFAO, Martin Solveig, William Orbit, Benny Benassi. Non è, parimenti, una sorpresa, che il risultato sia un'accozzaglia di suoni che fra venti minuti saranno datati, che sotterrano alcune buone intuizioni melodiche, consuete negli album Cicconiani. La differenza tra la Madonna anni '80 (e persino, a tratti, anni '90) e quella del nuovo millennio® sta proprio tutta qui: l'arrangiamento dei pezzi, questo sconosciuto. Tra Get Into The Groove e Hung Up, tra Like a Virgin e Girl Gone Wild la differenza sta tutta qui: prima si arrangiavano i pezzi come se dovessero essere suonati, venivano prodotti da gente che li riteneva musica e non chewing-gum.
Come fu e come non fu, Madonna mai tanto spudoratamente si è piegata ad un'immagine modaiola (quella di Lady Gaga) ed ad un suono già predefinito (sempre Gaga): mentre un tempo la moda la faceva, a livello di suoni, a livello di immagine, a livello di scandalo... le va di culo che ha ancora quel nome altrimenti, copia carbone come si è presentata nel 2012, non se la sarebbe filata nessuno.
Musica per aerobica, musica da sottofondo di Jersey Shore, musica per omosessuali caricaturali da Will & Grace... gays just wanna have fun, giusto?
Mi sembra discretamente triste che una donna (come un uomo) di oltre 50 anni si presenti come una sedicenne in mezzo a uomini nudi che ostentano la ciolla... casalinga disperata, miss Ciccone?
E poi i riferimenti all'MDMA (ecstasy, per i profani), i video con Nick Minaj e M.I.A., twitter e cagate varie... 'nsomma santo cielo, sono patetici i vari ricconi che fanno i gggiovanotti con ragazzette al seguito, ma non è che a fare la stessa roba da donna si è delle persone ammirevoli... a meno che non siate fan di Sex & The City, si capisce.
Si sprecheranno, immagino, le recensioni positive, il ritorno della grande Madonna, Madonna ne sa una più del diavolo e via discorrendo... ma se cercate musica passate oltre.
Voto: 1.3

giovedì 22 marzo 2012

Bruce Springsteen - Wrecking Ball (Columbia, 2012)


Per chi non ha vissuto gli anni '80, il culo injeansato del Boss non vuol dire probabilmente niente. Per chi non ha vissuto gli anni '80 con attorno uno/a fratello/sorella/cugino/cugina/zio nato a fine anni '60 o nei '70, probabilmente nemmeno l'appellativo "il Boss" significa nulla di particolare. Viceversa, chi ha vissuto la situazione di cui sopra, si è probabilmente sorbito Dancing In The Dark, Glory Days e Born In The U.S.A. almeno un milione di volte, ed ha avuto il mascellone del New Jersey di Bruce o le sue patinate chiappe di jeans come punto fermo dell'immaginario pop, campeggianti com'erano in ogni stanzetta ed in ogni rivista. 
Quella sua quasi ottusa onestà d'animo, così candida da risultare talvolta irritante, quella sua drammatica passionalità, accompagnata da una voce rauca e decisa, nonchè da canzoni perfette, lo hanno reso un'icona in tempi di edonismi reganiani e similari, in tempi di Rio e Club Tropicana, in tempi di paninari e Drive In.
Per chi ha vissuto solo l'alba del terzo millennio, tuttavia, rimane difficile comprendere il mito del Boss, e perchè le principali testate giornalistiche sbrodolino ad ogni suo passo... sono solo fan, ragazzuoli, non ci badate molto, e ascoltate me e le mie storie edificanti.

Passeggiavo romanticamente per la meravigliosa Torino, in una serata umida e piovigginosa, in una di quelle sere che ti fanno venire voglia di tornare a casa al calduccio. Bruce, il Boss, quello là delle chiappe insomma, mi aveva accompagnato nel mio viaggio a Torino: Wrecking Ball è stato la scelta per il mio sempre tragico approccio al tragitto volante; con mio sommo disgusto, è l'ennesima cagata springsteeniana del terzo millennio, Pete Seeger mescolato al suono della E-Street Band... l'ennesimo album sulla crisi economica, peraltro... insomma, per lo meno la rabbia e la noia mi hanno distolto dalla mia folle paura degli aerei, quindi, poggiati finalmente i piedi per terra, iddiocisalvi, benebbravoippilota, sabbenedica, il Boss mi è rimasto in mente come un amico che dice sempre un sacco di fregnacce (senza mai mentire, badate bene!), ma che ti vuole bene e in fondo, che diavolo, gli vuoi bene anche tu a quel cazzone di un Boss, un tempo era figo, non diceva fregnacce (no, non mentiva nemmeno allora).
Insomma, eravamo a Torino, e avevo una fretta boia di tornare a casa, col freddo cane che ti congela gli ammenicoli, con la pioggia pungente che ti fa chiudere ritmicamente gli occhi come se avessi un dannato tic e i calzini umidi per tutte le pozzanghere che ho centrato da vero minchione; passando davanti alla FNAC, notai un nugolo di gente seduta per terra, attorniata da poster in cartone del Boss  e che segue due tizi (che in seguito ho identificato nei bravi Massimo Cotto, giornalista di Radio Capital e Claudio Trotta, fondatore di Barley Arts e grande fan del Boss) che chiaccherano amabilmente tra loro da un monitor LCD, o meglio, da più di un monitor LCD... sono testi quelli che scorrono sul monitor? Karaoke? Alla FNAC? Ma che cazzo, entriamo, no? 
Sembra un'assemblea di istituto, giovani e mooooolto meno giovani che ascoltano, estasiati, l'anteprima dell'album con tanto di testi che scorrono sui monitor (esatto, non era karaoke), seduti a terra e nelle sedioline di plastica, sorseggiando una bella birrozza fresca alla spina comprata al cafè FNAC, che per l'occasione vende anche le suddette birrozze - belle fresche, nè? - in trepidante attesa che l'album sia messo in vendita... alla mezzanotte, o meglio ancora mpo' prima che domani si lavora, nè?
L'album, ad un ulteriore ascolto, si conferma nettamente mediocre: per conferma, chiedo alla mia dolce metà che non ha trascorsi col Boss, nessun poster con le chiappe; ascolta quel che sente e non può che concordare. 
Mondezza superradiofonica, il Boss che ti racconta la crisi e la perdita, la tristezza e forse anche il buon Clemons, scomparso da poco, nomina "Jesus" in tanti, troppi frangenti, con quel midtempo stucchevole e quell'insopportabile piano che accompagna il tutto da 30 cazzo di anni, e daje Bruce, suvvia, cambiamo un po' qualcosa, o dobbiamo farti diventare il Ligabue d'oltreoceano?
Anche per chi non capisse l'inglese, si sentirebbe comunque la puzza di retorica Springsteeniana da chilometri, e mi prende una sorta di rabbia cieca per quei rincoglioniti che stanno lì seduti ad ascoltare canzoni inascoltabili... CHECCAZZO, QUALCUNO URLI AL BOSS DI ANDARE A FARE IN CULO, PERDIO!
Penso a quanto sia irritante che il popolino accetti acriticamente qualunque nuova cagata del proprio idolo come un assoluto capolavoro, e sia pronta ad aspettare la mezzanotte per acchiapparsi un misero librettino ed un poster (che ho cercato, senza risultato alcuno, di ottenere in regalo da uno dei tizi della FNAC... aò, era bello il poster) e poi, mentre mi concentro, comodamente seduto a casa, su come deridere online il popolino, i rincoglioniti seduti all'assemblea d'istituto, mi arriva la luce, come a Joliet Jake.
Non sono incazzato con o per loro, non sono incazzato nemmeno per il mediocre album del Boss... sono incazzato con me.
Sono incazzato perchè non me ne fregherebbe più un cazzo, nel mio apatico torpore da Generazione Zero Euri, di stare seduto come quelli là... checcazzo, è pure un'iniziativa carina, un modo per fare aggregazione, un modo per divulgare cultura musicale invece che grandi fratelli, e poi, diobono, se a quei tizi piace il nuovo album del Boss saranno liberi di comprarselo con gadget, poster ed edizioni da collezionisti, o devono chiedere il permesso a me?
Sono incazzato perchè se anche fosse il nuovo album degli Stones o non so di che cazzo, avrei comunque detto "meh, chissenefotte"... sono incazzato perchè ci siamo autoprivati di ogni entusiasmo, ci siamo annegati nell'apatia, ci siamo lasciati sotterrare dalle speranze perdute, abbiamo scelto la strada sbagliataed è colpa nostra, sissignore, solo ed esclusivamente nostra, che ci facciamo cullare dai sovrastimoli, che ci facciamo ipnotizzare per otto ore al giorno da Facebook... non è colpa di Silvio, nè dei nostri genitori, nè della società, nè della Crisi, mistica entità che ci ha inculato tutti (perchè i prestiti per comprare i 52" e i SUV li ha chiesti la Crisi). E' colpa nostra, di noi che con sordido cinismo gongoliamo nello sfottere chi ci crede ancora, chi ha un minimo di passione,  chi ha il cuore... quella roba che fa rima con amore, mi pare di ricordare.
E allora me lo riascolto il Boss, sul pullman per Malpensa, anticipando quello che sarà il più drammatico volo della mia vita... ma questa è una storia diversa.

Interessantissima photo gallery
 
          

Voto: 5.1
Leggi la recensione su Il Cibicida:


mercoledì 21 marzo 2012

Paul Weller - Sonik Kicks (Yep Roc, 2012)

C'è un espressione, nella lingua inglese, che adoro: l'espressione è "to go bananas". Non chiedetemi di tradurla, sarebbe come chiedere ad un napoletano di tradurre "chella cessa zompaperete e' mammeta" o di far spiegare ad un catanese quanti significati possa racchiudere l'esclamazione " 'inkia!". In una bella recensione di quest'album, Maria Schurr afferma che per i vecchiardi in musica ci sono due strade fondamentali che vengono seguite in genere: fare i "duri e puri" e perseguire su cammini già in precedenza tracciati o, in alternativa, go bananas e fare qualcosa che, se riesce, mette i ragazzini al loro posto.
Beh, Paul sono ormai tre abbondanti album che è andato maledettamente bananas, d'altra parte l'ultimo capitolo più o meno classico fu "As Is Now", gran bell'album del nostro Modfather datato 2005... e di acqua, da quel 2005, ne è passata molta sotto i ponti; e Weller non smette di stupire, sbarellando con psichedelia ed elettronica: l'introduttiva Green è un perfetto campioncino (e forse tra i meglio riusciti dell'album) del menù che mastro Weller servirà, tra orge di chitarre elettriche, cazzeggio con la stereofonia e rumoristica tipica dello space rock che fu. 
Anche ciò che è melodicamente e stutturalmente più consueto (come The Attic o il singolo The Dangerous Age) ha comunque un sound raramente riconducibile al modfather... meravigliose sclerate psichedeliche come Drifters o When Your Garden's Overgrown (ospite Noely G) dominano l'album, ma non mancano altre sorprese come la cavalcata dub (??? 'inkia!) Study in Blue.
Un album che non è sicuramente un capolavoro, ma neanche l'ultimo degli stronzi [cit.], e che conferma che il Modfather è tutt'altro che morto, ma è andato nettamente bananas. Per fortuna.
Voto: 7.8