venerdì 29 giugno 2012

Dr John - Locked Down (Nonesuch, 2012)

Poche cose giovano alla credibilità di un artista più dell'apprezzamento di una leggenda vivente come Mac Rebennack, in arte The Night Tripper, o meglio ancora Dr. John. Quando il Dottore dice addirittura di averti ubbidito e ascoltato fedelmente, aggiungendo "This guy is gonna be a hell of a producer", beh, cazzo, sei arrivato, sei il top. 

Quindi buona idea per tutti l'incontro tra Dan Auerbach (che quest'anno ha trovato l'America con l'ultimo, spettacolare album El Camino dei suoi Black Keys) e Dr. John, avvenuto al Bonnaroo Festival, che ha portato a questo spettacolare ritorno a Gris-Gris per il Dottore.

Accompagnato da una band spettacolare (Max Weissenfeldt alla chitarra, Leon Michele alle tastiere, Brian Olive alla chitarra e Nick Moyshon, spettacolare bassista di Amy Winehouse, al basso elettrico e contrabasso), Mac torna alla fine degli anni sessanta, tra Farfisa e groove, e il suo mojo è di nuovo working, anche se non è che avesse proprio smesso, ad essere sinceri.

Assoluti highlights la title track e Getaway, due pezzi dal groove inestingubile che dimostrano, come ha sottolineato in maniera molto acuta Jim DeRogatis, quanto Auerbach sia riuscito a comprendere perfettamente sia le radici sia il suono dei migliori album del Dottore, senza fermarsi però ad una cieca riproduzione di quella magia, ma innestandone una nuova, rinnovata, che trae ancora forza dalla stessa linfa vitale dei tribali canti come I Walk On Guilded Splinters, approfittando della bravura dei comprimari e dando la spinta al mago di New Orleans per farci divertire ancora, come accade con il canto creolo di Eleggua, e per ipnotizzare tutti con My Children, My Angels.

Non sarà mai disco dell'anno, me ne rendo conto, ma ciò dipende dal fatto che tanta, tanta gente abbia le orecchie conficcate su per il culo. Fondamentale.
 Voto: 9.1

domenica 17 giugno 2012

Beach House - Bloom (Sub Pop, 2012)

E' chiaro, ed è evidente che dovrei rassegnarmi al fatto che l'essere infernalmente noiosi è ormai un parametro che è insito e connaturato nell'essenza dell'artista "moderno" (anche se, in verità, le virgolette andrebbero più su "artista", che su "moderno"). 
Tremo alle parole "indie" e "dream pop", tremo vedendo che, nella foto promozionale di un gruppo che dovrò ascoltare - e con dovrò intendo ovviamente che è la mia testaccia di cazzo malata che mi obbliga - si tratta di un duo uomo-donna. Ancora, tremo quando mi accingo ad ascoltare gli album con la media voto più alta (giudizio matematico ricavato più che da Metacritic dall'ottimo forum AcclaimedMusic.net).
Se poi i tre parametri, come spesso accade di questi tempi, vengono ad abbracciarsi, a stringersi insieme in un profluvio quasi sessuale di penetrante mediocrità, di torrida insipienza, di devastante inutilità, allora mi succede di avere poteri paranormali di veggenza: non lievito, ma in compenso so esattamente cosa sto per ascoltare... non shvulazzo, ma so che sto per essere investito da 40 minuti minimo di inutile, etereo pop privo di intuizioni melodiche o sonore degne di menzione alcuna.

Quarto album del duo di Baltimora, che così raggiungono la ragguardevole cifra di 180 minuti di album nei quali non succede una beneamata cippa lippa di minchia.

La lezione, fondamentale, che da Leiber & Stoller, a Lennon/McCartney, a Jagger/Richards, passando collateralmente per Hetfield/Ullrich e D.Boon/Mike Watt, è di non sottovalutare MAI, per nessun maledetto motivo la melodia (o, per chi se lo può permettere, l'a-melodia, intesa nel senso non di mancanza di melodia, come suggerirebbe la costruzione della parola ma di sorpassare lo standard melodico classico, cosa che si potrebbe dire dei Flipper o di Lou Reed).

Ascoltando i primi secondi di Walking On The Moon, con quattro note e quattro secondi hai una canzone. Nella superba maestria di Sting, troviamo, ad affrontare la linea melodica del basso, una splendida linea melodica vocale.  Ecco, queste cazzo di linee melodiche, provate a suonarle sulla più scoglionata delle tasterine, su uno xilofono, su delle pentole a pressione, su dei bicchieri da vino riempiti d'acqua: in ognuno di questi casi, chiunque ascolti una a caso delle due melodie saprà ineluttabilmente di che canzone parliamo.

Questi maledetti rompicoglioni, ma loro in mezzo agli altri (e anzi, meno peggio degli altri, talvolta), in 50 minuti riescono a vagare a fari spenti nell'insipienza, vantandosene e immergendovicisi come fosse latte per le poppe di Poppea, fungendo ormai da parametro di riferimento, per anzianità di servizio e capacità, per la maggior parte dei colleghi.
They get the money for nothing, and the chicks for free.
I want my MTV.
Voto: 4,9

venerdì 15 giugno 2012

Grimes - Visions (4AD, 2012)

Un disco fighetto.

Potrei concludere qui, ma immagino che andrò avanti.

La terza prova di Grimes, al secolo la giovincella canadese Claire Boucher, è l'ennesima, insopportabile accozzaglia di merdine programmate al computer in venti minuti (e l'album ne dura 50, di minuti) che si vorrebbero spacciare per capolavori dell'era moderna.

Ora, a me personalmente non frega un cazzo di come uno produce la propria musica. Che sia nella propria stanzetta da sfigato o in uno studio lussuoso, che sia in un garage o per strada, che sia registrando le scorregge di un cane o suonando in maniera tecnicamente ineccepibile dieci strumenti, m'importa assai. Il problema è che in base a come produci la tua musica generalmente varia il risultato in maniera sostanziale. Problema che per Grimes non sussiste, dato che ha riportato su in Canada un bel po' di soldini e lodi sperticate con questa accozzaglia di suoni elettronici ai quali è stata messa sopra la acuta voce della Boucher, che non capisco bene se vorrebbe essere Bjork o salcazzo chi altri.

Ho la pessima abitudine di ascoltare, oltre a ciò che ritengo interessante, ciò che viene lodato a gran voce dalla critica, giusto per vedere di che si tratti. Mi è capitato, con quest'album, di ascoltarlo in compagnia di una mia amica, musicalmente competente ed aperta ad ascoltare generi musicali diversi; premettendole le lodi critiche, ho avviato la riproduzione dell'album. Il risultato dell'esperimento è stato:

FASE 1 - STUPORE (minuto 1):
La paziente dimostra notevole sbigottimento nell'associare l'unanime acclamazione critica a una cotale espressione artistica. Esprime particolare perplessità sull'assenza di melodie. Non si mostra tuttavia infastidita al punto da chiedere l'arresto della riproduzione.

FASE 2 - AVVISAGLIE DI IRRITAZIONE (minuto 8): 
Proseguendo l'ascolto, la paziente incomincia a perdere la pazienza. L'irritante sequela di rumori prosegue da soli tre brani, ma il livello di tolleranza scende in maniera triplamente proporzionale al trascorrere del tempo. Incomincio a temere per le sorti del dispositivo di riproduzione e consiglio, con molta nonchalanche, di spostare la scheda di memoria in un dispositivo di proprietà della paziente, adducendo come scusa lo scaricarsi della batteria, sperando che non si accorga della menzogna. Movimenti nervosi di mani e piedi, non ritmicamenti correlati alla "musica".

FASE 3 - TOGLI, PER PIACERE (minuto 12):
La paziente si alza dalla sedia e, senza compiere alcuna azione che giustificasse l'essersi alzata, torna a sedersi. Aumentano i movimenti involontari e la frequenza di essi. La paziente, normalmente non incline al proferire improperi, si pronuncia in termini decisamente non lusinghieri nei confronti dell'artista canadese. Io, per favorire il dialogo, rincaro la dose, e mi offro di fermare la riproduzione. Le rughe sulla fronte della paziente si sciolgono rapidamente, ed il linguaggio torna al suo normale standard: "Sì, togli per piacere". La parola "cacata" viene pronunciata più volte nel corso della conversazione successiva. Domando alla paziente se intende ascoltare il prossimo disco criticamente acclamato presente sul supporto elettronico di mia proprietà. Non riporto la risposta in fascicolo, ma è facilmente immaginabile. I rimanenti 36 minuti del disco rimangono saggiamente inascoltati.

Voto: 4,2

Alabama Shakes - Boys & Girls (ATO, 2012)

Con gli Alabama Shakes la stampa americana frantuma ciò che allegramente dondola nelle calde notti d'estate in mezzo alle mie villiche cosce più o meno da Settembre scorso, quando l'ep omonimo  vide la luce... fate conto che in base a quell'extended play realizzarono anche qualche tutto esaurito in giro per l'America... senza neanche un album pubblicato... woooow... yyyyeaaah... yuuuppie! Ormai sto invecchiando, quindi abbocco un po' meno facilmente a queste esche mediatiche... in tal modo abbasso le mie aspettative che, in base a quanto letto, avrebbero teoricamente dovuto essere alle stelle.

Il debutto di questi ragazzi dell'ALABAMA è un delizioso confettino di una sorta di revival R&B (quello vero, quello della Stax), che dà occasione alla front-woman Brittany Howard di dimostrare le proprie non indifferenti capacità, che le hanno fruttato paragoni con mostri sacri come Janis Joplin, Aretha, Diana Ross... immeritati, a mio avviso, ma la 23enne di Athens, AL ha un notevole talento, questo è indiscutibile.

Nei 36 minuti di questo esordio fioccano ballate su ballate: alcune di pregevole fattura (la title track e Heartbreaker), altre un po' trite, ma comunque discretamente ascoltabili; il problema sostanziale di quest'album, lasciando perdere le critiche stratosferiche e gli sbrodolamenti ai quali ormai dovremmo essere abituati, è che i pezzi sono tutti midtempos o anche più lenti, ergo non raggiunge mai il momentum necessario per poter decollare: a parte la neo-Winehousiana I Ain't The Same e il primo singolo (e apripista) Hold On, viaggiamo a velocità di crociera moooolto bassa, e questo non giova particolarmente alla totale riuscita dell'album.

In generale, comunque, sarebbe ingeneroso non riconoscere ai ragazzi dell'Alacazzobama un certo qual talento. Se solo l'album fosse meno monofottutotono, sarebbe un ottimo album... così com'è è un buon esordio, e non è poco.
Voto: 7,4


giovedì 14 giugno 2012

The Melvins Lite - Freak Puke (Ipecac, 2012)

Signore e signori, il gruppo più moralmente integro al mondo: Buzz Osbourne, Dale Crover... THE MELVINS!
Dal lontano 1983 ad oggi, il gruppo nella storia del mainstream (???) rock che più ha fatto il cazzo che gli pareva, disinteressandosi di qualunque conseguenza in termini di pubblico.
Ed essere loro fan è un cazzo di impegno a tempo pieno, dato che sciorinano progetto dopo progetto dopo progetto, facendo sempre e comunque quello che gli passa per la testa (e che li diverte) al momento.
Al momento, abbandonata - solo temporaneamente - la formazione con doppio batterista che ha sfornato tre capolavori in sei anni, Buzzo e Crover adottano il moniker di "Melvins Lite" (che però non compare in copertina) aggiungendo al dinamico duo Trevor Dunn (già nei Mr Bungle e nei Fantomas, giusto per capire), che violenta il contrabbasso, talvolta suonandolo in maniera consueta, talvolta stuprandolo con l'archetto.

Inutile dire che, trattando di Melvins, di "Lite" non c'è proprio una sacrosantissima minchia salata: certo, l'introduttiva Mr Rip Off vede Dale alle fruste e Trevor Dunn incedere fluido, ma non è per questo meno aggressiva, ed il duo A Growing Disgust / Leon vs The Revolution potrebbe benissimo far parte di The Bride Screamed Murder, sia qualitativamente che musicalmente parlando.

I Melvins fanno musica per divertire in primo luogo sè stessi, e si sente SEMPRE: la cover di McCartney Let Me Roll It (qui diventata una gigante e cicciona canzone di stampo kissiano) e la lunga jam finale, Tommy Goes Berserk sono divertite e divertenti, con il risultato di produrre l'ennesimo album GRANDIOSO nella sterminata discografia Melvinsiana... lunga vita a BuzzoCrover!
Voto: 8.2

Jack White - Blunderbuss (XL/Columbia, 2012)

In principio, quando non se lo cagava nessuno, prima di White Blood Cells e dei video fighi, mi piaceva molto Jack White. Lo spiccato senso della melodia tipico dei fuoriclasse, la notevole capacità di scrivere testi non banali senza però sommergere l'ascoltatore di cagate astruse... insomma, White scriveva quello che avresti voluto scrivere, se solo ne fossi stato capace. La moda, la sovraesposizione... l'hype, insomma, possono farti venire in antipatia chiunque, per talentuoso che sia. E il buon Jack è senz'altro stato alla moda: sentendo le interviste, traspare in maniera inequivocabile come sia stata una scelta quasi Mercuriana; conscio della qualità del prodotto, non ha avuto paura di affrontare le conseguenze della sovraesposizione... e ha fatto bene, dico io. White è nato per essere famoso, non gliene fotte un cazzo di nessuno, gongola davanti alle telecamere, si diverte ad escogitare escamotages per attirare l'attenzione.

Ma, a livello schiettamente musicale, ognuno dei progetti che ha creato aveva i suoi bei limiti.
Prendiamo i White Stripes: ottime canzoni, geniali trovate di marketing e d'immagine, video splendidi. Ma incompleti. Eh già, incompleti. Avere un'incapace alla batteria può sembrare divertente all'inizio, ma i pezzi ne perdono. La mancanza di un basso può sembrare una figata, ma in fondo ogni pezzo degli Stripes (tranne, ovviamente, quelli eseguiti solo da White e chitarra acustica) necessitava di quello sprint che una band ti può dare, e non solo nell'esecuzione ma anche in fase compositiva. 

Ed è quello che accade in Blunderbuss, finalmente, registrato a Nashville in puro assetto Exile On Main Street, ma ovviamente guidato solo da Jack White, finalmente liberatosi della palla al piede alla batteria.

Eh, cazzo che soddisfazione! Quaranta e rotti minuti di splendide canzoni, finalmente, di matrice Dylaniana e Stonesiana quanto basta, ma dal gusto inconfondibilmente Jack White, di canzoni d'amore e di divorzio, suonate con strumenti che sono strumenti e suonano come strumenti, non come una cazzo di tastiera di computer che dà input a qualche cazzo di cardiofrequenzimetro filtrato dentro un vocoder e poi passato su uno strato di scorregge.

Il disco ogni tanto lascia trapelare qualche eco di White Stripes come in Sixteen Saltines, ma in generale si muove tra Keith Richards (Missing Pieces) e Desire di Bob Dylan (Blunderbuss è una Isis compressa per lo span di attenzione dell'ascoltatore odierno), e se alla prima impressione rimane incastrato sulla punta della lingua, continua a crescere ad ogni ascolto successivo. Un disco pop-rock fatto come cazzo si deve, con influenze country e blues invece che di qualche cagata eseguita su una tastiera Casio, che è immediato ma che si lascia allo stesso tempo scoprire al ripetersi degli ascolti.

Insomma, un album rock da grande: spero vivamente che cresca fino ad arrivare al VERO Olimpo, che è un gradino sotto a dove sta adesso. Ah già: lo ha fatto per vendere dischi. Come Jimmy Page. Come Freddie Mercury. Come Mick Jagger. Come chiunque abbia fatto grande musica nella storia del rock. More or less.
Voto: 8.7

The Smashing Pumpkins - Oceania (EMI / Martha's Music, 2012)


Mi mancavano le fregnacce di Billy Corgan più o meno quanto mi mancano i miei brufoli e le seghe mentali dell'adolescenza... ma lui, a differenza dei punti neri e bubboni adolescenziali che anormemente affliggono aaa vita daa coppia, torna con un set di fregnacce nuovo di zecca a periodi più o meno regolari che, in buono sostanza, coincidono con le rate del mutuo e della findomestic per la lavatrice nuova.
Il nuovo set di fregnacce è stato inaugurato nel Settembre del 2009, mese nel quale presentò Teargarden by Kaleidyscope, progetto di 44 canzoni rilasciate (in teoria) ad una ad una: l'album, disse Corgan, è un concetto che non ha più senso... voglio un fottio di canzoni che escano una dopo l'altra nell'arco di tre anni... tutte correlate - disse - da un concetto comune (tipo un concept album, Corgan?), concetto comune che era una qualche cagata sui tarocchi, sulle carte dei tarocchi, insomma, una di quelle fregnacce irrilevanti alle quali ci ha abituato mastro Corgan, che non ne imbrocca una dal 1998.

Tutto ciò accompagnato al fatto che anche Chamberlin, l'ultimo Pumpkin originale rimasto oltre Corgan, ha salutato tutti e ha mollato il colpo, dicendo che voleva fare musica in cui credeva e si era scocciato di "incassare l'assegno" (trad.: "mi sono rotto talmente i coglioni a suonare sta merda, che me ne sbatto anche dei soldi").

Questa cazzata si è sgonfiata nel 2011, quando Corgan si è accorto che, facendo cagare una buona parte delle 10 canzoni pubblicate (gratis!), accadeva che non se le inculasse nessuno... e quindi magari era una buona idea ridimensionare il concept in un album, vecchio stile, 13 canzoni, un'ora di musica... 'nsomma un concept album. E, tanto per completare l'opera, è un "ritorno alle radici psichedeliche di Gish" ed è il "miglior album dai tempi di Mellon Collie", sempre nelle parole-barra-fregnacce di Corgan.

Ad essere onesti, la prima delle due affermazioni è senz'altro vera: sia l'atmosfera generale dell'album che i suoni hanno un che di Gish-iano, seppur scontatamente meno spontanei e compositivamente inferiori, ma pur sempre orientati verso quella direzione. A livello qualitativo, l'album è una delle cose più dignitose prodotte da Corgan in qualunque forma dai tempi di Adore, ma aspettate a saltare sulla sedia: una cotale affermazione non vuol dire un cazzo. 
Infatti, musicalmente parlando, Corgan negli ultimi anni ha prodotto talmente tanto sterco da concimare l'Australia, per rimanere in tema di Oceania; ed, infatti, in onore ad Einstein ed alla sua relatività, la mia affermazione comporta che l'album sia una mediocre pastetta ascoltabile senza particolari smorfie di sdegno, se non in qualche sporadico, evitabile momento Zwaniano (My Love is Winter One Diamond, One Heart, poco saggiamente piazzate l'una dopo l'altra).

E dire che i due pezzi introduttivi (dai riprovevoli titoli di Quasar Panopticon) facevano bene sperare: due bei pezzi tirati ma non banali che richiamano il passato pumpkisiano senza imitarlo... persi in un oceano di mediocrità.

L'unica cosa che è pateticamente divertente di Corgan, ormai, è la quantità di insulti profusi durante le interviste: i Radiohead sono pomposi (detto da Corgan! Come se Cicciolina dicesse a Margherita Hack che è di facili costumi), James Iha è un "pezzo di merda", Jimmy Chamberlin è un "fucking liar"... e in mezzo a questa pletora di epiteti, scorgi quanto disperatamente alla ricerca di attenzione sia Corgan (che un tempo chiamavo Billy, ma ora mi viene spontaneo chiamare Corgan, e non ci aggiungo il maiuscolo nella "A" e una "O" finale perchè ormai sono maturo). 
Tutti i suoi progetti, da Machina II in poi, che siano stati il libro di poesie, il disco solista, il disco con gli Zwan, il ritorno dei Pumpkins, il disco di 44 canzoni, il blog o quel che cazz'era, sono stati bellamente ignorati e sbeffeggiati da una buona parte della vecchia fan base e dalla maggior parte della critica seria che Corgan, da vecchio lupo, sa distinguere benissimo da quella leccaculistica lobby che domina la scena.

E anche i vecchi trucchetti che avevano funzionato persino su Machina (la suite di 9 minuti con cambi di umore/stile, Oceania) qui sembrano triti clichè, sfoderati per carpire l'attenzione di un pubblico che però, caro Billy, non ha più 13/14/15 anni, ma 30 e rotti anni, e di acqua fresca ne ha bevuta direttamente dalla fonte da cui attingevi, imbottigliandola per noi pischelletti. Un album piuttosto fiacco che avrebbe reso fiero il Salieri di F. Murray Abraham (o meglio, di Shaffer/Forman) nella sua inoffensiva mediocrità... e c'è da ricordarsi che è il miglior prodotto a nome Corgan da almeno una decina d'anni.

Per un attimo ci avevo quasi sperato.
Voto: 5.4

Suede - 8 Track Mind (n/a, 2012)

Vediamo che diavolo è uscito di nuovo mentre non controllavo... mmmh, Mario Venuti, Gaz Coombes, Neil Young... hey, i Master Musicians Of Bukkake!
Bah, poi li ascolto.
Cremonini... naah. Il tizio dei Take That... no, non Cicciobombo Williams, quell'altro tizio che si sentiva figo... gli Suede, Jimmy Fal..
Aspetta un momento.
Aspetta un cazzo di momento... Brett Anderson aveva parlato di una reunion... di un nuovo album... ma mi sa che sono già stati in tour!
Cazzo, era ora!
Nuovo album di quello scoppiato, e andiamo!
E in fondo anche se non c'è Butler chissenefotte, sarà una figata comunque!
Minchia, ricordi di infanzia, gli Suede...
Animal Nitrate, Beautiful Ones, We Are The Pigs, Metal Mickey!
Beh, certo, anche Head Music non era male, nevvero?

Orca puttana, da quando non si droga più non fa più i dischi di 'na volta... ma che stronzate dico, gli album solisti erano abbastanza belli, ne ha fatto uno l'anno scorso.
Eh, erano poco Suede però.
Molto roba inglese, molto "pop" inglese, di quelle robe un po' mielose che alla radio ti dicono "ecco, il nuovo disco di questo smerigliabanane del westchester" e spunta la canzoncina con archi che alla fine cambi dopo un minuto perchè ti ha speronato i coglioni.
A dire il vero... 'nsomma, 'mpochetto nojosi i dischi di Brett da solo... com'era la teoria Sick Boy?
Un momento ce l'hai, il momento dopo l'hai perso, ed è andato per sempre.
Naah, che non è andato, se ha rimesso su gli Suede vorrà un po' di danari, non c'è dubbio... ma almeno qualcosa che suoni da Suede la tirerà fuori, no?
Eh, certo che tra Jane's Addiction e Smashing Pumpkins, ste reunion... vabbuò, sentiamo.

Mmmh... ma che cazzo gli piglia alla voce?
Sembra un po' southern rock sta roba, eh.
Southern rock suonato malino, a dire il vero.
Ma gli Suede... ma che diamine, ma non ne ha più voce?
Il chitarrista sembra quasi dilettante... eh, beh, certo nei Coldplay pure, lo so... ma...
Cerco su wikipedia, vah, m'abbuttai.
Ni.. niente nel 2012.
Il nuovo album sarà... blablabla... ma magari non è aggiornato... vediamo su google... ma che cazzo di risultati sono questi?
Ra.. Randy Suede e suo fratello... dell'Illinois?
La bbanda... la BBBAAANDA... non... non sono gli... che caz... ma chi sono 'sti tizi, i Good Ole Boys?
Ma ca... ma ca... ma cazzo... cambiate nome, no?

Sti bifolchi manco li conoscevano gli Suede... e non li caga talmente nessuno che non gli hanno fatto nemmeno causa...
Che Iddio onnipotente si fotta internet e i suoi malintesi.
Voto: ma bbaffanculo va, dopo mesi che non scrivo
Voto: 3,1 (se no il disturbo ossessivo-compulsivo non mi fa dormire)

lunedì 2 aprile 2012

Varie 2012 - Fotogrammi in fuorigioco

Yaaawn. La maggior parte della musica che ascolto negli ultimi anni mi butta giù in maniera peggiore di qualunque sonnifero, in maniera peggiore che Maria che fa Giovanna di secondo nome, in maniera peggiore, Zeus grande e misericordioso ci salvi, di Marzullo. Ogni tanto mi capita il miracolo, ma se parliamo di punk rock (o pseudo tale) del nuovo millennio, le probabilità crollano miserissimamente. E, peraltro, gli Sharks con il loro No Gods (Rise, 2012 Voto: 3,6), agghiacciante poppettino con i chitarroni spacciato per punk (con la conseguente, rituale dichiarazione del cantante James Mattok che rivela:"no, non siamo punk", ipocrita dichiarazione standard della quale ho le palle piene sin dai tempi di Billy Joe Armstrong e il suo multimilionario "Dookie"), pesante come le canzoni di Avril Lavigne e rabbioso come Rihanna, questo è un genere di musica che tenta di rendere palatabile una cultura con radici profonde e con contenuti profondissimi, svuotandola di ogni contenuto (sociale, etico/musicale, estetico) e ne lascia un contenitore totalmente privo di qualsivoglia significato, e, ad ogni buon conto, modificandone anche il contenitore con abbellimenti, pulizie e sterilizzazioni varie; ringraziamo per questo i più conosciuti degli apripista, i Blink 182, il peggio del peggio. Sappiate che se ascoltate questa roba, state sentendo una Britney Spears con meno talento, non del punk. Album d'esordio ben prodotto, che non mancherà di riscuotere successi di pubblico e di critica... la seconda già si è sprecata in lodi, lodi, lodi.
La Rise Records, finchè dura, lo ha messo in buona parte gratis su YouTube, approfittatene.
Decisamente meglio i Breton, collettivo inglese che rifiuta la definizione di "band" (o almeno, così mi è parso di capire... avrebbe aiutato che me ne fosse fregata una beatissima minchia, probabilmente) e che propone un electro-indie discretamente intelligente e a tratti pure molto interessante con questo Other People's Problems (FatCat, 2012 Voto: 6,4), talvolta smaccatamente "disco" (Governing Correctly), altre volte cupi e noisy, ma addolciti da campionamenti d'archi (Pacemaker), non mancano buoni momenti in quest'album spesso troppo Skrillexiano e gli appassionati del genere (dance punk? electroindie? sahjkadspok? 'nsomma, se semo capiti, daje) apprezzeranno il fatto che una nuova band sia pronta a tenere alto il livello (yaaaaawn...) della scena, non curanti del fatto che le canzoni che non fanno venire il sonno all'interno dell'album non siano comunque in numero così eclatantemente alto.
Un po' ripetitivo, ma ascoltabile.
Tutt'altro spessore ha il suono di Amadou & Mariam, ormai notissima coppia Franco-Maliana che ripropone, senza grosse innovazioni, il proprio afro-blues, mai come in quest'album carico di collaboratori, peraltro quasi tutti di enorme fama internazionale.
Come di consueto, anche in Folila (Because/Nonesuch, 2012 Voto: 7,8) la "Coppia Cieca" - come si sono autodefiniti a causa del fatto che... beh, cazzo che sono ciechi, no? - mescola in maniera assolutamente perfetta suoni, composizione e persino manierismi occidentali con quelli smaccatamente Maliani che, tra una cosa e l'altra, ormai sono abbastanza riconoscibili anche da un pubblico mainstream. Da un punto di vista della mera evoluzione, quasi nulla di nuovo... ma poco importa, dato che il risultato rimane a livelli sempre molto alti. Registrato prima a New York (con gli "indie") e poi in Mali (con musicisti locali), l'album è stato infine completato unendo il materiale tratto dalle due sessions a Parigi, ottenendo così un vero e proprio mix delle due culture, che è poi quello che ha sempre funzionato degli album di Amadou & Mariam. Sono molte le canzoni di bellezza rara: esempio ne sia la splendida Oh Amadou, che vede come ospite il talentuoso leader dei Noir Desir, Bertrand Cantat, noto oltre che per il successo di "Le Vent Nous Porterà" per aver pestato a morte la compagna Marie Trintignant in un accesso, mentre era totalmente fuori di testa per essersi strafatto di qualche roba che ora non so bene cosa sia. Disprezzo quest'uomo - uscito in libertà vigilata dopo aver scontato metà della pena per omicidio colposo - con tutto il mio animo, ma sono costretto ad ammettere a denti stretti che il suo contributo all'album in numerosi brani è davvero ottimo. E', oggettivamente, possibile separare il lato umano dal lato artistico di una persona? Davvero, non saprei. Il fatto è questo: un numero incalcolabile di artisti ha commesso atti abietti o persino feroci, ma non credo che per questo alcuno di noi disprezzi le loro opere. Se Picasso avesse ucciso la moglie, "Guernica" sarebbe per questo un'opera di minor valore? Ognuno dia a sè stesso la risposta che cazzo gli pare, e torniamo al disco.Talvolta le collaborazioni sono a dir poco ardite (Jack Shears degli Scissor Sisters aggiunge coretti disco a Metemya), ma in generale tutte azzeccate: rilevantissimo, ad esempio, il contributo di Nick Zinner (Yeah Yeah Yeahs) che in numerose tracce complementa la chitarra di Amadou. Tra le altre, da segnalare senz'altro Wily Kataso (ospiti i Tv On The Radio) e Wari (ospite Amp Fiddler che salcazzo chi sia, in tutta onestà). Un ottimo album seppur non particolarmente "nuovo"... ben prodotto, ben registrato e scevro di riempitivi. Bene così.
Citazione breve, infine per Holly Golightly featuring the Brokeoffs che ripropone alcuni tra i suoi classici e oltre che cover di pezzi più o meno conosciuti in un nuovo arrangiamento grazie alla nuova backing band (nuova per dire: il primo album insieme ai Brokeoffs è del 2007). Holly è molto talentuosa, ma l'arrangiamento, a dirla tutta, non funziona un granchè: scarni mandolini e chitarre acustiche bisogna saperli far funzionare e bisogna avere uno stile che non diventi ripetitivo dopo due o tre pezzi, cosa che non si può certo dire dei Brokeoffs. In più Holly non sembra avere lo spessore interpretativo per gestire la sua bella voce in un contesto di questo tipo; paragonarla a Diamond Dave nel progetto "Strummin' with the Devil" (un album di cover bluegrass dei pezzi più noti dei Van Halen) sembra ingeneroso: migliori i pezzi, migliori i musicisti, migliori gli arrangiamenti... ma, nondimeno, si può cogliere anche un diverso spessore nel carisma dei due che consente ad uno di lanciarsi in un'impresa simile, all'altra di far sbadigliare dopo il terzo pezzo. E così Long Distance (Transdreamer, 2012 Voto: 5,4), lungi dall'essere una porcheria, è anche molto lontano dall'essere qualcosa di dignitoso, e gli sbadigli si sprecano.

venerdì 30 marzo 2012

The Shins - Port Of Morrow (Aural Apothecary / Columbia, 2012)

Capita, ogni tanto, come per magia, che il magico mondo dell'hype porti a riva con le sue violente onde qualcosa di buono, di non ammuffito, di non devastato, di vivo, insomma.
Gli Shins (solo) di James Mercer, sono tutti nuovi, chè Mercer ha mandato affanculo tutti gli ex compari (non che contassero alcunchè, immagino) e l'ex etichetta (la leggendaria Sub Pop), ma l'hype che li ha portati a riva è vecchia storia: Zach Braff ed il suo Garden State, il funerale di Heath Ledger (!!!), The OC, rinomato campionario di indie band da portare in gloria, le collaborazioni con i due Mouse (Danger & Modest)... insomma, onde forti e violente.
Dicevamo, Mercer ha deciso di trovare qualcosa di nuovo e ha calato le carte: il palesemente indie dei tre album precedenti cede il passo ad uno smaccatamente pop che non lascia dubbi. Produzione (e lavoro strumentale) scintillante di Greg Kurstin (leggere il curriculum dell'uomo per credere) e pezzi da fischiettare in doccia; la voce di Mercer, oggettivamente bella e limpida, passa in primissimo piano, abbandonando gli echi e le retrovie indie: come fece Cobain ai suoi tempi, ma con maggiore malizia del biondino, Mercer spiattella il pop radiofonico sulla faccia di tutti, smussa gli angoli e cerca la gloria, come se il Grammy Award del 2007 non fosse bastato, in culo agli indie, alla comunità, alla finta indipendenza.
Ci mette l'elettronica di supporto (Bait and Switch) e la ballatona melodicamente devastante (September), ma il fulcro dell'album sono i pezzi midtempo come It's Only Life o il singolone Simple Song, quei pezzi che in radio SPACCANO e che se li becchi li canti tutto il fottuto giorno: è inammissibile lasciare lo scettro della radiofonicità ad un gruppo di mediocri come i Coldplay, fatevi avanti, santa miseria.
È bello, peraltro, vedere che di questa maledetta musica indie tutta uguale ne incominciano ad avere le palle piene anche gli interpreti, e che virino sullo smaccatamente pop è ancora meglio, hai visto mai che riportiamo le spogliarelliste ai locali di spogliarello, invece che sulle vette delle classifiche mondiali.
Non un capolavoro, ma un buon disco, piacevole, fresco, ascoltabile... tanto basta.
Voto: 7.2

giovedì 29 marzo 2012

Rocketjuice & The Moon - Rocketjuice & The Moon (Honest Jon's, 2012)

Se apprezzavate il Damon Albarn di Parklife e The Great Escape, ma lo amate solo da quando ha mandato in malora il brit-pop ed ha proposto ogni genere di progetto non convenzionale (spesso legato alle meravigliose terre africane) dovete ringraziare Justine Frischmann, la nobile pulzella - leader delle Elastica - che mollò Albarn  high and dry: ella, femmina disgraziata, fu origine di 13, il meraviglioso album dei Blur del 1998, e sempre ella, femmina sdisonorata, è probabile causa, in senso lato, degli innumerevoli, improbabili ma gradevoli strambi progetti dell'ex uomo più desiderato d'Inghilterra.
Tra questi innumerevoli, improbabili ma gradevoli strambi progetti, una cartelletta particolare è da dedicare all'Africa ed alla sua musica: prima il Mali (con Mali Music del 2002), poi la Repubblica Democratica del Congo (l'anno scorso con Kinshasa One Two) e adesso questo collettivo formato, come ossatura, da Albarn, un altro prezzemolo come Flea dei RHCP ed il batterista Tony Allen, noto principalmente per la collaborazione con Fela Kuti.
Oltre a questo trio di base, "formatosi" - se mi si passa l'iperbole - su un volo per Lagos, Nigeria, sul quale si trovavano quali membri dell'Africa Express Collective (un collettivo di non so che cazzo, ma che senz'altro fa cose positive in Africa, conoscendo i tre meravigliosi soggetti), Albarn ha pensato bene di coinvolgere numerosi musicisti africani e non, come Erykah Badu, Cheick Tidiane Seck (tastierista per Youssou N'Dour), il rapper ghanese M.anifest ed altra gente che non stiamo qui ad elencare; il risultato è forse il progetto meno riuscito di Damon Albarn: non che sia in alcun punto sgradevole, è che... cazzo, è una jam basso e batteria di 55 minuti! Abbiate pietà, santo cielo. 
Come vi potrà dire chiunque abbia una competenza seria in merito al basso, Flea tecnicamente è un bassista estremamente sopravvalutato. Come non ammetterà mai chiunque abbia una competenza seria in merito al basso, Flea sa fare funzionare una linea di basso alla grande; qui, con Allen, riesce a tessere delle trame interessanti sulle quali si innestano sintetizzatori e percussioni ma, nonostante questo, raramente le brevi jam che compongono i 18 pezzi dell'album arrivano a qualcosa di focalizzato: è probabile che i 3, oberati dagli impegni, abbiano avuto poco tempo per portare a compimento qualcosa di più di quanto si ascolta in quest'album, ed il risultato è che si ha il classico esempio di musica che diverte chi l'ha suonata, ma che, nel caso la si faccia ascoltare a qualcuno, l'ascoltatore finisce per raccontarti dell'assicurazione RCA dell'auto della nonna che sta per scadere e che forse è meglio non rinnovare perchè... , perchè non succede una mazza per una quantità di tempo non irrilevante. Gli episodi più belli, infatti, sono quelli nei quali si porta a compimento un'idea, come la bella Hey Shooter (con la Regina Badu) e Poison, rara apparizione alla voce del capomastro Albarn.
In sostanza: un gran bel peccato; lunghe jam afrofunk che non vanno da nessuna parte, pezzi rap inseriti un po' alla cazzo... tante intuizioni, pochi sviluppi.
Spero in un seguito più coerente, le basi ci sarebbero - forse sono tempo e volontà che mancano.
Voto: 5.9

mercoledì 28 marzo 2012

Madonna - MDNA (Interscope, 2012)

Negli ultimi dieci anni, le uniche volte che sento nominare il nome di Madonna lo sento affiancato ad alcuni epiteti che si concludono tutti curiosamente con l'accrescitivo -one, ad identificare la magna abundantia del merito e che preferirei evitare di citare, chè di 'sti tempi non si sa mai. Bene che le vada, sento il suo nome affiancato a quello del buon Quentin ("dick, dick, dick, dick...", la metafora di Like a Virgin e la fava grossa, ricordate?). Insomma, musica nemmeno a parlarne. La signora Ciccone, madre di nostro Signore, sin dai tempi di Music, agghiacciante opera di fine millennio, predilige la musica da far passare nei club e nelle palestre, quella roba tunz-tunz che sentite in sottofondo quando in palestra una tizia vi urla in faccia "EUNOEDDUEETRREEQQUATTRO! FORZA! DAAAI!!!", checcazzourli, stronza rincoglionita, che sono ad un metro dalla tua faccia da isterica e sudata,  quindi non è una sorpresa che si sia - nuovamente - circondata di gente che pompa nelle casse (sulle casse? all'interno delle casse? via le casse? non saprei, non ho familiarità col gergo gggiovane) come i LMFAO, Martin Solveig, William Orbit, Benny Benassi. Non è, parimenti, una sorpresa, che il risultato sia un'accozzaglia di suoni che fra venti minuti saranno datati, che sotterrano alcune buone intuizioni melodiche, consuete negli album Cicconiani. La differenza tra la Madonna anni '80 (e persino, a tratti, anni '90) e quella del nuovo millennio® sta proprio tutta qui: l'arrangiamento dei pezzi, questo sconosciuto. Tra Get Into The Groove e Hung Up, tra Like a Virgin e Girl Gone Wild la differenza sta tutta qui: prima si arrangiavano i pezzi come se dovessero essere suonati, venivano prodotti da gente che li riteneva musica e non chewing-gum.
Come fu e come non fu, Madonna mai tanto spudoratamente si è piegata ad un'immagine modaiola (quella di Lady Gaga) ed ad un suono già predefinito (sempre Gaga): mentre un tempo la moda la faceva, a livello di suoni, a livello di immagine, a livello di scandalo... le va di culo che ha ancora quel nome altrimenti, copia carbone come si è presentata nel 2012, non se la sarebbe filata nessuno.
Musica per aerobica, musica da sottofondo di Jersey Shore, musica per omosessuali caricaturali da Will & Grace... gays just wanna have fun, giusto?
Mi sembra discretamente triste che una donna (come un uomo) di oltre 50 anni si presenti come una sedicenne in mezzo a uomini nudi che ostentano la ciolla... casalinga disperata, miss Ciccone?
E poi i riferimenti all'MDMA (ecstasy, per i profani), i video con Nick Minaj e M.I.A., twitter e cagate varie... 'nsomma santo cielo, sono patetici i vari ricconi che fanno i gggiovanotti con ragazzette al seguito, ma non è che a fare la stessa roba da donna si è delle persone ammirevoli... a meno che non siate fan di Sex & The City, si capisce.
Si sprecheranno, immagino, le recensioni positive, il ritorno della grande Madonna, Madonna ne sa una più del diavolo e via discorrendo... ma se cercate musica passate oltre.
Voto: 1.3

giovedì 22 marzo 2012

Bruce Springsteen - Wrecking Ball (Columbia, 2012)


Per chi non ha vissuto gli anni '80, il culo injeansato del Boss non vuol dire probabilmente niente. Per chi non ha vissuto gli anni '80 con attorno uno/a fratello/sorella/cugino/cugina/zio nato a fine anni '60 o nei '70, probabilmente nemmeno l'appellativo "il Boss" significa nulla di particolare. Viceversa, chi ha vissuto la situazione di cui sopra, si è probabilmente sorbito Dancing In The Dark, Glory Days e Born In The U.S.A. almeno un milione di volte, ed ha avuto il mascellone del New Jersey di Bruce o le sue patinate chiappe di jeans come punto fermo dell'immaginario pop, campeggianti com'erano in ogni stanzetta ed in ogni rivista. 
Quella sua quasi ottusa onestà d'animo, così candida da risultare talvolta irritante, quella sua drammatica passionalità, accompagnata da una voce rauca e decisa, nonchè da canzoni perfette, lo hanno reso un'icona in tempi di edonismi reganiani e similari, in tempi di Rio e Club Tropicana, in tempi di paninari e Drive In.
Per chi ha vissuto solo l'alba del terzo millennio, tuttavia, rimane difficile comprendere il mito del Boss, e perchè le principali testate giornalistiche sbrodolino ad ogni suo passo... sono solo fan, ragazzuoli, non ci badate molto, e ascoltate me e le mie storie edificanti.

Passeggiavo romanticamente per la meravigliosa Torino, in una serata umida e piovigginosa, in una di quelle sere che ti fanno venire voglia di tornare a casa al calduccio. Bruce, il Boss, quello là delle chiappe insomma, mi aveva accompagnato nel mio viaggio a Torino: Wrecking Ball è stato la scelta per il mio sempre tragico approccio al tragitto volante; con mio sommo disgusto, è l'ennesima cagata springsteeniana del terzo millennio, Pete Seeger mescolato al suono della E-Street Band... l'ennesimo album sulla crisi economica, peraltro... insomma, per lo meno la rabbia e la noia mi hanno distolto dalla mia folle paura degli aerei, quindi, poggiati finalmente i piedi per terra, iddiocisalvi, benebbravoippilota, sabbenedica, il Boss mi è rimasto in mente come un amico che dice sempre un sacco di fregnacce (senza mai mentire, badate bene!), ma che ti vuole bene e in fondo, che diavolo, gli vuoi bene anche tu a quel cazzone di un Boss, un tempo era figo, non diceva fregnacce (no, non mentiva nemmeno allora).
Insomma, eravamo a Torino, e avevo una fretta boia di tornare a casa, col freddo cane che ti congela gli ammenicoli, con la pioggia pungente che ti fa chiudere ritmicamente gli occhi come se avessi un dannato tic e i calzini umidi per tutte le pozzanghere che ho centrato da vero minchione; passando davanti alla FNAC, notai un nugolo di gente seduta per terra, attorniata da poster in cartone del Boss  e che segue due tizi (che in seguito ho identificato nei bravi Massimo Cotto, giornalista di Radio Capital e Claudio Trotta, fondatore di Barley Arts e grande fan del Boss) che chiaccherano amabilmente tra loro da un monitor LCD, o meglio, da più di un monitor LCD... sono testi quelli che scorrono sul monitor? Karaoke? Alla FNAC? Ma che cazzo, entriamo, no? 
Sembra un'assemblea di istituto, giovani e mooooolto meno giovani che ascoltano, estasiati, l'anteprima dell'album con tanto di testi che scorrono sui monitor (esatto, non era karaoke), seduti a terra e nelle sedioline di plastica, sorseggiando una bella birrozza fresca alla spina comprata al cafè FNAC, che per l'occasione vende anche le suddette birrozze - belle fresche, nè? - in trepidante attesa che l'album sia messo in vendita... alla mezzanotte, o meglio ancora mpo' prima che domani si lavora, nè?
L'album, ad un ulteriore ascolto, si conferma nettamente mediocre: per conferma, chiedo alla mia dolce metà che non ha trascorsi col Boss, nessun poster con le chiappe; ascolta quel che sente e non può che concordare. 
Mondezza superradiofonica, il Boss che ti racconta la crisi e la perdita, la tristezza e forse anche il buon Clemons, scomparso da poco, nomina "Jesus" in tanti, troppi frangenti, con quel midtempo stucchevole e quell'insopportabile piano che accompagna il tutto da 30 cazzo di anni, e daje Bruce, suvvia, cambiamo un po' qualcosa, o dobbiamo farti diventare il Ligabue d'oltreoceano?
Anche per chi non capisse l'inglese, si sentirebbe comunque la puzza di retorica Springsteeniana da chilometri, e mi prende una sorta di rabbia cieca per quei rincoglioniti che stanno lì seduti ad ascoltare canzoni inascoltabili... CHECCAZZO, QUALCUNO URLI AL BOSS DI ANDARE A FARE IN CULO, PERDIO!
Penso a quanto sia irritante che il popolino accetti acriticamente qualunque nuova cagata del proprio idolo come un assoluto capolavoro, e sia pronta ad aspettare la mezzanotte per acchiapparsi un misero librettino ed un poster (che ho cercato, senza risultato alcuno, di ottenere in regalo da uno dei tizi della FNAC... aò, era bello il poster) e poi, mentre mi concentro, comodamente seduto a casa, su come deridere online il popolino, i rincoglioniti seduti all'assemblea d'istituto, mi arriva la luce, come a Joliet Jake.
Non sono incazzato con o per loro, non sono incazzato nemmeno per il mediocre album del Boss... sono incazzato con me.
Sono incazzato perchè non me ne fregherebbe più un cazzo, nel mio apatico torpore da Generazione Zero Euri, di stare seduto come quelli là... checcazzo, è pure un'iniziativa carina, un modo per fare aggregazione, un modo per divulgare cultura musicale invece che grandi fratelli, e poi, diobono, se a quei tizi piace il nuovo album del Boss saranno liberi di comprarselo con gadget, poster ed edizioni da collezionisti, o devono chiedere il permesso a me?
Sono incazzato perchè se anche fosse il nuovo album degli Stones o non so di che cazzo, avrei comunque detto "meh, chissenefotte"... sono incazzato perchè ci siamo autoprivati di ogni entusiasmo, ci siamo annegati nell'apatia, ci siamo lasciati sotterrare dalle speranze perdute, abbiamo scelto la strada sbagliataed è colpa nostra, sissignore, solo ed esclusivamente nostra, che ci facciamo cullare dai sovrastimoli, che ci facciamo ipnotizzare per otto ore al giorno da Facebook... non è colpa di Silvio, nè dei nostri genitori, nè della società, nè della Crisi, mistica entità che ci ha inculato tutti (perchè i prestiti per comprare i 52" e i SUV li ha chiesti la Crisi). E' colpa nostra, di noi che con sordido cinismo gongoliamo nello sfottere chi ci crede ancora, chi ha un minimo di passione,  chi ha il cuore... quella roba che fa rima con amore, mi pare di ricordare.
E allora me lo riascolto il Boss, sul pullman per Malpensa, anticipando quello che sarà il più drammatico volo della mia vita... ma questa è una storia diversa.

Interessantissima photo gallery
 
          

Voto: 5.1
Leggi la recensione su Il Cibicida:


mercoledì 21 marzo 2012

Paul Weller - Sonik Kicks (Yep Roc, 2012)

C'è un espressione, nella lingua inglese, che adoro: l'espressione è "to go bananas". Non chiedetemi di tradurla, sarebbe come chiedere ad un napoletano di tradurre "chella cessa zompaperete e' mammeta" o di far spiegare ad un catanese quanti significati possa racchiudere l'esclamazione " 'inkia!". In una bella recensione di quest'album, Maria Schurr afferma che per i vecchiardi in musica ci sono due strade fondamentali che vengono seguite in genere: fare i "duri e puri" e perseguire su cammini già in precedenza tracciati o, in alternativa, go bananas e fare qualcosa che, se riesce, mette i ragazzini al loro posto.
Beh, Paul sono ormai tre abbondanti album che è andato maledettamente bananas, d'altra parte l'ultimo capitolo più o meno classico fu "As Is Now", gran bell'album del nostro Modfather datato 2005... e di acqua, da quel 2005, ne è passata molta sotto i ponti; e Weller non smette di stupire, sbarellando con psichedelia ed elettronica: l'introduttiva Green è un perfetto campioncino (e forse tra i meglio riusciti dell'album) del menù che mastro Weller servirà, tra orge di chitarre elettriche, cazzeggio con la stereofonia e rumoristica tipica dello space rock che fu. 
Anche ciò che è melodicamente e stutturalmente più consueto (come The Attic o il singolo The Dangerous Age) ha comunque un sound raramente riconducibile al modfather... meravigliose sclerate psichedeliche come Drifters o When Your Garden's Overgrown (ospite Noely G) dominano l'album, ma non mancano altre sorprese come la cavalcata dub (??? 'inkia!) Study in Blue.
Un album che non è sicuramente un capolavoro, ma neanche l'ultimo degli stronzi [cit.], e che conferma che il Modfather è tutt'altro che morto, ma è andato nettamente bananas. Per fortuna.
Voto: 7.8

lunedì 27 febbraio 2012

Skrillex - Bangarang EP (Big Beat/Atlantic, 2012)

Per quanto mi riguarda, la dubstep (il dubstep? mah) è l'ennesimo nome che non significa un cazzo. C'è da chiarire che, almeno per quanto riguarda la musica elettronica, questa pletora di generi ha un senso: non sono vaghe distinzioni fatte a casaccio, sono invece specifiche tecniche che hanno rispetto per i bpm, per la metrica del pezzo, per la posizione dell'accento nella battuta, et cetera. Ciò non toglie che, ai fini dell'ascolto, fregancazzo a nessuno se nel tuo fottuto campionatore hai messo il rullante anticipato, mi interessa cosa hai scritto, non come, tanto più che non parliamo di musica da fruire a livello artistico, ma semplicemente commerciale. L'adorabile Skrillex, un tizio che fa venire in mente il famoso titolo "Lascereste uscire vostra figlia con un Rolling Stone?" è in fase fatboyslim/figaro: tutti lo vogliono, tutti lo cercano, tutti lo amano. "Porquè?", potrebbe domandarsi un novello Mourinho? Risposta: perchè talvolta la ggggente si intrippa male senza motivo con porcherie d'alto livello. Non che la dubstep sia tutta da buttare nel cesso, si capisce; è solo che se vado ad ascoltare, senza badare a ciò che sento dire, a me quest'extended play fa discretamente pietà. 
Da uno che è riuscito a rendere più tamarra Lady Gaga non è che mi aspettassi musica soft, ma qua siamo al limite del tamarroide, o anche dell'emorroide, volendo essere precisi. 
Come si compete al fatboyslim/figaro del momento, le collaborazioni abbondano, su tutte quelle con i Doors rimasti, che decidono che se i Queen rimasti (Deacon eccettuato) possono vendere la dignità per un piatto di pasta, anche loro vogliono sta cazzo di pasta, e FORMAGGIO ABBONDANTE, VIVADDIO!
Invero, l'unica roba vagamente sopportabile è proprio la suddetta collaborazione (Breakn' a Sweat), cafonata di regime nella quale troviamo la frase "Light My Fire" e dei campionamenti di un Morrison parlante, e parliamo di cose insulse, in ogni caso.
Per il resto, è una delle più irritanti raccolte di musica elettronica che abbia mai sentito; probabilmente, si intuisce, Skrillex è un DIO se ti trovi in pista, ma di tutti questi dubsteppari è quello che sinora mi ha fatto più cagare su disco.

Voto: 4.1

Perfume Genius - Put your back N 2 It (Matador, 2012)

Nella infernale ricerca di qualcosa che sia meritevole di essere ascoltato, è inevitabile oggigiorno sorbirsi questo fottuto indie-qualcosa (indiepop, indierock, indietronic, indieconcaponata, indiedoppioformaggio). E, siccome non è che 'sti  indie-qualcosa siano esattamente dei rivoluzionari quanto ad originalità, ascolto dopo ascolto tendi ad isolare i vari canoni, lo standard, lo stereotipo dal quale attinge (magari convintissimo/i della propria unicità!) l'indiozzo di turno. 
Il primo, il più classico, quello che scala le classifiche annuali e che sarà, tristemente, in testa a quelle di questo gramo decennio (sempre che non venga spazzato via da qualche nuova moda), è l'indie-triste. Disponibile in tre  modalità: o barba e chitaRa, o gaio e con scarno arrangiamento di pianoforte, o donna con voce delicatissima e arrangiamenti pseudo folk.
Esempio tipico di tutto ciò è il buon Perfume Genius, con il suo Put your back N 2 It ), secondo album di studio, del quale ha fatto scalpore il promo (16 secondi nei quali abbraccia un altro uomo, l'attore di porno gay Arpad Miklos) che YouTube ha deciso di censurare perchè "non per famiglie". Ora, sono due uomini - poco vestiti, lo concedo - che si abbracciano affettuosamente: non si baciano (ci sarebbe qualcosa di male?), non hanno atteggiamenti "sessuali" (cosa che, peraltro, non si può dire di un buon 50% dei video sul tubo) ... sostanzialmente non fanno un cazzo, si abbracciano e basta. Giustamente, ci si è incazzato pure Michael Stipe per un atteggiamento così ottusamente omofobo. Bah, amico Genio del Profumo, futtatinni: c'è Dailymotion, c'è Vimeo, c'è un sacco di altra roba dove pubblicizzare il tuo ultimo capolavoro.
Apprezzato in lungo ed in largo, è, sostanzialmente, un altro indiozzo triste.
Voce mesta, arrangiamento minimale di piano (e poco altro), testi che affrontano amore, droga, omosessualità, me nannu, me nanna... 'abbene.
Molto bbravo Perfume Genius, due minuti, tre minuti, quattro minuti... poi ti rompi i coglioni.
Vedi, Genio Depprofumo, esiste una stramaledetta ragione se pochissimi nella musica pop d'ogni tempo si sono permessi di usare uno scarnissimo arrangiamento di pianoforte e null'altro per minuti e minuti: perchè te lo devi poter permettere.
Il sig. Genio Depprofumo ha abusato del "me lo posso permettere" quando così non era, e ci ritroviamo con un intero album di musica semi-ambient (i.e.: frantumamento di balle) con qualche buona canzone, su tutte la delicata Normal Song (che, va osservato, è accompagnata dalla chitarra acustica e non dal pianoforte).

Voto: 5,3

giovedì 23 febbraio 2012

Varie 2012 - la certezza è peggio della pazzia

Alla casella "sacrosante certezze", nel panorama musicale del nuovo millennio, ci sono sempre stati nel mio diario Mark Lanegan e i Calibro 35. Concederò, come i più arguti non mancheranno di sottolineare, che sono artisti di tenore e spessore internazionale diverso: beh, Lanegan è stato tra i guru della odiata e piovosa Seattle che ha regnato incontrastata per i primi 5 anni dei '90... concedo, concedo, ci mancherebbe altro.
Non mancherò di sottolineare io, però, che le due certezze sono senz'altro di tenore diverso: Lanegan, certamente, pubblica album esaltati dai critici in ogni dove, competentissimi ed in gamba come rincoglioniti e incapaci; nel caso specifico parliamo di Blues Funeral (4AD, 2012 Voto: 7,1), inevitabilmente, l'album mi piacerà senza esaltarmi, è una dannata certezza. Accompagnato dal fido Alain Johannes, Lanegan invoca Muddy Waters, professandosene schiavo, ma del Blues del titolo resta solo il funerale (sempre nel titolo, guarda tu le coincidenze): una pletora di drum machines e synth ed un cielo plumbeo degno del sopracitato funerale, ma assolutamente privo di blues. Ci troviamo persino una Ode to Sad Disco, perdio!
"The blues ain't nothin' but a good man feelin' bad, thinkin' 'bout the woman he once was with", diceva qualcuno; qui non ci sono good man, non si feel bad proprio nessuno, e non c'è nessuna woman a cui pensare a parte Isobel Campbell, ma mica tanto, cioè, chi cazzo se ne fotte della Campbell? E da dove vengo io, you don't blow no harp, you don't get no pussy. Texture su texture su texture: molto atmosferico ma, appunto per questo, sembra sempre sia sul punto di esplodere, esplosione che, fatta eccezione per l'introduttiva The Gravedigger's Song, non avviene mai.
Non fraintendetemi: è un album di buon livello, come accade sempre con Lanegan. Accade sempre, altresì, che non sia un capolavoro, per quanto concerne chi vi scrive. Sarà che ammemepiaceobblus.
L'altra certezza, i Calibro 35, accostata al poderoso ed altisonante nome di Lanegan, mi procurerà non poche inimicizie, ne sono sicuro... ma STI GRAN CAZZI. Questi ragazzacci  sono ormai al terzo album nel quale ripescano da una osannata tradizione italiana, quella del filmaccio anni '70, possibilmente "poliziottesco". Se dal punto di vista cinematografico con l'osanna costante e ripetuto da parte della critica (e di Quentin Tarantino, mavabbè) si è un po' perso il reale valore di quei film (più di quello che si diceva un tempo, molto meno di quello che si dice adesso), dal punto vista musicale non si è mai elogiato a sufficienza lo splendido lavoro fatto dai vari Trovajoli, Micalizzi, Umiliani, Morricone, Piccione, Bacalov, Manuel De Sica, Stelvio Cipriani, Guido e Maurizio De Angelis e così via discorrendo. 
Caratterizzato come sempre dal livello tecnico superiore che era tipico dei due dischi precedenti (e dei maestri di riferimento), stavolta abbiamo un campionario di pezzi originali (fatta eccezione per Passeg­geri Nel Tempo del maestro Ennio Mor­ri­cone e New York New York  di Piero Pic­cioni)  di Gabrielli e soci che non ha nulla da invidiare a quanto di meglio il filone abbia mai offerto. 
Un misto di jazz, lounge, funk e quant'altro, Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale (Venus, 2012  Voto: 8,3), è un ennesimo lavoro SPLENDIDO nella discografia dei Calibro 35, che non vedo l'ora di rivedere dal vivo.
Che sia il surf-funk-rock di Uh Ah Brrr, o il funkettone di Arrivederci e Grazie, o, ancora, la swingata Buone Notizie, i Calibro hanno fatto nuovamente centro, alla grandissima, non se ne dispiacciano i fan del buon Lanegan.

giovedì 16 febbraio 2012

Retrospettive: The Doors

The Doors


Ladies and Gentlemen... from Los Angeles, California... THE DOOOOOORS!!!
Una band di musicisti eccezionali: Robbie Krieger è un ottimo chitarrista, John Densmore è un eccellente batterista e Ray Manzarek è determinante sull'impatto musicale della band con il suo organo (la tastiera, non la minchia). Ma il motivo per cui ci ricordiamo di codesto gruppo è un altro: un buffone nietzschiano chiamato James Douglas Morrison.
Lui è la faccia che vedete sulle felpe da ordinare col Postal Market, lui è la faccia attaccata dietro la vostra Panda, lui è l'adesivo sulla chitarra che vi ha regalato mammà: un cantante abbondantemente superiore alla media con una presenza scenica che solo Elvis prima di lui e Freddie Mercury dopo di lui hanno avuto, la rock star maledetta per eccellenza (è morto a Parigi in circostanze misteriose a 27 anni... qualche imbecille dice sia fuggito in Africa o ai Caraibi) e anche un decente poeta (certe volte persino ottimo).

lunedì 13 febbraio 2012

Retrospettive: AC/DC



AC/DC Gli Acca Dacca sono l'impersonificazione della cazzutaggine e del cazzeggio: gli unici loro interessi (condivisi dai britannici Motorhead) sono birra, droga, rock and roll e.... cchiù pilu ppi tutti!!! PI - LU! PI - LU! PI - LU! PI - LU!
E come fare a biasimarli? L'art-rock aveva rotto le balle a tutti e il glam rock era pieno di paillette, rossetto e mascara, quindi l'unica soluzione per gentaglia come loro (e come me... e spero come voi) era l'epitome del divertimento, tre (o due.... o anche uno...) accordi conditi da testi che fanno incazzare le femministe!!! Yeeeeeeh! Ehr...
Guidati dai fratelli Malcom e Angus Young (quest'ultimo è l'immagine del gruppo... un ragazzetto in calzoncini e tipica divisa scolastica da scuola inglese che spara raffiche di note ad una quantità indecifrabile di decibel) alle chitarre, per la prima metà della loro carriera con l'incredibile Bon Scott alla voce e, in seguito alla sua tragica morte, con l'ex-Geordie Brian Johnson (ovviamente la sezione ritmica rasenta l'inutilità, ma fa quello che deve fare senza sbagliare), hanno dimostrato al mondo che si può anche smetterla per un cazzo di minuto di prendersi così fottutamente sul serio e divertirsi un po', cazzo.

Varie 2012 - a Giovanardi non piacciono Jenna ed Eva Angelina

SPQP: Sono Pazzi Questi Politici. Hanno vissuto in un governo la cui attività principale è probabilmente consistita (dicono le malelingue) nel fare accoppiare giovani donne disinibite vestite da poliziotte e/o infermiere accompagnate da un menestrello, e ora inveiscono contro i bbbaci tra donne. Io proprio non comprendo. Forse il problema è l'assenza di menestrelli, spediti a guadagnarsi il pane lontano lontano? Ma no, onorevole, no... che problemi ci sono! Il menestrello ce lo abbiamo bell'e pronto, viene dall'Ammmerica degli abbronzati, e suona con un secchio di KFC sulla testa: il fantastico Buckethead, che ci propone il suo 35esimo album solista, denominato Electric Sea (Metastation, 2012 Voto: 7,6), seguito ideale di Electric Tears del 2002 - anch'esso tristemente scevro di giovani donne che si leccano - e nuovo capitolo della saga del chitarrista col cesto di KFC in testa. Non fatevi ingannare: se non lo conosceste, è un chitarrista tecnicamente sublime, ed in questo caso specifico estremamente moderato; non ejacula qua e là piogge di note alla velocità della luce come un Malmsteen qualsiasi. Il suo gusto per lenti ed atmosferici brani di chitarra acustica conditi da occasionali solo di elettrica (mai eccessivamente invasivi) lo porta a produrre serenità, una serenità che ben si sposerebbe con i frizzi ed i lazzi di un festino intimo e privato, con o senza Giovanardi. Dedica una canzone a Michael Jackson (ammicco ammicco), già disponibile per il download sul suo sito, quindi anche per altri determinati feticci siamo a cavallo. Ci sono anche due rielaborazioni di pezzi di Bach (che non è quello dei fiori, ma il buon Johann Sebastian... no, no, non il Sebastian degli Skid Row, prestate attenzione), ma non si può essere perfetti. Un buon album, seppur non incredibilmente memorabile, molto più vicino alla classica che al rock. Onorevole, mi sembra un buon candidato, no? Non schifiamolo.
Molto più schifabili sono invece i Big Pink, con il loro secondo album Future This (4AD, 2012 Voto: 4,1) ennesima NME Best band of the qualcosa, ennesimi tempertrappiani, ennesimo rompimento di apparecchiatura testicolare electro-indie. Una noia BESHTIALE, ove ogni tanto compare un assolo di chitarra decente (Lose Your Mind) o un verso che non sia totalmente insipido (Give It Up). Del resto l'esordio era tutt'altra cosa (seppur non trascendentale), ma qui non abbiamo video di gente che piscia in strada, non abbiamo copertine con maschi che si leccano e fanno robe, quindi tutto ciò che resta è un inascoltabile accozzaglia di rumorini electro-indie che non va da nessuna parte. Meh. 
Uno zinzinello meglio (ma non troppo) sono gli A Place To Bury Strangers, con il loro ep Onwards To The Wall (Dead Oceans, 2012 Voto: 6,3), ennesimo capitolo di emulazione dei Jesus and Mary Chain... uno shoegaze non particolarmente offensivo ma assolutamente irrilevante, se devo ascoltare una roba del genere la ascolto dagli originali... post punk di routine, che non proporrei a nessun festino. Ci vogliono gli hook per fare questa roba ragazzi, ci vogliono gli hook... feed me with your kiss, purchè non siate due donne.
Bella copertina comunque, non ci sono donne che si baciano nè gente che fa pipì in strada.

domenica 12 febbraio 2012

Motorpsycho & Ståle Storløkken - The Death Defying Unicorn (Rune Grammofon, 2012)

Motorpsycho & Ståle Storløkken - The Death Defying Unicorn [Album Cover]  Motorpsycho & Ståle Storløkken - The Death Defying Unicorn
 Voto: 9.7
 La recensione su... (clicca sull'immagine per aprirla)

   Il cibicida

venerdì 10 febbraio 2012

Varie 2012 - Il posto fisso è noioso, per questo siamo precari

Quando leggo informazioni sugli Alcest, in ogni dove leggo di "french black metal". Sangue di Ismaele, sulla pagina di allmusic c'è persino scritto "death metal". E' assolutamente allucinante definire Les Voyages De L'Âme (Prophecy Productions, 2012 Voto: 7,2) "black metal", per quanto mi riguarda, e infatti il cantante della band francese rimane sconvolto quanto me. O siamo pazzi noi? Ma che cazzo ne so. Questo viaggio dell'anima, in realtà, è alternative rock dei più classici e anche di livello abbastanza alto, con imponenti influenze shoegaze ma stemperate da un vago aperfectcirleismo, caratteristica tipica di chi ha difficoltà a dare alle proprie canzoni i cosiddetti "hooks", gli appigli, le robe che ti si incastrano nel cranio, insomma. Se apprezzate un alternative rock molto atmosferico ed ipnotico, buttatevici a capofitto su 'sti ragazzi, sono molto meglio di quanto offra al momento in questo settore il mercato americano.

Parlando di atmosfere, invece, ci spostiamo sugli Sleestak con il loro Altrusian Moon (auto-prodotto, 2012 Voto: 6,3), che adeguatamente sottotitolano "a lo-fi collection of psychedelia and space rock", un lunghissimo potpourri, tirato fuori dagli archivi, di jam psichedeliche che non vanno da nessunissima dannata parte. Resteranno stupiti di quanto sia soft coloro che già conoscevano gli Sleestak, i quali  normalmente fanno un bordello della madonna con il loro doom/stoner metal - fra l'altro di pregevole fattura - appesantito da un cantato tendente al growl. Non è malaccio, ma è un'ora e trentacinque di tizi che suonano riff inconcludenti (seppur piacevoli) in sala prove, con tanto di errori (soprattutto alla batteria)... è anche vero che la band lo regala attraverso il proprio sito bandcamp (potete lasciare un'offerta di vostro gradimento per supportare le registrazioni del loro prossimo album), e che è un'ottima colonna sonora per spippacchiare circondati da incenso e candele, quindi se avete questi propositi siete nel posto giusto.

Torna alla ribalta, dopo aver rischiato di morire (ed aver subito una trasfusione del 100% del sangue corporeo) il leggendario Al Jourgensen che ha pensato bene, cagatosi sotto per il rischio corso, di realizzare il progetto del quale parla da 30 anni: un dannato disco country & western. Sì, sì, Al, quello dei Ministry, dei Revolting Cocks, eccetera. C'è di più: aveva cercato dei musicisti country, ma, non si capisce bene per quale motivo, ne ha presi di altri che col country non c'entrano una beata: Rick Nielsen dei Cheap Trick e Mike Scaccia dei Rigor Mortis alle chitarre, Tony Campos degli Static X al basso e... una dannata drum machine. In un disco country. Aaah, Al, Al, Al.
Ci sono le violiste, sono due tizie di Houston... almeno quelle suoneranno country? Nicht. Nothing. Nada. Suonano musica classica. Aaaah, Al, Al, Al.
Il risultato è di una cazzoneria fuori da ogni limite, con il buon Jourgensen (sì, cazzo, ho già detto quello dei Ministry, non c'è bisogno di chiedere) che urla come ai bei tempi di NWO, un buon suono in generale un po' scoglionato dalla drum machine e testi da tipico jubox nel bar dell'Alabama (alcool, fregna, droga, fregna, alcool)... aò, a me piace, che vi devo dire, fucilatemi.
Il disco si chiama Bikers Welcome! Ladies Drink Free (13th Planet Records, 2012 Voto: 6,3), ed il gruppo Buck Satan & The 666 Shooters, e si prepara a ricevere una pioggia di critiche. Meno peggio di quello che dirà chi lo critica, e decisamente non bello come diranno i fan di Jourgensen... insomma è una... roba. Prendetelo per quello che è: una cialtronata divertente.

giovedì 9 febbraio 2012

Air - Le Voyage Dans Le Lune (Astralwerks, 2012)

Dopo averci fatto un piacevole safari nel 1998 (Moon Safari, piccolo capolavoro) i due francesini Air ritornano sulla Luna, musicando la versione restaurata e colorata a mano del classico del 1902 di George Meliès che già era stato citato dagli Smashing Pumpkins nel video di Tonight, Tonight. "Riportiamo l'arte nella musica" e tutte queste minchiate, che altro non vogliono dire se non "dobbiamo escogitare qualcos'altro per fare un po' di dindini, non ho abbastanza champagne per riempire l'idromassaggio". 
Gli Air sfornano il più irrilevante degli album gradevoli: suoni vagamente prog per riempire di audio il video di Meliès. Come tutte le colonne sonore esplicitamente intese come colonne sonore, dà una sensazione di incompleto; del resto, DEVE essere incompleta, manca una parte visiva senza la quale non sarebbe stato concepita. Ma, se in The Virgin Suicides, altra colonna sonora di un omonimo film, c'era di che togliersi il cappello, qui c'è solo di che grattarsi la cappella (se mi perdonate la poetica immagine): ottima la scelta di Sonic Armada come promo dell'album, e la sussurrata voce femminile che recita domandandosi "Who Am I Now?" è estremamente interessante come melodia, ma tutto ciò che rimane dell'album è assolutamente evanescente. 
Perfettamente adeguato a sostenere la visionaria fiaba di Meliès, ma come album... le merde.
Un gingillo d'ispirazione prog, nient'affatto sgradevole... ma ampiamente dimenticabile.

Voto: 6.2


In regalo, con la rivista "Coglione Moderno", il supplemento "Men's Balls" e il vidio del viaggio nella luna.



Sempre che youtubbo non lo tiri giù.
Enjoy.

Van Halen - A Different Kind Of Truth (Interscope, 2012)

E' dal 1996 che il mondo attende una reunion di una delle più grandi rock band di sempre nella sua formazione (più o meno) originale. Ma il fantastico Eddie Van Halen (fantastico, finchè non ci devi lavorare) e il meraviglioso "Diamond Dave" Lee Roth (meraviglioso, finchè non ci sei assieme ad una conferenza stampa) litigano in maniera pressochè ininterrotta dal 1984, quindi non se n'è mai fatto nulla, anche perchè Eddie ha avuto, tra rehab e cancro, grossissimi problemi di salute. Ormai Eddie non beve più e si mantiene in gran forma, per la nostra grande gioia. In più o meno gran forma è anche Diamond Dave, anche se, per forza di cose, l'età in un frontman si fa sentire in maniera meno lusinghiera, tirando allo stremo le corde vocali e aggiungendo rughe al viso di chi ti ha sempre dato la faccia, più che le dita.

A completare la formazione non c'è Michael Anthony al basso, ma il piccolo Wolfgang Van Halen (ti accorgi di essere un fottuto decrepito quando incominci a chiamare un tizio di 20 anni "piccolo"), che già aveva ben figurato nei tour di reunion iniziati, se la memoria non mi faglia, nel 2007.

Procrastino nell'iniziare a parlare dell'album, perchè dei Van Halen sono un fan della prima ora, ('nsomma), ho iniziato a seguirli per ragioni stupidissime, ma un botto di tempo fa.
Il meraviglioso "New Communication Tasks", libro di inglese per le scuole medie, li citava ad ogni pagina, ed ad uno stronzetto curioso non puoi ripetere un nome così tante volte senza che perlomeno ci provi a scoprire di che diavolo si parli. E così scoprii questo caciarone clownesco che saltava a cosce larghe manco fosse un misto di Van Damme e Lorella Cuccarini, e quest'altro tizio che suonava la chitarra meglio di quanto mai potessi sospettare che si potesse fare... pensavo "cazzo, ma è legale?"

Tralasciando la sezione "nostalgia", veniamo a sto benedetto album. Partiamo da un punto fermo: è meno peggio di quanto potessi immaginare; sentendo Gary Cherone (e persino gli episodi con l'altrimenti ottimo Sammy Hagar), il terrore che possano fare qualcosa del genere era molto, molto forte. Poi senti il singolo in anteprima (la mediocre e iperprocessata Tattoo) ed il terrore si trasforma in disperazione...

In realtà, tuttavia, buona parte dei pezzi sono pezzi scritti prima del debutto e presentati alla Warner nei famosi demo che garantirono loro un contratto, e non so quali e quanti pezzi siano invece stati scritti ex novo, ma di positivo c'è che non si sente la differenza tra vecchi e nuovi. D'altra parte, però, se questi cazzo di pezzi sono stati ignorati sinora mentre tutto il resto del demo era stato ri-registrato negli album con Dave in formazione, CI SARA' UN MALEDETTO MOTIVO.
Molto più pesante di quanto mi aspettassi, i redivivi Van Halen ci danno che ci danno che ci danno, con Eddie a far volare le dita sulla tastiera e Diamond Dave che sfoggia il suo solito campionario di meravigliose cialtronerie; questo non toglie che i pezzi siano un'unica massa informe di "meh", un gradevole antipasto per andarsi a risentire il vecchio repertorio.

Non c'è niente che vorreste risentire dopo il primo ascolto, nonostante Eddie, nonostante Dave e, dei quattro pezzi che sono nettamente sopra la media ci sono As Is e Outta Space che in ogni caso possono competere con chi c'è adesso ma non con i Van Halen, e Big River e Stay Frosty che sono due mezze scopiazzature meno riuscite rispettivamente di Runnin' With The Devil e Ice Cream Man...
Il suono riesce a ben mascherare l'età di Dave, ma sterilizza un infuocato Eddie Van Halen e sotterra il piccolo Wolfgang il cui basso si sente davvero poco; il buon Alex Van Halen pesta i tamburi senza soluzione di continuità, senza offrire particolari problematiche di discussione.

In sostanza, un album che i vecchi fan aspettavano con ansia (un po' come è oggetto d'attesa il nuovo Sabbath, che tarda a giungere dal lontano 1998, e pare tarderà ancora), e che il popolo del rock tutto, fan e meno fan, attendeva con curiosità. Probabilmente ci sarà chi lo apprezzerà e lo paragonerà ai migliori episodi dell'Olandese Volante e di David Diamante, ma non lasciatevi ingannare, il meglio sta altrove. Sufficiente.

Voto: 6.0