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lunedì 2 aprile 2012

Varie 2012 - Fotogrammi in fuorigioco

Yaaawn. La maggior parte della musica che ascolto negli ultimi anni mi butta giù in maniera peggiore di qualunque sonnifero, in maniera peggiore che Maria che fa Giovanna di secondo nome, in maniera peggiore, Zeus grande e misericordioso ci salvi, di Marzullo. Ogni tanto mi capita il miracolo, ma se parliamo di punk rock (o pseudo tale) del nuovo millennio, le probabilità crollano miserissimamente. E, peraltro, gli Sharks con il loro No Gods (Rise, 2012 Voto: 3,6), agghiacciante poppettino con i chitarroni spacciato per punk (con la conseguente, rituale dichiarazione del cantante James Mattok che rivela:"no, non siamo punk", ipocrita dichiarazione standard della quale ho le palle piene sin dai tempi di Billy Joe Armstrong e il suo multimilionario "Dookie"), pesante come le canzoni di Avril Lavigne e rabbioso come Rihanna, questo è un genere di musica che tenta di rendere palatabile una cultura con radici profonde e con contenuti profondissimi, svuotandola di ogni contenuto (sociale, etico/musicale, estetico) e ne lascia un contenitore totalmente privo di qualsivoglia significato, e, ad ogni buon conto, modificandone anche il contenitore con abbellimenti, pulizie e sterilizzazioni varie; ringraziamo per questo i più conosciuti degli apripista, i Blink 182, il peggio del peggio. Sappiate che se ascoltate questa roba, state sentendo una Britney Spears con meno talento, non del punk. Album d'esordio ben prodotto, che non mancherà di riscuotere successi di pubblico e di critica... la seconda già si è sprecata in lodi, lodi, lodi.
La Rise Records, finchè dura, lo ha messo in buona parte gratis su YouTube, approfittatene.
Decisamente meglio i Breton, collettivo inglese che rifiuta la definizione di "band" (o almeno, così mi è parso di capire... avrebbe aiutato che me ne fosse fregata una beatissima minchia, probabilmente) e che propone un electro-indie discretamente intelligente e a tratti pure molto interessante con questo Other People's Problems (FatCat, 2012 Voto: 6,4), talvolta smaccatamente "disco" (Governing Correctly), altre volte cupi e noisy, ma addolciti da campionamenti d'archi (Pacemaker), non mancano buoni momenti in quest'album spesso troppo Skrillexiano e gli appassionati del genere (dance punk? electroindie? sahjkadspok? 'nsomma, se semo capiti, daje) apprezzeranno il fatto che una nuova band sia pronta a tenere alto il livello (yaaaaawn...) della scena, non curanti del fatto che le canzoni che non fanno venire il sonno all'interno dell'album non siano comunque in numero così eclatantemente alto.
Un po' ripetitivo, ma ascoltabile.
Tutt'altro spessore ha il suono di Amadou & Mariam, ormai notissima coppia Franco-Maliana che ripropone, senza grosse innovazioni, il proprio afro-blues, mai come in quest'album carico di collaboratori, peraltro quasi tutti di enorme fama internazionale.
Come di consueto, anche in Folila (Because/Nonesuch, 2012 Voto: 7,8) la "Coppia Cieca" - come si sono autodefiniti a causa del fatto che... beh, cazzo che sono ciechi, no? - mescola in maniera assolutamente perfetta suoni, composizione e persino manierismi occidentali con quelli smaccatamente Maliani che, tra una cosa e l'altra, ormai sono abbastanza riconoscibili anche da un pubblico mainstream. Da un punto di vista della mera evoluzione, quasi nulla di nuovo... ma poco importa, dato che il risultato rimane a livelli sempre molto alti. Registrato prima a New York (con gli "indie") e poi in Mali (con musicisti locali), l'album è stato infine completato unendo il materiale tratto dalle due sessions a Parigi, ottenendo così un vero e proprio mix delle due culture, che è poi quello che ha sempre funzionato degli album di Amadou & Mariam. Sono molte le canzoni di bellezza rara: esempio ne sia la splendida Oh Amadou, che vede come ospite il talentuoso leader dei Noir Desir, Bertrand Cantat, noto oltre che per il successo di "Le Vent Nous Porterà" per aver pestato a morte la compagna Marie Trintignant in un accesso, mentre era totalmente fuori di testa per essersi strafatto di qualche roba che ora non so bene cosa sia. Disprezzo quest'uomo - uscito in libertà vigilata dopo aver scontato metà della pena per omicidio colposo - con tutto il mio animo, ma sono costretto ad ammettere a denti stretti che il suo contributo all'album in numerosi brani è davvero ottimo. E', oggettivamente, possibile separare il lato umano dal lato artistico di una persona? Davvero, non saprei. Il fatto è questo: un numero incalcolabile di artisti ha commesso atti abietti o persino feroci, ma non credo che per questo alcuno di noi disprezzi le loro opere. Se Picasso avesse ucciso la moglie, "Guernica" sarebbe per questo un'opera di minor valore? Ognuno dia a sè stesso la risposta che cazzo gli pare, e torniamo al disco.Talvolta le collaborazioni sono a dir poco ardite (Jack Shears degli Scissor Sisters aggiunge coretti disco a Metemya), ma in generale tutte azzeccate: rilevantissimo, ad esempio, il contributo di Nick Zinner (Yeah Yeah Yeahs) che in numerose tracce complementa la chitarra di Amadou. Tra le altre, da segnalare senz'altro Wily Kataso (ospiti i Tv On The Radio) e Wari (ospite Amp Fiddler che salcazzo chi sia, in tutta onestà). Un ottimo album seppur non particolarmente "nuovo"... ben prodotto, ben registrato e scevro di riempitivi. Bene così.
Citazione breve, infine per Holly Golightly featuring the Brokeoffs che ripropone alcuni tra i suoi classici e oltre che cover di pezzi più o meno conosciuti in un nuovo arrangiamento grazie alla nuova backing band (nuova per dire: il primo album insieme ai Brokeoffs è del 2007). Holly è molto talentuosa, ma l'arrangiamento, a dirla tutta, non funziona un granchè: scarni mandolini e chitarre acustiche bisogna saperli far funzionare e bisogna avere uno stile che non diventi ripetitivo dopo due o tre pezzi, cosa che non si può certo dire dei Brokeoffs. In più Holly non sembra avere lo spessore interpretativo per gestire la sua bella voce in un contesto di questo tipo; paragonarla a Diamond Dave nel progetto "Strummin' with the Devil" (un album di cover bluegrass dei pezzi più noti dei Van Halen) sembra ingeneroso: migliori i pezzi, migliori i musicisti, migliori gli arrangiamenti... ma, nondimeno, si può cogliere anche un diverso spessore nel carisma dei due che consente ad uno di lanciarsi in un'impresa simile, all'altra di far sbadigliare dopo il terzo pezzo. E così Long Distance (Transdreamer, 2012 Voto: 5,4), lungi dall'essere una porcheria, è anche molto lontano dall'essere qualcosa di dignitoso, e gli sbadigli si sprecano.

giovedì 23 febbraio 2012

Varie 2012 - la certezza è peggio della pazzia

Alla casella "sacrosante certezze", nel panorama musicale del nuovo millennio, ci sono sempre stati nel mio diario Mark Lanegan e i Calibro 35. Concederò, come i più arguti non mancheranno di sottolineare, che sono artisti di tenore e spessore internazionale diverso: beh, Lanegan è stato tra i guru della odiata e piovosa Seattle che ha regnato incontrastata per i primi 5 anni dei '90... concedo, concedo, ci mancherebbe altro.
Non mancherò di sottolineare io, però, che le due certezze sono senz'altro di tenore diverso: Lanegan, certamente, pubblica album esaltati dai critici in ogni dove, competentissimi ed in gamba come rincoglioniti e incapaci; nel caso specifico parliamo di Blues Funeral (4AD, 2012 Voto: 7,1), inevitabilmente, l'album mi piacerà senza esaltarmi, è una dannata certezza. Accompagnato dal fido Alain Johannes, Lanegan invoca Muddy Waters, professandosene schiavo, ma del Blues del titolo resta solo il funerale (sempre nel titolo, guarda tu le coincidenze): una pletora di drum machines e synth ed un cielo plumbeo degno del sopracitato funerale, ma assolutamente privo di blues. Ci troviamo persino una Ode to Sad Disco, perdio!
"The blues ain't nothin' but a good man feelin' bad, thinkin' 'bout the woman he once was with", diceva qualcuno; qui non ci sono good man, non si feel bad proprio nessuno, e non c'è nessuna woman a cui pensare a parte Isobel Campbell, ma mica tanto, cioè, chi cazzo se ne fotte della Campbell? E da dove vengo io, you don't blow no harp, you don't get no pussy. Texture su texture su texture: molto atmosferico ma, appunto per questo, sembra sempre sia sul punto di esplodere, esplosione che, fatta eccezione per l'introduttiva The Gravedigger's Song, non avviene mai.
Non fraintendetemi: è un album di buon livello, come accade sempre con Lanegan. Accade sempre, altresì, che non sia un capolavoro, per quanto concerne chi vi scrive. Sarà che ammemepiaceobblus.
L'altra certezza, i Calibro 35, accostata al poderoso ed altisonante nome di Lanegan, mi procurerà non poche inimicizie, ne sono sicuro... ma STI GRAN CAZZI. Questi ragazzacci  sono ormai al terzo album nel quale ripescano da una osannata tradizione italiana, quella del filmaccio anni '70, possibilmente "poliziottesco". Se dal punto di vista cinematografico con l'osanna costante e ripetuto da parte della critica (e di Quentin Tarantino, mavabbè) si è un po' perso il reale valore di quei film (più di quello che si diceva un tempo, molto meno di quello che si dice adesso), dal punto vista musicale non si è mai elogiato a sufficienza lo splendido lavoro fatto dai vari Trovajoli, Micalizzi, Umiliani, Morricone, Piccione, Bacalov, Manuel De Sica, Stelvio Cipriani, Guido e Maurizio De Angelis e così via discorrendo. 
Caratterizzato come sempre dal livello tecnico superiore che era tipico dei due dischi precedenti (e dei maestri di riferimento), stavolta abbiamo un campionario di pezzi originali (fatta eccezione per Passeg­geri Nel Tempo del maestro Ennio Mor­ri­cone e New York New York  di Piero Pic­cioni)  di Gabrielli e soci che non ha nulla da invidiare a quanto di meglio il filone abbia mai offerto. 
Un misto di jazz, lounge, funk e quant'altro, Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale (Venus, 2012  Voto: 8,3), è un ennesimo lavoro SPLENDIDO nella discografia dei Calibro 35, che non vedo l'ora di rivedere dal vivo.
Che sia il surf-funk-rock di Uh Ah Brrr, o il funkettone di Arrivederci e Grazie, o, ancora, la swingata Buone Notizie, i Calibro hanno fatto nuovamente centro, alla grandissima, non se ne dispiacciano i fan del buon Lanegan.

lunedì 13 febbraio 2012

Varie 2012 - a Giovanardi non piacciono Jenna ed Eva Angelina

SPQP: Sono Pazzi Questi Politici. Hanno vissuto in un governo la cui attività principale è probabilmente consistita (dicono le malelingue) nel fare accoppiare giovani donne disinibite vestite da poliziotte e/o infermiere accompagnate da un menestrello, e ora inveiscono contro i bbbaci tra donne. Io proprio non comprendo. Forse il problema è l'assenza di menestrelli, spediti a guadagnarsi il pane lontano lontano? Ma no, onorevole, no... che problemi ci sono! Il menestrello ce lo abbiamo bell'e pronto, viene dall'Ammmerica degli abbronzati, e suona con un secchio di KFC sulla testa: il fantastico Buckethead, che ci propone il suo 35esimo album solista, denominato Electric Sea (Metastation, 2012 Voto: 7,6), seguito ideale di Electric Tears del 2002 - anch'esso tristemente scevro di giovani donne che si leccano - e nuovo capitolo della saga del chitarrista col cesto di KFC in testa. Non fatevi ingannare: se non lo conosceste, è un chitarrista tecnicamente sublime, ed in questo caso specifico estremamente moderato; non ejacula qua e là piogge di note alla velocità della luce come un Malmsteen qualsiasi. Il suo gusto per lenti ed atmosferici brani di chitarra acustica conditi da occasionali solo di elettrica (mai eccessivamente invasivi) lo porta a produrre serenità, una serenità che ben si sposerebbe con i frizzi ed i lazzi di un festino intimo e privato, con o senza Giovanardi. Dedica una canzone a Michael Jackson (ammicco ammicco), già disponibile per il download sul suo sito, quindi anche per altri determinati feticci siamo a cavallo. Ci sono anche due rielaborazioni di pezzi di Bach (che non è quello dei fiori, ma il buon Johann Sebastian... no, no, non il Sebastian degli Skid Row, prestate attenzione), ma non si può essere perfetti. Un buon album, seppur non incredibilmente memorabile, molto più vicino alla classica che al rock. Onorevole, mi sembra un buon candidato, no? Non schifiamolo.
Molto più schifabili sono invece i Big Pink, con il loro secondo album Future This (4AD, 2012 Voto: 4,1) ennesima NME Best band of the qualcosa, ennesimi tempertrappiani, ennesimo rompimento di apparecchiatura testicolare electro-indie. Una noia BESHTIALE, ove ogni tanto compare un assolo di chitarra decente (Lose Your Mind) o un verso che non sia totalmente insipido (Give It Up). Del resto l'esordio era tutt'altra cosa (seppur non trascendentale), ma qui non abbiamo video di gente che piscia in strada, non abbiamo copertine con maschi che si leccano e fanno robe, quindi tutto ciò che resta è un inascoltabile accozzaglia di rumorini electro-indie che non va da nessuna parte. Meh. 
Uno zinzinello meglio (ma non troppo) sono gli A Place To Bury Strangers, con il loro ep Onwards To The Wall (Dead Oceans, 2012 Voto: 6,3), ennesimo capitolo di emulazione dei Jesus and Mary Chain... uno shoegaze non particolarmente offensivo ma assolutamente irrilevante, se devo ascoltare una roba del genere la ascolto dagli originali... post punk di routine, che non proporrei a nessun festino. Ci vogliono gli hook per fare questa roba ragazzi, ci vogliono gli hook... feed me with your kiss, purchè non siate due donne.
Bella copertina comunque, non ci sono donne che si baciano nè gente che fa pipì in strada.

venerdì 10 febbraio 2012

Varie 2012 - Il posto fisso è noioso, per questo siamo precari

Quando leggo informazioni sugli Alcest, in ogni dove leggo di "french black metal". Sangue di Ismaele, sulla pagina di allmusic c'è persino scritto "death metal". E' assolutamente allucinante definire Les Voyages De L'Âme (Prophecy Productions, 2012 Voto: 7,2) "black metal", per quanto mi riguarda, e infatti il cantante della band francese rimane sconvolto quanto me. O siamo pazzi noi? Ma che cazzo ne so. Questo viaggio dell'anima, in realtà, è alternative rock dei più classici e anche di livello abbastanza alto, con imponenti influenze shoegaze ma stemperate da un vago aperfectcirleismo, caratteristica tipica di chi ha difficoltà a dare alle proprie canzoni i cosiddetti "hooks", gli appigli, le robe che ti si incastrano nel cranio, insomma. Se apprezzate un alternative rock molto atmosferico ed ipnotico, buttatevici a capofitto su 'sti ragazzi, sono molto meglio di quanto offra al momento in questo settore il mercato americano.

Parlando di atmosfere, invece, ci spostiamo sugli Sleestak con il loro Altrusian Moon (auto-prodotto, 2012 Voto: 6,3), che adeguatamente sottotitolano "a lo-fi collection of psychedelia and space rock", un lunghissimo potpourri, tirato fuori dagli archivi, di jam psichedeliche che non vanno da nessunissima dannata parte. Resteranno stupiti di quanto sia soft coloro che già conoscevano gli Sleestak, i quali  normalmente fanno un bordello della madonna con il loro doom/stoner metal - fra l'altro di pregevole fattura - appesantito da un cantato tendente al growl. Non è malaccio, ma è un'ora e trentacinque di tizi che suonano riff inconcludenti (seppur piacevoli) in sala prove, con tanto di errori (soprattutto alla batteria)... è anche vero che la band lo regala attraverso il proprio sito bandcamp (potete lasciare un'offerta di vostro gradimento per supportare le registrazioni del loro prossimo album), e che è un'ottima colonna sonora per spippacchiare circondati da incenso e candele, quindi se avete questi propositi siete nel posto giusto.

Torna alla ribalta, dopo aver rischiato di morire (ed aver subito una trasfusione del 100% del sangue corporeo) il leggendario Al Jourgensen che ha pensato bene, cagatosi sotto per il rischio corso, di realizzare il progetto del quale parla da 30 anni: un dannato disco country & western. Sì, sì, Al, quello dei Ministry, dei Revolting Cocks, eccetera. C'è di più: aveva cercato dei musicisti country, ma, non si capisce bene per quale motivo, ne ha presi di altri che col country non c'entrano una beata: Rick Nielsen dei Cheap Trick e Mike Scaccia dei Rigor Mortis alle chitarre, Tony Campos degli Static X al basso e... una dannata drum machine. In un disco country. Aaah, Al, Al, Al.
Ci sono le violiste, sono due tizie di Houston... almeno quelle suoneranno country? Nicht. Nothing. Nada. Suonano musica classica. Aaaah, Al, Al, Al.
Il risultato è di una cazzoneria fuori da ogni limite, con il buon Jourgensen (sì, cazzo, ho già detto quello dei Ministry, non c'è bisogno di chiedere) che urla come ai bei tempi di NWO, un buon suono in generale un po' scoglionato dalla drum machine e testi da tipico jubox nel bar dell'Alabama (alcool, fregna, droga, fregna, alcool)... aò, a me piace, che vi devo dire, fucilatemi.
Il disco si chiama Bikers Welcome! Ladies Drink Free (13th Planet Records, 2012 Voto: 6,3), ed il gruppo Buck Satan & The 666 Shooters, e si prepara a ricevere una pioggia di critiche. Meno peggio di quello che dirà chi lo critica, e decisamente non bello come diranno i fan di Jourgensen... insomma è una... roba. Prendetelo per quello che è: una cialtronata divertente.

mercoledì 9 novembre 2011

Varie 2011 - il pianoforte non è il mio forte

Dubstep, 2-step, drum n' bass, sono tutti nomi che mi hanno fratturato l'apparecchiatura testicolare. Così non dovrebbe essere assolutamente una sorpresa se il nuovo album dello stupefacente Martyn, Ghost People (Brainfeeder, 2011, voto 1.9) sia per me uno scoglionamento d'altri tempi. Un tizio che mette su una cazzo di base al computer ed aggiunge, senza variare mai dinamiche, della roba sopra al beat con tastierina da house anni '90. Yeeeah! Ma anche no. Se sei dentro un club e passano questa musica, e (soprattutto) sei strafatto di MD, se ne può discutere. La gente dei fottuti giornali che sta a casa sua a sentire sta merda e poi dice: "wow, che artista, ma che bravo, che originale, pensa: ha aggiunto della merda ad un beat creato col computer" veramente va aldilà della mia comprensione. Che si fotta.

Molto meglio i The Answer, nuovi paladini dell'hard rock nordirlandese, con la loro terza prova - opportunamente titolata Revival (Spinefarm, 2011, voto 6.8) - guidati da Cormac Neeson, misto perfetto di Axl Rose e Jon Bon Jovi.
I ragazzi sono bravi, e sono sicuro che vederli dal vivo sarà una figata, ma registrare un disco al livello di Appetite For Destruction o persino Slippery When Wet è un'altra cosa. Per prima cosa, la band non ti deve fare costantemente pensare a mille band dello stesso genere ma che ami di più.
Come seconda cosa, è fondamentale avere una personalità propria, definita, smaccata... avere un cantante che, per quanto bravo, sostanzialmente sembra un'imitazione di altri, decisamente più famosi non aiuta in questo senso. 
Terza ed ultima cosa: ci vogliono pezzi di lusso. Pezzi che la gente non dimenticherà mai. Pezzi con i quali farà l'amore, farà la dichiarazione alla tipa, festeggerà i grandi momenti sportivi, pezzi che canterà davanti al falò d'estate... insomma, quella roba lì.
Ed è un peccato che queste tre cose gli manchino, perchè sono sinceramente bravi.
Ben altra connotazione assume il termine "brava" affiancato alla deliziosa Madeleine Peyroux, che con il suo andare jazzato ci regala Standing On The Rooftoop (Decca, 2011, voto 7.5), splendida sorpresa per me, uomo dal sacco scrotale ormai gonfio di donne che invece che voler essere sè stesse cercano di essere "la nuova Beyonce", "la nuova Aretha", "la nuova Norah Jones", "la nuova Winehouse" e via discorrendo. Ospiti di lusso come l'onnipresente Ribot (cristo santo, l'ho sentito in 5/6 dischi solo questo mese), Me'shell Ndegeocello al basso e Bill Wyman, che non contribuisce materialmente ma scrivendo due pezzi, uno dei quali lo stupendo The One You Can't Afford, che sembra uscito direttamente dall'armadio di Curtis Mayfield. In mezzo agli originali della Peyroux, fatti di gradevole crooning (migliore quando in fase di sorriso, talvolta noioso in fase tragica) troviamo una cover dei Beatles, una di Ribot, una di Dylan ed una Love in Vain in versione apocalittica che sinceramente non ho ben capito. L'album è molto buono, gradevole, scivola via con la affascinante voce della Peyroux in maniera nient'affatto pesante ed è molto meglio di taaanta roba che troverete in giro. Give it a try.
Infine abbiamo il cognato di Madonna, che non è il fratello di S. Giuseppe di Bethlemme ma il buon Joe Henry con il suo Reverie (ANTI-, 2011, voto 6.2). Joe è il tizio che ha scritto per la Ciccone una delle pochissime canzoni decenti degli ultimi vent'anni di carriera, la Don't Tell Me che ricorderete per il video del cazzo con il cappello da cowboy. Diobbuono, c'hai centotrentanni e sei ridotta una chiavica, ma finiscila di fare ste cose. Vabbuò, comunque, dicevamo? Ah, già, Giuseppe di Bethlemme. Giuseppe di Bethlemme ci parla del tempo, il tempo che passa suppongo, anche se avrei perferito parlasse del meteo. Wow, che argomento originale, Joe, sei il primo ad averci pensato. Un'ora quasi completamente acustica, tra blues senza blue e jazz senza swing... diciamo che me la sarei risparmiata, seppur non sgradevole. Per potersi permettere arrangiamenti all'osso come questi ci vuole ben altro che la voce nasale del buon Joe, ed infatti i momenti migliori sono quelli in cui l'arrangiamento è un minimo più ricco, come in Sticks & Stones, nella quale troviamo ospite una non meglio precisata baldracca.

sabato 22 ottobre 2011

Varie 2011 - cotto e mangiato

Decoder - Decoder
Non so chi o cosa mi abbia portato ad ascoltare questa cagata, ma la pagherà cara. I trentasette minuti di merda dei Decoder (Rise records, 2011, voto 2.3) sono una sottospecie di ri-edizione dei Linkin Park con invece del grazioso fregnone che rappa, in tizio che fa del growl tipo death metal o non so che cazzo. Non ho trovato una sola recensione negativa in tutto il web, quindi sono sempre più portato a sperare nell'estinzione del genere umano. Ogni melodia dignitosa - ma sempre di quel nu-metal insipido che fa fare la cacca - viene improvvisamente rovinata da un tizio che fa WHAUHWUAHHHAHHAHHHHHH WHAUHUAHAUHAHAHUUUAAAH... trovatevi un lavoro.

Jenn Grant - Honeymoon
Punch
Gradevole è invece il terzo album della  canadese Jenn Grant, Honeymoon Punch (Six Shooter, 2011, voto 6.8) pop rock influenzato dal soul, allegro e solare ma che non ascolterò mai più in vita mia. Una versione canadese di Cristina Donà, ma, almeno in quest'album, senza malinconie. Bella voce, belli gli arrangiamenti, canzoni gradevoli e ben scritte... però not my cup of tea.



Baby Woodrose -
Mindblowing Seeds and
Disconnected Flowers

Lorenzo Woodrose invece festeggia i dieci anni della sua band, i Baby Woodrose ripescando i demo originali pre-esordio, risalenti al 1999: i 15 pezzi di Mindblowing Seeds and
Disconnected Flowers
(Bad Afro, 2011, voto 7.0) sono un passabile campionario di garage rock psichedelico di quelli che un tempo riempirono la imprescindibile raccolta "Nuggets"... suddetta raccolta, però, aveva il pregio di sfoggiare uno o al massimo due pezzi per ogni gruppo, mentre qui è sempre la solita solfa: gradevole, psichedelica, anche ben scritta se vogliamo... ma molto meglio i dischi di materiale nuovo di questa band... questo è only for fans, digiamolo.

A.A. Bondy - Believers
Chiudiamo infine con A.A. Bondy ed il suo terzo album, Believers (Fat Possum, 2011, voto 7.7): l'ex leader degli ottimi Verbena è al suo terzo disco e propone la solita miscela di atmosfere bluesate e notturne con qualche slancio brillante, di quelle che trovereste in coda ad una puntata di House M.D. (si sa, i telefilm ormai fanno da trend setter nel campo della musica) e, trovandole in una puntata direste "di chi diavolo era quella bella canzone atmosferica? devo assolutamente saperlo". Mi ricorda in alcuni passaggi il buon Ryan Adams nei suoi passaggi meno country ed è sinceramente un piacere ascoltarlo, seppur il suo essere sostanzialmente monocorde (anche se qualitativamente di valore) lo esclude dalla cerchia dei campioni.

mercoledì 19 ottobre 2011

Varie 2011 - (The Chillwave Involution)

Me ne stavo per i cazzi miei, forzato a casa dalla ormai perpetua influenza e da un calcolo renale delle dimensioni della Libia, a bere Jack Daniels da un bicchierino adorabile con scritto I ♥ ROMA, a leggere riviste e a cercare nuovi album, quando, tra la mia caterva monumentale di mp3 freschi freschi di scaricamento, ho trovato sto cazzo di Neon Indian che già nel 2009 avevo visto osannato in ogni dove. E vabbuò, il Jack è qua che mi fluttua in testa, la serata peggio di così non può andare... chessaràmmai, ho sentito ogni genere di merda... sentiamo sto Neon Indian... sti Neon Indian... nsomma, Indian è singolare, no?
Neon Indian - Era Extraña

'Mmazza che cagata... ma che è sta roba? La necessità di controllare su Wiki è impellente, quasi un'urgenza, soprattutto per vedere critiche, osanna e robe simili.

Chily... che?

Fu così che mi imbattei nell'ultimo abisso della mente umana rapportato alla terminologia musicale. Chillwave. Nsomma, un non meglio definito ammasso di ciarpame tecnologico assemblato per suonare come se provenisse dagli anni '80, ma senza quel kitsch che caratterizzava l'infimo livello delle registrazioni e, più ancora, dei video. Senza il kitsch, ma senza nemmeno gente che suona qualche roba...

I Panda Bear ci fanno frignare
Il termine nasce dall'orribile, orribile blog Hipster Runoff, una di quelle cose che i ragazzi fighi di oggi leggono in America (o almeno, così credo), che raccolse in un post una sequela di band secondo lui simili, e gli diede questo stupendo nome, categorizzazione della quale si sentiva un impellente bisogno e che, difatti, è stata immediatamente adottata da tutto il fottuto mondo di quelli che parlano di musica, su carta ed online, a proposito ed a sproposito. Il fatto che il su citato blog sia stato votato da Time Magazine come uno dei blog dell'anno 2010 non fa altro che alimentare la mia misantropia, ma questo lasciamolo al mio psichiatra.

Vi basti sapere che uno dei presunti protagonisti della "scena", il leader dei Neon Indian, Alan Palomo ebbe non molto tempo fa ad affermare che [mentre prima un movimento prendeva le mosse da una città, con gente che si scambiava idee e proponeva musica] “adesso è solo un blogger o qualche giornalista che trova tre o quattro band in giro per la nazione e mette assieme un paio di punti in comune tra loro e lo chiama genere musicale”. Come dare torto ad Alan? Tanto più che il Jack Daniels imperversa mentre ascolto il suo penoso gruppariello.

I 42 minuti della mia vita che non recupererò mai di Era Extraña (Static Tongues/Mom + Pop, 2011, Voto: 4.3) registrato ad Helsinki per nessunissima cazzo di ragione, mi hanno indotto a pensare di uccidermi piuttosto che riascoltare ancora quella porcheria. E poi, porco cazzo, sei un fottuto messicano che vive in Texas, fai musica che registri probabilmente dietro a un fottuto laptop inserendo rumorini 8-bit che sembrano presi da Super Mario Bros in canzoncine di musica elettronica che quindi puoi registrare anche seduto sulla tazza del cesso di casa tua, MA CHE DIAVOLO VAI A REGISTRARE AD HELSINKI? Bah.

Twin Sister - In Heaven
Perlomeno in questa cagata qualche melodia la trovi, cosa che non si può dire del nuovo esaltante capolavoro dei Panda Bear, i 49 minuti della mia vita che non recupererò mai che rispondono al nome di Tomboy (Paw Tracks, 2011, Voto: 3.2) un'orgia sperimentale che fa sembrare le porcherie recenti dei Sonic Youth canzoncine di Madonna e che, molto probabilmente, non rientra nemmeno nei labili canoni di sta puttanata che hanno chiamato chillwave. La cosa divertente è che in questo scoglionamento impossibile di chitarre superprocessate, sintetizzatori e coretti, hai come contraltare le dichiarazioni  di questo tizio che ti dice che è stato ispirato dai Nirvana e dai White Stripes a fare un album carico di chitarre... ma mi sta pigghiannu po culu, vah? E' musica sperimentale, senz'altro. Ma se rutto per venti minuti in un lettore mp3 al ritmo di La Isla Bonita tamburellando con le dita su un sintetizzatore con una base di drum machine, starò pure sperimentando (e, per inciso, qualcosa di più interessante di questa roba qua) ma non per questo sto creando arte.

Com Truise - Galactic Melt
Memory Tapes - Player Piano
Un pochito meglio va con i Twin Sister ed i 35 minuti della mia vita che non recupererò mai di In Heaven (Domino, 2011, Voto: 5.9), indie pop gradevole seppur scipido, che mostra qualcosa di interessante in due pezzi, una Spain che sembra uscita dritta dritta da un film James Bond e una Gene Ciampi che sembra un misto tra una colonna sonora di un film italiano anni 70 (quelli così dannatamente alla moda di questi tempi, perchè, guarda caso, ci lavorava gente coi coglioni) e i Pizzicato Five e la loro frivola cazzoneria giappo. Non aspettatevi chissà che capolavori, ma già siamo sul lato dell'ascoltabile e non su quello della fogna di Calcutta della musica, come invece accade nuovamente con il mirabolante, extraordinaire, fantastique Com Truise che ci ha regalato i 43 minuti della mia vita che non recupererò mai di Galactic Melt (Ghostly International, 2011, Voto: 2.7), un tizio dietro al computer che programma roba che io dovrei ascoltare... e di fatto, puttana puttana, puttana la maestra, l'ho ascoltata questa roba... che vogliamo dire? Sono beat con sopra delle tastiere insulse che suonano anni 80. Chill fottuta wave, che iddio se li inculi tutti. Che diavolo c'è da ascoltare? Cosa c'è di interessante? Un beneamatissimo cazzo. E il signor Palomo ha poco da lamentarsi, chè grazie a sta cagata della chillwave esiste un motivo (non particolarmente valido) per parlare di sti tizi. E nel voto considerate che sono stato molto ma molto generoso per la presa per il culo a Tom Cruise (Com Truise, Tom Cruise, su, che non era difficile), perchè questa musica è l'equivalente digitalizzato della merda di topo.
Washed Out - Within and Without


Così capita che quando senti un po' di indie pop, che di solito eviteresti come la peste, come una diarrea di cane sul marciapiede, sei quasi quasi felice. E infatti accade proprio così quando mi imbatto nei 39 minuti della mia vita che non recupererò mai dei Memory Tapes con il loro Player Piano (Carpark, 2011, Voto: 6.4), una gradevole collezione di pop ormai classico dello scorso decennio, con le tastierine, un tizio intonato ma che non sa cantare, i rumorini, il beat in 4/4... insomma, un sollievo dopo tutti quei minuti di merda consecutivi. E c'è anche una canzone che vale qualcosa, Today Is Our Life, arricchita persino da, udite udite, uno stramaledettissimo assolo di chitarraaaaaa!! Yeeeeehh! Dammi il cinqueeeee! Alèèèè!! Ehr... ok, non è Frank Zappa, e probabilmente non lo riascolterò mai più volontariamente in vita mia... ma almeno non sono una sequela di fottuti bleeep bleeep bzzzz trrr bleeep bzzzz, ya know what I mean?

Il signor Washed Out (al secolo Ernest Greene) con il suo debutto di 40 minuti della mia vita che non recupererò mai Within and Without (Sub Pop, 2011, Voto: 5.7) non è offensivo come alcuni dei suoi compari, ma è facile non esserlo quando fai musica da ascensore, quando quasi quasi non si percepisce nemmeno il beat. E se anche la Sub Pop, la mia adorata Sub Pop, mi dà cantonate del genere... dove diavolo finiremo, eh? EH? Ok, questa chillwave di merda mi rende nervoso.

A risollevarmi un minimo il morale arriva ben presto Toro Y Moi con i 39 minuti della mia vita che non recupererò mai di Underneath The Pine (Carpark, 2011, Voto: 6.6), successore del chillwavissimo Causers of This dell'anno scorso, dove abbiamo l'onore di ascoltare strumenti musicali e non un cazzone dietro ad un fottuto Mac. Sarò un cagacazzo, sarò troppo affezionato alle dodici battute e alle Stratocaster, ma che Zeus mi fulmini se non sono contento. A quanto pare il computerino non era abbastanza per questo ragazzo, quindi il buon Chazwick Bundick - vero nome di Toro Y Moi - è andato in tour con una band vera, cosa che ha molto influenzato il nuovo album, sinceramente un discreto album di musica non particolarmente originale con interessanti elementi di soul e addirittura qualche influenza del Quincy Jones di Thriller (in particolar modo in Still Sound e New Beat) e addirittura un bel pezzo acustico (Before I'm Done - potete sentire un intero set acustico... ACUSTICO, avete letto bene, su Rolling Stone Magazine Online). Le atmosfere settantine somigliano un po' agli apprezzatissimi Air senza però averne la qualità, anche se, nonostante non brilli per eclettismo, qualcosa di buono si cava da questo tizio.

E come il web ha indebitamente osannato questi tizi, così come ha trasformato dei nerd nelle nuove rockstar, allo stesso modo la blogosfera sta incominciando a cantare il requiem della chillwave, perchè fa tanto figo stare con chi non è figo... e questi li hanno trasformati in fighi e alla moda, quindi adesso dobbiamo tutti odiarli perchè c'è bisogno di gente non figa che a sua volta diverrà figa e dovremo odiarla e via discorrendo. Come dimostra questo blog che leggo probabilmente solo io, il web ha degli enormi lati negativi, e conviene farsene una ragione, e sopportare che su metacritic queste cagate di cui vi ho appena parlato abbiano voti più alti magari di dischi di qualità... that's life... that's what all the people say...

E così, dopo 4 ore e 49 minuti circa della mia vita che non recupererò mai, senza considerare i secondi ascolti, la documentazione ed il tempo di scrivere, rileggere e correggere questa cagata, adesso finalmente so che dove leggo chillwave posso serenamente bypassare senza perdermi un cazzo di niente.
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