martedì 31 gennaio 2012

Lana Del Rey - Born to Die (Interscope, 2012)

Lana Del Rey, Lana Del Rey, Lana Del Rey, Lana Del Rey: qualunque maledetta roba apro o leggo ultimamente sembra parlare di Lana Del Rey, Lana Del Rey, che poi vaccaboia non si chiamava Lana Del RAY, maledetto il mondo ladro?
Okkei, non avevo nemmeno sentito l'esordio, però ho la memoria che ho, che ce volemo fà? 
Mi sono detto, se il NME di questa settimana dedica a questa illustre signorina dall'aspetto gradevole, tanto gradevole da essere quasi ministeriale (o almeno sottosegretariale) SEI strafottutissime pagine, che nimmanco a Blonde On Blonde santissimo cazzo, sarà un artista strepitosa, qualcuno di interessantissimo, qualcuno che, anche nella malaugurata ipotesi che mi facesse pietà, che dovessi staccare dopo dieci secondi e mettere Reign In Blood per ore e ore, non potrei ignorare.

Caro, ingenuo fessacchiotto che non sono altro.

E' una delle cose più irrilevanti che abbia mai visto la sacra luce del laser che legge i dischi compatti, è una delle cose più insipide che abbia mai toccato una puntina da giradischi, è una delle cose più ininfluenti che sia mai stata illegalmente scaricata dal nobile mulo che i giorni ci allieta.

In sostanza, una tizia figa con una voce non male - ma senz'altro non eclatante come, ad esempio, Beyoncè - che canta pezzi pop della tipologia di Rihanna e della citata Beyoncè ma con una caratteristica fondamentale: l'arrangiamento è depauperato da ogni cafonaggine (o quasi) e agghindato come fosse un pezzo indie, curato nel suono per far capire che - HEY! - non stiamo mica qui per i ragazzi col doppio taglio e le ragazzine che muovono seminude il culo davanti youtube al ritmo di "Under My Umbrella-ella-ella-ella-eh-eh-eh", siamo hipster di questo popparuolo che sanno arrangiare i pezzi come dei veri indie che si rispettino!

I tempi sono, in pandant con l'arrangiamento, rallentati per ricordare quel pop pseudosofisticato che dovrebbero richiamare, ma quando ascolti National Anthem o Diet Mountain Dew è chiaro che questi sono pezzi di Rihanna o delle Destiny's Child con una voce meno aggressiva... insomma, parliamoci chiari: BIANCA, ergo meno brava, meno estesa, meno tutto.

Ennesima perla nell'olimpo della mediocrità che ci allieta e che vorrebbero spacciare per robbbabbuona.

No, Vasco, no... io non ci casco.
Voto: 3.2

domenica 29 gennaio 2012

Enter Shikari - A Flash Flood of Colour (Ambush Realiy/Hopeless, 2012)

Sono sempre restio a dire "non mi piace questo genere di musica": ci sono brutti album, brutte canzoni, ma non brutti generi, per quel che ho sempre pensato. Ma il nu-metal? Uuuuhh... 

Prodotto da Dan Weller e registrato tra la Tailandia (?) e L'ondra [cit.], il terzo album degli Enter Shikari ci accoglie con la solita mistura di porcheria elettronica, heavy metal malcagato, hip hop da bianchi e ritornelli alla Backstreet Boys incazzati, A Flash Flood of Colour è marcato dal solito accento cafoninglese che va tanto di moda sfoggiare (Art Brut, anyone?) e da... nient'altro?

"La guerra è cattiva", "i politici sono tutti delle merde", "yeeeeeeeeeeeeh!": questo è, orientativamente, lo spessore lirico di questi ragazzotti incazzati. Non che io sia anziano, o che non mi piacciano i ragazzotti incazzati; semplicemente i ragazzi incazzati a cui ero abituato imbracciavano uno strumento e creavano qualcosa di interessante, che poi facesse cagare o meno era un mero dettaglio che si prendeva in considerazione in seguito. Questi qua, come ci hanno già abituato i mirabolanti Linkin Park, urlano una roba tipo i 5ive di Justin Timberlake meno efficace melodicamente e più alta in decibel, sotterrandola in strati di synth violinosi e di chitarrine superprocessate.

C'è da dire che a questo gioco sono tra i migliori gli Enter Shikari, e c'è qualcuno che si esalta a questa affermazione; ma se fossi persino il migliore al mondo a scoreggiare dentro una busta di plastica, non è che per questo l'imperatore Giuseppe II mi contatterebbe per rimpiazzare Mozart.
Voto: 3.4

Lamb Of God - Resolution (Epic, 2012)

Erano molti anni che non ascoltavo un disco metal con interesse.
Compreso ormai, mio sommo malgrado, che da Load in poi potevo fare "ciao ciao" con la manina ai Metallica o almeno a quei Metallica che spaccavano culi a destra e a manca, ignorati più o meno i sempre ascoltabili Megadeth, non impazzendo per le evoluzioni di sua maestà Bruce DICKinson e di quel simpaticone Steve Harris, che diavolo mi rimane? 

E' pur vero che non apprezzo fondamentalmente nessuna delle evoluzioni estreme a tal punto da dirmi "interessato", e che il power e il gothic metal mi fanno fare la cacca più o meno come mangiare a pranzo e a cena per tre giorni consecutivi in un ristorante messicano... che diavolo mi rimane?
Abbandonato anche da Ozzy, che pubblica album noiosi come la morte nonostante siano sempre dignitosi, A CHI STRACAZZO MI DEVO RIVOLGERE PER SENTIRE UN PO' DI METAL CON I COJONES?

Ognuno di noi è ignorante, bisogna solo vedere in cosa. La mia assoluta ignoranza sul metal recente mi ha portato ad ignorare più o meno qualunque cosa non sia Mastodon e Meshuggah, quindi quando ho fatto partire "Straight To The Sun", sludgissimo pezzo che sembra uscito da Masters Of Reality, ci è mancato poco che mi dovessi andare a pulire il ca

Insomma, perchè li ho ignorati sti tizi qua?
Delle seimiliardi di gazilioni di etichette coniate dalla stampa per definire ogni sottogenere metal esistente, i Lamb Of God si assestano in categoria Pantera (groove metal, se queste puttanate interessassero a qualcuno) e non me li fanno rimpiangere nemmeno per un secondo.

L'apripista citata è la traccia meno rappresentativa dell'album, che scorre spesso alla velocità della luce , accompagnato dal growl devastante di Randy Blithe, come è perfetto esempio la seconda traccia, Desolution: ascoltando la pioggia di note assecondata dalla scarica di batteria in doppio pedale che chiude ognuno dei versi, e i vari cambi di tempo, e ancora il riff tritacarne che guida il pezzo, per esempio, è capitato più volte che io sia dovuto pulirmi il ca

Qualche calo di tono dovuto a riff meno convincenti, durante i 56 minuti dell'album, è fisiologico (Terminally Unique, la conclusiva pseudo ambient King Me, con tanto di voce femminile), ma il livello è veramente molto, molto alto (a differenza del precedente Wrath... ecco, mi sono ricordato perchè non li consideravo) anche in episodi che negli album di loro illustri colleghi ti fanno venire voglia di mandarli a lavorare nelle miniere di carbone: il breve interludio acustico Barbarosa o l'intro, sempre acustica, del singolo Ghost Walking - altro pezzone coi controcazzi, peraltro - sono cose che distinguono le grandi band da quelle che vorrebbero essere grandi band.

Se poi mi ci metti nel lotto un ritornello come quello di The Number Six, scusate ma debbo andarmi a pulire il ca
Voto: 8.1

giovedì 26 gennaio 2012

The Black Keys - El Camino (Nonesuch, 2011)

Si discuteva sui problemi dello stato, si andò a finire a discutere di quanti e quali gruppi rock nati nel nuovo millennio, tra quelli che hanno conquistato la ribalta della scena, abbia mantenuto un livello tale da poter essere affiancato a coloro che gli allori li conquistarono nei decenni precedenti; insomma, su chi fosse riuscito a conciliare negli ultimi anni il successo commerciale alla qualità del prodotto offerto.
I Radiohead? Naaah, è un gruppo nato e radicato negli anni '90: Creep (e Pablo Honey tutto), The Bends e, soprattutto, Ok Computer sono talmente rappresentativi degli anni '90 che poco importa se nel nuovo millennio abbiano sempre mantenuto un livello esaltante, manca uno dei tre requisiti.
I Darkness? Chi vi scrive, per parte sua, considera Permission To Land un album strepitoso, ma è pur vero che, gusti permettendo, il secondo album è stato un grasso e grosso fiasco da qualunque punto di vista.
I Wolfmother? Geeez, are you hearing this shit? What year are we in? I'm sorry but Wolfmother, you SUCK!
Velvet Revolver o Audioslave? Tralasciando il fatto che siano dei residuati di un'epoca che non gli appartiene più, ma poi mi fanno sinceramente cagare.
Insomma rimane Josh Homme, che è tutto tranne che un uomo del nuovo millennio, e... e...

Aspetta un attimo.

Aspetta un fottuto attimo.

C'è un gruppo che, inizialmente bollato come una copia dei White Stripes (due membri, uno voce/chitarra, l'altro batteria, chiare ed innegabili influenze blues filtrate attraverso i Led Zeppelin), è arrivato, zitto zitto e quatto quatto, al successo commerciale con "Brothers", l'anno scorso - peraltro forse il loro disco meno bello - e che non sbaglia un album da ormai 10 anni, quando esordì con il grezzissimo The Big Come Up.

Sono certo che, come in quella discussione, anche stavolta starò dimenticando qualcuno, ma poco importa perchè qui parliamo dell'ormai settimo album di studio del gruppo di Akron, OH, senza contare due splendidi EP, gli album solitisti di Auerbach e Carney e una collaborazione con qualche hippoppettaro che prima o dopo mi dovrò costringere ad ascoltare (Blakroc).

Scappati in studio prima del solito per non pensare a quello che stava succedendo loro nei mesi susseguenti l'uscita di Brothers (ovverosia i Grammy, il Saturday Night Live, le 800.000 copie vendute e le migliaia di persone in più ai concerti), ci sono rimasti più di ogni altro album, ben 41 giorni (intervallati da concerti, ça va sans dire). Ricongiuntisi (porca puttana, sembra che stia raccontando i Promessi Sposi) con il genietto Danger Mouse (che ricorderete per essere metà degli Gnarls Barkley o metà dei Gorillaz dal secondo album in poi, o l'intero sè stesso come produttore o solista) che torna dopo un album di assenza dietro la console e stavolta, addirittura, come co-autore di tutti i pezzi dell'album (ho messo 160 parentesi in un paragrafo di otto righe, bella idea, molto leggibile).

Invece che prendere spunto dai soliti bluesacci feroci, i "brothers" proseguono nell'esplorazione del loro lato Motown, che si era già intravisto nell'album del 2010, stavolta però spingendo sull'acceleratore del metronomo con risultati, come sempre, più che soddisfacenti. A quanto pare non gli è piaciuta la riuscita dei pezzi lenti di "Brothers"dal vivo, quindi hanno deciso di votarsi a San Strummer e a San Johnny Ramone da NuovaIorca.

Una quadripletta iniziale da orgasmo (Lonely Boy, Dead and Gone, Gold On The Ceiling e la meravigliosa Little Black Submarines, chiaramente di stampo zeppeliniano) che non a caso ha già fruttato due proficui singoli, ma non è da meno il resto dell'album, nel quale il classico suono Black Keys tra slide e fuzz viene arricchito da spruzzate di Marc Bolan, cori quasi gospel e dalla tastiera del buon Danger Mouse, ormai un vero Re Mida della produzione musicale.

E non c'è mai un calo di tono, anche perchè, se in passato i Keys sono stati sempre molto ispirati dal suono, stavolta hanno prestato una cura maniacale soprattutto alla melodia, infatti è il primo album che ti perfora il cranio senza sosta, che canticchi come uno stronzo tutto il giorno, che sia il coretto gospel di Hell of a Season, o il misto devastante di ZZTop e Motown di Run Right Back.

Eccola qua la certezza che cercavo nel terzo millennio, due brillanti ragazzi dell'Ohio che chiamano un album "El Camino", come la nota Chevrolet di Earl Hickey e poi ci piazzano in copertina un fottuto minivan della Chrysler. Adorateli, e posate quella merda di Coldplay.
Voto: 8.6

mercoledì 25 gennaio 2012

The Maccabees - Given To The Wild (Fiction, 2012)

Che io non sia appassionato di indie rock (rectius: di questa roba che al momento chiamano, non si capisce bene perchè, indie rock) non è un mistero per nessuno, dato che blatero in continuazione contro la nuova "evoluzione" del mercato musicale. Ma che diavolo ci posso fare se ormai una enorme fetta (pari a quella dell'hip hop e a quella del pop spazzatura da vendere ai ragazzini ottenebrati da... da... boh, da Mtv?) della proposta musicale è ineluttabilmente questa?
I fottuti Maccabei (tutti atei, se ve lo steste chiedendo) con questo Given To The Wild calano l'asso, un po' come fecero i Bon Iver l'anno scorso. Non so se ambiscano al trono di principi dell'indie pop/rock, ma sicuramente questa terza prova del gruppo britannico puzza tanto di trionfo, a vederla da questo punto di vista.
Ambizioso, minuzioso, e tante altre parole che terminano in "-ioso", si capisce perfettamente già al primo ascolto quanto sia stato meticoloso il lavoro di Orlando Weeks e soci: strato sonoro dopo strato sonoro è una delle produzioni dream pop più riuscite degli ultimi anni, sorretta da un apparato melodico non indifferente e colorata persino da una sezione di fiati... bella idea.
L'apripista Child è forse il miglior momento, ma anche Went Away è un gran bel pezzo, nonostante sia più o meno una copia (inferiore) di quella "Sweet Disposition" che ha incatato il mondo, spruzzata qua e là all'interno dell'impianto sonoro del quale è costituita con tocchi che ricordano il buon The Edge, tanto che, se ci fosse un cantante arrogante e presente invece che un'eterea vocina sussurrante (standard per l'indie come ormai è standard per il metal il suono di una ESP) questo sarebbe un fottuto disco degli U2.
Nell'era dell'mp3, finalmente leggo di qualcuno che scrive che Given To The Wild, con i suoi 53 minuti, pecca  per essere sin troppo lungo: osservazione sicuramente vera ma impensabile negli anni '90, quando ci si ammorbava con 74 inevitabili minuti di album che ne dovevano durare non più di 40 (citofonare Axl Rose). Dei tanti cambiamenti del terzo millennio in relazione alla musica, uno dei pochi che mi soddisfi.
Se siete adoratori del diavolo che hanno "Crazy Train" come suoneria del cellulare, lasciate perdere questa roba... se invece siete appassionati di questa coglioneria indie, probabilmente amerete quest'album e non vi stupirete di trovarlo nella top 10 del 2012.
Io?
Io sto andando fuori dai binari su un pazzo treno. All aboooooooooaaaaard hahahahahaaha!!!
Voto: 7.0

sabato 21 gennaio 2012

Acid Mothers Temple and the Melting Paraiso U.F.O. - The Ripper At The Heaven Gates of Dark (Riot Season, 2011)

Non so in quanti conoscano l'assurdo collettivo giapponese fondato e guidato da Kawabata Makoto, ma so che in molti dovrebbero conoscerlo. Prolifici come pochi (siamo al 35esimo album, se il conto non mi faglia, nell'arco di sedici anni di carriera), pazzi come nessuno, se la giocano ormai con i soli Motorpsycho per il ruolo di "Migliori Cazzoni Non Protagonisti". Nell'incarnazione denominata "Acid Mothers Temple and the Melting Paraiso U.F.O." (ne esistono una pletora di incarnazioni, questa è la principale, un po' come i vari Mai Dire... Banzai, Gol, Tv, eccetera) tornano finalmente alla forma dopo qualche episodio un po' fiacchetto e un rallentamento nella produzione (nel 2010 hanno pubblicato "solo" un album, nel 2011 "solo" altri due). La loro etichetta ci tiene molto a precisare che si tratta del primo vero album registrato dopo il terribile tsunami che ha devastato il Giappone (i musi gialli sono così operativi che dieci giorni dopo lo tsunami, se avessi chiesto ad un alieno quale fosse la terra disastrata tra l'Italia e il Giappone, non avrebbe avuto dubbi ad indicare lo stivale, le merde umane che siamo), ma in realtà non credo per nulla che, a livello schiettamente produttivo a Kawabata sia spostato qualcosa.
Dall'introduttiva Chinese Flying Saucer si viene ingannati: riffone a là Led Zeppelin e sto cazzo di giapponese che urla senza tregua come Plant in Whola Lotta Love... il rimando al gruppo 70ino è palese, ma, dopo dodici minuti di orgasmo, si cambia registro.
L'interludio di Chakra 24, cazzeggiamento giapponese in piena regola e puro show off per il bassista (Atsushi? Katshushi? con sti cazzo di giapponesi mi sento sempre dentro un manga), apre la pista all'infernale Back Door Man of Ghost Rails Inn, che cita spudoratamente il riff di The End di Doorsiana memoria, riempiendolo con quello che sembra un sitar elettrico con un tizio giapponese che ci dice delle robe sopra (in inglese?): a noi cazzoni occidentali provoca un effetto comico, ma, abituatisi, non c'è veramente motivo.
I Mothers sono degli shockati, questo vi sia chiaro: sicuramente old style, sicuramente traggono ispirazione palesissima da tanti gruppi che l'appasionato medio di rock conosce benissimo, ma, altrettanto sicuramente sanno quello che diavolo stanno facendo.
A parte l'esordio zeppeliniano, costruito con precisione e perfettamente rodato in tour, il resto dell'album è una gigantesca jam floydiana: non è un caso il titolo, che richiama il buon vecchio fottuto amatissimo Crazy Diamond.
A volte estremamente dispersivo a causa delle lunghissime, liquide jam, ma  un album psichedelico coi controcazzi, come se ne sentono pochissimi.
Sarò uno dei pochi cazzoni sballati che ascolta sta roba, ma non posso dire altro che LONG LIVE THE MOTHERS e le loro deliranti jam.
Voto: 8.0

mercoledì 18 gennaio 2012

Howler - America Give Up (Rough Trade, 2012)

Il New Musical Express, forse non lo sapete (sapevatelo), è una rivista musicale inglese che esiste dall'alba dei tempi. Non so prima del dannato 1994 come passassero le giornate questi signori, ma da quando hanno azzeccato che gli Oasis delle mie grosse grasse palle pelose avrebbero fatto un fracco di soldi, non fanno altro che inventare una nuova "band rivoluzionaria" alla settimana, spesso anche prima che pubblichino lo sdegno di un album; e, siccome le persone hanno le spore fungine invece del cervello dentro il cranio, il NME spesso fa la band persino prima che il pubblico capisca se gli piace o meno. Insomma, è un'antesignana di Pitchfork, ma per un diverso genere musicale (?), che poi sarebbe quella sottospecie di garage rock fatto da ragazzini che hanno chitarre che costano quanto casa mia, casa tua e casa di me zia unite ed aumentate di prezzo del 93,8%, i bambini del garage . Tra Libertini, Scimmie Artiche e cagate assortite, abbiamo l'onore di presentarvi la next big thing # 1.629.842: ladies and gentlemen, gli HOWLER!!!  Ora, non è che a me faccia piacere la situazione attuale, non è che io goda ad insultare sti coglionazzi, tanto più che loro fanno soldi e io niente, nisba, nothing, nicht... anzi, spero sempre di trovare qualcuno di INCREDIBILE, invece di dover andare a riprendere ogni volta England's Newest Hitmakers, ma non è che sia esattamente colpa mia se tutti poi sono una cosa inascoltabile. E io, come ho ribadito sin troppe volte, mi fido come uno stronzo e dico "mah, sentiamoli, magari sono bravi"... e puntualmente mi ritrovo con la solita cagata in mano.

Dico io, quante volte avete sentito una roba come questa, con una chitarra come questa e una voce come questa? 


Ok, ne sono perfettamente cosciente, sono un cagacazzi, sto diventando come Lenny Bruce, ma questa o il singolo Back Of Your Neck, che sono anche i migliori pezzi dell'album, sono cose che valga la pena ascoltare?
Per me è merda palatabile, è cacca che non puzza; ma il fatto che non puzzi non è che la trasformi automaticamente in pollo allo spiedo. Che poi piaccia e venda non è a vantaggio della musica, ma a detrimento del genere umano, perchè se a questa gente nessuno dice che sta facendo delle sonore cagate non si evolveranno mai. E con "evolversi" non intendo dire che devono raggiungere il livello tecnico delle band di Frank Zappa, ma che cerchino di trovare come punto di riferimento sè stessi, piuttosto che gli Strokes.
E poi, cazzo, quanto in alto può puntare una band che ha come punto di riferimento gli Strokes? 
Siete pure del Minnesota, perdio, prendete come riferimento qualcuno del Minnesota, che cazzo ne so, gli Husker Du, i Replacements, Brandon Walsh, ma perchè i fottuti Strokes? 

Bah.

Complimenti al NME: continuiamo la ricerca proficua a quelli che sono i gruppi più mediocri dell'universo.

Voto: 5.4

martedì 17 gennaio 2012

Paul McCartney - Kisses On The Bottom (Hear Music, 2012)

Il 2012 è entrato, ed è entrato da dietro. 
Si prefigura un adorabile anno di cagate, ho questo presentimento. 
Del resto, non è che ci voglia Nostraminchius a predirlo, dato che l'80% delle uscite discografiche degli ultimi dieci anni infiniti addusse lutti alle tazze der cesso. E pensavo (dati gli scleri maccartiani recenti) che Sir Paul McCartney mi avrebbe senza indugio condotto sulla gelida tazza di ceramica, ad espletare funzioni corporee primarie. 
Ed in verità vi dico, la tazza di ceramica gelida invero conobbe il mio fondoschiena ed il suo rombo di tuono, ma per ragioni ben lontane dall'album del Macca: il fatto di aver guadagnato 6 kg dal giorno di Natale ad oggi significherà pur qualcosa, e quel qualcosa è agghiacciante.
Ma lasciamo perdere queste facezie e torniamo al Beatle che tutti amiamo (tranne gli sporchi comunisti che tifano Lennon e gli stronzi rincoglioniti che amano Harrison... hey, non guardate me, io amo Ringo): Sir Paul, arrivate le vecchiaglie, si concede, giustamente, tutti i capricci che gli garbano.
Nel caso di specie, reinterpreta dodici standard del jazz da Great American Songbook o roba simile, tutta musica che sentiva da bambino: pezzi composti da Irving Berlin, Johnny Mercer, Mort Dixon, Billy Hill... insomma, almeno The Glory Of Love potreste conoscerla nella versione dei Velvetones, dato che è apparsa in Casino di Scorsese.
Accompagnato da Diana Krall e la sua band, prodotto dal pluri-vincitore di Grammy Tommy LiPuma (che, coincidenzialmente, sembra un nome preso da Goodfellas) e edito sull'etichetta di Starbucks (eh?), Paul si è passato sto capriccio.
Intendiamoci, non è che sia un brutto album, anzi: musicisti superbi, produzione di qualità e buon crooning del Macca, che offre ai suoi fan due inediti, sempre nel medesimo stile (in My Valentine Eric Clapton è ospite alla chitarra, mentre nella conclusiva Only Our Hearts è riconoscibilissima l'armonica a bocca di Stevie "Meraviglia" Wonder) i quali non sfigurano affatto mescolati a standard swing di altissimo livello... del resto, parliamo di una delle più geniali menti musicali dello scorso secolo; il problema è che è un disco nel quale si diverte molto di più chi lo ha realizzato che chi dovrebbe ascoltarlo.
Che sia forse il timbro vocale soporifero del ragazzo di Liverpool, che fa sì che i pezzi fungano da ninna nanna?
Insomma se lo portate sulla tazza del cesso in un lettore mp3 correte il rischio di addormentarvi con le chiappe al vento... fate attenzione, se non volete finire come Elvis.
Voto: 7.1

lunedì 16 gennaio 2012

Ani DiFranco - ¿Which Side Are You On? (Righteous Babe, 2012)


Adoro Ani DiFranco. 

Sul serio.

Ed è probabilmente tutto quello che posso dire su quest'album, ma andiamo comunque avanti.
Ani è bella (mmmh, 'nsomma, ho incominciato male... vabbè diciamo che a me piace), affascinante, carismatica, capace, ironica, talentuosa. 
Ani ha le palle foderate di piombo, e, considerando che in questo mondo bifolco per dire che una donna è in gamba si dice che ha gli organi genitali maschili, capite bene QUANTO sia in gamba una donna che se ne fotte, che l'etichetta indipendente se l'è fatta nel 1990, quando era ancora lontana l'era della distribuzione online con un clic e ti dovevi fare un culo quadrato per fare distribuire i tuoi album senza una major a pararti le chiappe. Ani fa bella musica. Ed è tutto quello che in tanti sanno dire di quest'album, ma è meglio che io vada avanti.

In questo nuovo album Ani ci dice la sua su politica, sesso, droga (e il rock n'roll?), aborto e età che avanza. Addirittura, per rendere più credibile la cover (testualmente riadattata alle tematiche odierne) di "Which Side Are You On?", inno dei minatori degli anni '30, scomoda il mandolino del 92enne (and countin') Pete Seeger, principe della protest song, secondo solo al re Woody Guthrie nei sogni bagnati di ogni protestatore acustico che si rispetti; e, che sia chiaro, è una gran bella cover.
Ed è anche l'argomento privilegiato in ogni recensione di quest'album, dato che, oltre questa didascalica affermazione letta pedissequamente dall'interno del booklet, che sembra un monito di chi scrive al lettore ("occhio che se non sai chi è Pete Seeger non conti un cazzo"), non è che ci sia molto altro da dire.

Ani è più vecchia e affronta bene la cosa.
Ani è un'attivista per i diritti delle donne nell'ammerica maschilista.
Ad Ani piace scopare.
Ani non ha peli sulla lingua.

Ora, oggettivamente, qua mi puzza molto di primo della classe, amato da compagni e professori, che stavolta è impreparato.
Gradevole sì, ma come un milione di altri album.
Impegnato sì, ma mai realmente pungente: basti confrontarlo al capolavoro di Ry Cooder dell'anno scorso; il paragone è francamente imbarazzante. Sembra il tema di un ragazzino delle medie al quale chiedi "parlami della crisi".

Nsomma, non so come dirvelo, ma mi sono frantumato i coglioni ad ascoltarlo.
Ecco, l'ho detto.

Sempre brava Ani, eh, ci mancherebbe.
Voto: 5.7

sabato 14 gennaio 2012

Diagrams - Black Light (Full Time Hobby, 2012)

Ci fu un tempo, ormai lontano, nel quale chi pubblicava un album era una specie di semi-dio. I Jagger, i Mercury,  i Clapton, gli Allman, gli Hendrix e così via, erano persone sì, ma di un altro pianeta. Era gente che ti guardava dal proprio personale Olimpo, ma senza volontà snobistica: erano effettivamente persone speciali, senza attribuire al termine una valenza positiva o negativa, semplicemente appartenenti ad una specie diversa. Anche lo sfigatello (specie questa che esisteva anche nei tempi che furono), quello che a scuola veniva preso in giro e picchiato dai bulletti, per poter assurgere allo status di pubblicatore di dischi, doveva necessariamente subire quel mistico cambiamento che lo portava ad essere speciale, che è poi ciò che accadde al piccolo Keith di Dartford, Kent, UK, come probabilmente ad innumerevoli altri; questo cambiamento doveva necessariamente avvenire prima di incominciare a far dischi, o non se ne faceva nulla. 

Venne un giorno in cui gli sfigatelli si ribellarono, capitanati da Greg Ginn, Henry Garfield (in arte Rollins), Steve Albini, Mike Watt e D. Boon: siamo sfigati, ce ne vantiamo e facciamo tutto da noi. Chissenefotte di Robert Plant, nessun salto mistico, nessun cambiamento. E' chiaro che anche questa impensabile rivoluzione fece capire a chi ascoltava quegli sfigati che quelli sfigati erano anche loro trasformati, anche loro speciali: semplicemente, avevano spostato il momento del mistico cambiamento al momento in cui riuscivano a farsi capire da chi li ascoltava (impresa ardua, converrete con me). Mutati anche loro, accettarono il proprio status malvolentieri, andandosi ad affiancare a quelli che continuavano ad essere speciali sin da subito.

Ma la terza, terribile rivoluzione ha mutato anche questo traballante equilibrio. Con un fottuto computer, a casa propria ognuno può registrare le proprie cagate che, se finiscono nel famoso giro giusto, diventano disco dell'anno, disco del mese, disco del decennio, rimanendo colui il quale ha prodotto l'album uno sfigato qualunque, dato che la fase dell'integrazione dell'efficacia mikewattiana in questo caso non avviene mai, non avendo lo sfigato in questione una benemerita minchia da dire. 

Orbene, i Diagrams di Sam Genders, ex Tunng, l'ennesimo tizio con la barba (che è diventata la nuova specialità, iddio mi fotta), fanno parte di quest'ultima categoria che, mio malgrado, sta assediando la quasi totalità della produzione musicale mondiale.

"Perchè non parli dell'album, invece che dir cazzate?", potrebbe obiettare qualcuno.

Ma cosa volete che vi dica ancora? Che c'è un altro tizio barbuto che fa musica insignificante, che pubblica album di una 40ina di minuti dove non succede completamente un cazzo?
Volete che insulti l'infinita pletora di critici o presunti tali che osannano cotali insulsi prodotti?
Che diavolo volete?
E' ridicolo, il fatto che si giochi ancora con me, dopo tutto quello che già mi è successo. Andate a farvi benedire. Ancora con me ce l’avete? [cit.]

Datemi qualche stronzo che suoni qualcosa in dodici battute, per cortesia, che ne ho le palle piene di sta mondezza.
Voto: 4.2

Cloud Nothings - Attack On Memory (Carpak, 2012)

Momento, momento, momento, momento. Ma 'sti cazzo di Cloud Nothings non facevano una sorta di appena sopportabile pop punk misto ad indie rock quasi tollerabile? Sto sicuramente bevendo troppo poco, o sono sicuramente troppo rincoglionito dall'età che avanza, perchè sto avendo l'impressione che le sbandierate influenze   di Greg Sage ed i suoi Wipers - che già da più di un decennio non sono più un nome sconosciuto-barra-allamoda da citare come influenza - siano seriamente finite in quest'album.
Io... io... sono confuso.
Diciamo che, probabilmente, il gruppo di Cleveland non voleva sfigurare davanti a Steve Albini, dal quale sono andati a sciacquare i panni all'interno del suo personale Arno metaforico sito in Chicago, IL, e ha deciso di sfornare qualcosa di più dignitoso della solita fregnata di indie pop rock punk garage di 'sto gran cippardone, della quale fregnata, diGiamolo, non se ne può veramente più, come non se ne può più del revival anni '80 e come non se ne può più di cacacazzi con la barba e la chitarra acustica che fanno musica gentile e delicata.
In realtà, Albini non se li è filati nemmeno di striscio, se ne è fottuto come fa con le centinaia di gruppi scoglionati che ogni anno decidono di voler registrare negli studi del guru di Chicago, ("He played Scrabble on Facebook almost the entire time; I learned some Scrabble tricks. He would alternate between that and writing on his food blog. I don't even know if he remembers what our album sounds like.", dichiara candidamente il frontman Dylan Baldi); in realtà Albini fa sempre e semplicemente il suo lavoro, che è quello di un ingegnere del suono. Anzi, è quello dell'ingegnere del suono (odia il termine "produttore", e ne ha tutte le ragioni) con le palle più quadrate del mondo.
I ragazzini non sono esattamente dei fenomeni della tecnica, nè, probabilmente, particolarmente bravi a gestire il rumore... il che va benissimo se devi suonare dello scoglionatissimo pop punk; ma, laddove tu ti voglia avventurare in inferni sonori ben oltre la tua portata, e allora ecco che arriva zio Albini a fare i miracoli.
Per metà dignitoso post-punk seppur non dei più originali (anche se le introduttive No Future No Past e la lunga Wasted Days sono di inaspettato alto livello), per l'altra metà il solito misto sopportabile di pop punk, indie e influenze rock varie ed eventuali, nobilitati dal perfetto sound Albiniano, diciamo che sono piacevolmente sorpreso da Baldi e soci: un'inaspettata evoluzione per la band dell'Ohio.
Ora levate sto cazzo di indie punk garagettone dalle balle, imparate a suonare come cristo comanda e poi ne ridiscutiamo.
Sciò, sciò, che mi si brucia la roba sul fuoco.
Voto: 6.9

P.s.: Ecco la bella playlist di influenze che Baldi ha stilato per Stereogum lo scorso novembre. Enjoy.