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venerdì 15 giugno 2012

Alabama Shakes - Boys & Girls (ATO, 2012)

Con gli Alabama Shakes la stampa americana frantuma ciò che allegramente dondola nelle calde notti d'estate in mezzo alle mie villiche cosce più o meno da Settembre scorso, quando l'ep omonimo  vide la luce... fate conto che in base a quell'extended play realizzarono anche qualche tutto esaurito in giro per l'America... senza neanche un album pubblicato... woooow... yyyyeaaah... yuuuppie! Ormai sto invecchiando, quindi abbocco un po' meno facilmente a queste esche mediatiche... in tal modo abbasso le mie aspettative che, in base a quanto letto, avrebbero teoricamente dovuto essere alle stelle.

Il debutto di questi ragazzi dell'ALABAMA è un delizioso confettino di una sorta di revival R&B (quello vero, quello della Stax), che dà occasione alla front-woman Brittany Howard di dimostrare le proprie non indifferenti capacità, che le hanno fruttato paragoni con mostri sacri come Janis Joplin, Aretha, Diana Ross... immeritati, a mio avviso, ma la 23enne di Athens, AL ha un notevole talento, questo è indiscutibile.

Nei 36 minuti di questo esordio fioccano ballate su ballate: alcune di pregevole fattura (la title track e Heartbreaker), altre un po' trite, ma comunque discretamente ascoltabili; il problema sostanziale di quest'album, lasciando perdere le critiche stratosferiche e gli sbrodolamenti ai quali ormai dovremmo essere abituati, è che i pezzi sono tutti midtempos o anche più lenti, ergo non raggiunge mai il momentum necessario per poter decollare: a parte la neo-Winehousiana I Ain't The Same e il primo singolo (e apripista) Hold On, viaggiamo a velocità di crociera moooolto bassa, e questo non giova particolarmente alla totale riuscita dell'album.

In generale, comunque, sarebbe ingeneroso non riconoscere ai ragazzi dell'Alacazzobama un certo qual talento. Se solo l'album fosse meno monofottutotono, sarebbe un ottimo album... così com'è è un buon esordio, e non è poco.
Voto: 7,4


lunedì 2 aprile 2012

Varie 2012 - Fotogrammi in fuorigioco

Yaaawn. La maggior parte della musica che ascolto negli ultimi anni mi butta giù in maniera peggiore di qualunque sonnifero, in maniera peggiore che Maria che fa Giovanna di secondo nome, in maniera peggiore, Zeus grande e misericordioso ci salvi, di Marzullo. Ogni tanto mi capita il miracolo, ma se parliamo di punk rock (o pseudo tale) del nuovo millennio, le probabilità crollano miserissimamente. E, peraltro, gli Sharks con il loro No Gods (Rise, 2012 Voto: 3,6), agghiacciante poppettino con i chitarroni spacciato per punk (con la conseguente, rituale dichiarazione del cantante James Mattok che rivela:"no, non siamo punk", ipocrita dichiarazione standard della quale ho le palle piene sin dai tempi di Billy Joe Armstrong e il suo multimilionario "Dookie"), pesante come le canzoni di Avril Lavigne e rabbioso come Rihanna, questo è un genere di musica che tenta di rendere palatabile una cultura con radici profonde e con contenuti profondissimi, svuotandola di ogni contenuto (sociale, etico/musicale, estetico) e ne lascia un contenitore totalmente privo di qualsivoglia significato, e, ad ogni buon conto, modificandone anche il contenitore con abbellimenti, pulizie e sterilizzazioni varie; ringraziamo per questo i più conosciuti degli apripista, i Blink 182, il peggio del peggio. Sappiate che se ascoltate questa roba, state sentendo una Britney Spears con meno talento, non del punk. Album d'esordio ben prodotto, che non mancherà di riscuotere successi di pubblico e di critica... la seconda già si è sprecata in lodi, lodi, lodi.
La Rise Records, finchè dura, lo ha messo in buona parte gratis su YouTube, approfittatene.
Decisamente meglio i Breton, collettivo inglese che rifiuta la definizione di "band" (o almeno, così mi è parso di capire... avrebbe aiutato che me ne fosse fregata una beatissima minchia, probabilmente) e che propone un electro-indie discretamente intelligente e a tratti pure molto interessante con questo Other People's Problems (FatCat, 2012 Voto: 6,4), talvolta smaccatamente "disco" (Governing Correctly), altre volte cupi e noisy, ma addolciti da campionamenti d'archi (Pacemaker), non mancano buoni momenti in quest'album spesso troppo Skrillexiano e gli appassionati del genere (dance punk? electroindie? sahjkadspok? 'nsomma, se semo capiti, daje) apprezzeranno il fatto che una nuova band sia pronta a tenere alto il livello (yaaaaawn...) della scena, non curanti del fatto che le canzoni che non fanno venire il sonno all'interno dell'album non siano comunque in numero così eclatantemente alto.
Un po' ripetitivo, ma ascoltabile.
Tutt'altro spessore ha il suono di Amadou & Mariam, ormai notissima coppia Franco-Maliana che ripropone, senza grosse innovazioni, il proprio afro-blues, mai come in quest'album carico di collaboratori, peraltro quasi tutti di enorme fama internazionale.
Come di consueto, anche in Folila (Because/Nonesuch, 2012 Voto: 7,8) la "Coppia Cieca" - come si sono autodefiniti a causa del fatto che... beh, cazzo che sono ciechi, no? - mescola in maniera assolutamente perfetta suoni, composizione e persino manierismi occidentali con quelli smaccatamente Maliani che, tra una cosa e l'altra, ormai sono abbastanza riconoscibili anche da un pubblico mainstream. Da un punto di vista della mera evoluzione, quasi nulla di nuovo... ma poco importa, dato che il risultato rimane a livelli sempre molto alti. Registrato prima a New York (con gli "indie") e poi in Mali (con musicisti locali), l'album è stato infine completato unendo il materiale tratto dalle due sessions a Parigi, ottenendo così un vero e proprio mix delle due culture, che è poi quello che ha sempre funzionato degli album di Amadou & Mariam. Sono molte le canzoni di bellezza rara: esempio ne sia la splendida Oh Amadou, che vede come ospite il talentuoso leader dei Noir Desir, Bertrand Cantat, noto oltre che per il successo di "Le Vent Nous Porterà" per aver pestato a morte la compagna Marie Trintignant in un accesso, mentre era totalmente fuori di testa per essersi strafatto di qualche roba che ora non so bene cosa sia. Disprezzo quest'uomo - uscito in libertà vigilata dopo aver scontato metà della pena per omicidio colposo - con tutto il mio animo, ma sono costretto ad ammettere a denti stretti che il suo contributo all'album in numerosi brani è davvero ottimo. E', oggettivamente, possibile separare il lato umano dal lato artistico di una persona? Davvero, non saprei. Il fatto è questo: un numero incalcolabile di artisti ha commesso atti abietti o persino feroci, ma non credo che per questo alcuno di noi disprezzi le loro opere. Se Picasso avesse ucciso la moglie, "Guernica" sarebbe per questo un'opera di minor valore? Ognuno dia a sè stesso la risposta che cazzo gli pare, e torniamo al disco.Talvolta le collaborazioni sono a dir poco ardite (Jack Shears degli Scissor Sisters aggiunge coretti disco a Metemya), ma in generale tutte azzeccate: rilevantissimo, ad esempio, il contributo di Nick Zinner (Yeah Yeah Yeahs) che in numerose tracce complementa la chitarra di Amadou. Tra le altre, da segnalare senz'altro Wily Kataso (ospiti i Tv On The Radio) e Wari (ospite Amp Fiddler che salcazzo chi sia, in tutta onestà). Un ottimo album seppur non particolarmente "nuovo"... ben prodotto, ben registrato e scevro di riempitivi. Bene così.
Citazione breve, infine per Holly Golightly featuring the Brokeoffs che ripropone alcuni tra i suoi classici e oltre che cover di pezzi più o meno conosciuti in un nuovo arrangiamento grazie alla nuova backing band (nuova per dire: il primo album insieme ai Brokeoffs è del 2007). Holly è molto talentuosa, ma l'arrangiamento, a dirla tutta, non funziona un granchè: scarni mandolini e chitarre acustiche bisogna saperli far funzionare e bisogna avere uno stile che non diventi ripetitivo dopo due o tre pezzi, cosa che non si può certo dire dei Brokeoffs. In più Holly non sembra avere lo spessore interpretativo per gestire la sua bella voce in un contesto di questo tipo; paragonarla a Diamond Dave nel progetto "Strummin' with the Devil" (un album di cover bluegrass dei pezzi più noti dei Van Halen) sembra ingeneroso: migliori i pezzi, migliori i musicisti, migliori gli arrangiamenti... ma, nondimeno, si può cogliere anche un diverso spessore nel carisma dei due che consente ad uno di lanciarsi in un'impresa simile, all'altra di far sbadigliare dopo il terzo pezzo. E così Long Distance (Transdreamer, 2012 Voto: 5,4), lungi dall'essere una porcheria, è anche molto lontano dall'essere qualcosa di dignitoso, e gli sbadigli si sprecano.

venerdì 30 marzo 2012

The Shins - Port Of Morrow (Aural Apothecary / Columbia, 2012)

Capita, ogni tanto, come per magia, che il magico mondo dell'hype porti a riva con le sue violente onde qualcosa di buono, di non ammuffito, di non devastato, di vivo, insomma.
Gli Shins (solo) di James Mercer, sono tutti nuovi, chè Mercer ha mandato affanculo tutti gli ex compari (non che contassero alcunchè, immagino) e l'ex etichetta (la leggendaria Sub Pop), ma l'hype che li ha portati a riva è vecchia storia: Zach Braff ed il suo Garden State, il funerale di Heath Ledger (!!!), The OC, rinomato campionario di indie band da portare in gloria, le collaborazioni con i due Mouse (Danger & Modest)... insomma, onde forti e violente.
Dicevamo, Mercer ha deciso di trovare qualcosa di nuovo e ha calato le carte: il palesemente indie dei tre album precedenti cede il passo ad uno smaccatamente pop che non lascia dubbi. Produzione (e lavoro strumentale) scintillante di Greg Kurstin (leggere il curriculum dell'uomo per credere) e pezzi da fischiettare in doccia; la voce di Mercer, oggettivamente bella e limpida, passa in primissimo piano, abbandonando gli echi e le retrovie indie: come fece Cobain ai suoi tempi, ma con maggiore malizia del biondino, Mercer spiattella il pop radiofonico sulla faccia di tutti, smussa gli angoli e cerca la gloria, come se il Grammy Award del 2007 non fosse bastato, in culo agli indie, alla comunità, alla finta indipendenza.
Ci mette l'elettronica di supporto (Bait and Switch) e la ballatona melodicamente devastante (September), ma il fulcro dell'album sono i pezzi midtempo come It's Only Life o il singolone Simple Song, quei pezzi che in radio SPACCANO e che se li becchi li canti tutto il fottuto giorno: è inammissibile lasciare lo scettro della radiofonicità ad un gruppo di mediocri come i Coldplay, fatevi avanti, santa miseria.
È bello, peraltro, vedere che di questa maledetta musica indie tutta uguale ne incominciano ad avere le palle piene anche gli interpreti, e che virino sullo smaccatamente pop è ancora meglio, hai visto mai che riportiamo le spogliarelliste ai locali di spogliarello, invece che sulle vette delle classifiche mondiali.
Non un capolavoro, ma un buon disco, piacevole, fresco, ascoltabile... tanto basta.
Voto: 7.2

mercoledì 21 marzo 2012

Paul Weller - Sonik Kicks (Yep Roc, 2012)

C'è un espressione, nella lingua inglese, che adoro: l'espressione è "to go bananas". Non chiedetemi di tradurla, sarebbe come chiedere ad un napoletano di tradurre "chella cessa zompaperete e' mammeta" o di far spiegare ad un catanese quanti significati possa racchiudere l'esclamazione " 'inkia!". In una bella recensione di quest'album, Maria Schurr afferma che per i vecchiardi in musica ci sono due strade fondamentali che vengono seguite in genere: fare i "duri e puri" e perseguire su cammini già in precedenza tracciati o, in alternativa, go bananas e fare qualcosa che, se riesce, mette i ragazzini al loro posto.
Beh, Paul sono ormai tre abbondanti album che è andato maledettamente bananas, d'altra parte l'ultimo capitolo più o meno classico fu "As Is Now", gran bell'album del nostro Modfather datato 2005... e di acqua, da quel 2005, ne è passata molta sotto i ponti; e Weller non smette di stupire, sbarellando con psichedelia ed elettronica: l'introduttiva Green è un perfetto campioncino (e forse tra i meglio riusciti dell'album) del menù che mastro Weller servirà, tra orge di chitarre elettriche, cazzeggio con la stereofonia e rumoristica tipica dello space rock che fu. 
Anche ciò che è melodicamente e stutturalmente più consueto (come The Attic o il singolo The Dangerous Age) ha comunque un sound raramente riconducibile al modfather... meravigliose sclerate psichedeliche come Drifters o When Your Garden's Overgrown (ospite Noely G) dominano l'album, ma non mancano altre sorprese come la cavalcata dub (??? 'inkia!) Study in Blue.
Un album che non è sicuramente un capolavoro, ma neanche l'ultimo degli stronzi [cit.], e che conferma che il Modfather è tutt'altro che morto, ma è andato nettamente bananas. Per fortuna.
Voto: 7.8

giovedì 23 febbraio 2012

Varie 2012 - la certezza è peggio della pazzia

Alla casella "sacrosante certezze", nel panorama musicale del nuovo millennio, ci sono sempre stati nel mio diario Mark Lanegan e i Calibro 35. Concederò, come i più arguti non mancheranno di sottolineare, che sono artisti di tenore e spessore internazionale diverso: beh, Lanegan è stato tra i guru della odiata e piovosa Seattle che ha regnato incontrastata per i primi 5 anni dei '90... concedo, concedo, ci mancherebbe altro.
Non mancherò di sottolineare io, però, che le due certezze sono senz'altro di tenore diverso: Lanegan, certamente, pubblica album esaltati dai critici in ogni dove, competentissimi ed in gamba come rincoglioniti e incapaci; nel caso specifico parliamo di Blues Funeral (4AD, 2012 Voto: 7,1), inevitabilmente, l'album mi piacerà senza esaltarmi, è una dannata certezza. Accompagnato dal fido Alain Johannes, Lanegan invoca Muddy Waters, professandosene schiavo, ma del Blues del titolo resta solo il funerale (sempre nel titolo, guarda tu le coincidenze): una pletora di drum machines e synth ed un cielo plumbeo degno del sopracitato funerale, ma assolutamente privo di blues. Ci troviamo persino una Ode to Sad Disco, perdio!
"The blues ain't nothin' but a good man feelin' bad, thinkin' 'bout the woman he once was with", diceva qualcuno; qui non ci sono good man, non si feel bad proprio nessuno, e non c'è nessuna woman a cui pensare a parte Isobel Campbell, ma mica tanto, cioè, chi cazzo se ne fotte della Campbell? E da dove vengo io, you don't blow no harp, you don't get no pussy. Texture su texture su texture: molto atmosferico ma, appunto per questo, sembra sempre sia sul punto di esplodere, esplosione che, fatta eccezione per l'introduttiva The Gravedigger's Song, non avviene mai.
Non fraintendetemi: è un album di buon livello, come accade sempre con Lanegan. Accade sempre, altresì, che non sia un capolavoro, per quanto concerne chi vi scrive. Sarà che ammemepiaceobblus.
L'altra certezza, i Calibro 35, accostata al poderoso ed altisonante nome di Lanegan, mi procurerà non poche inimicizie, ne sono sicuro... ma STI GRAN CAZZI. Questi ragazzacci  sono ormai al terzo album nel quale ripescano da una osannata tradizione italiana, quella del filmaccio anni '70, possibilmente "poliziottesco". Se dal punto di vista cinematografico con l'osanna costante e ripetuto da parte della critica (e di Quentin Tarantino, mavabbè) si è un po' perso il reale valore di quei film (più di quello che si diceva un tempo, molto meno di quello che si dice adesso), dal punto vista musicale non si è mai elogiato a sufficienza lo splendido lavoro fatto dai vari Trovajoli, Micalizzi, Umiliani, Morricone, Piccione, Bacalov, Manuel De Sica, Stelvio Cipriani, Guido e Maurizio De Angelis e così via discorrendo. 
Caratterizzato come sempre dal livello tecnico superiore che era tipico dei due dischi precedenti (e dei maestri di riferimento), stavolta abbiamo un campionario di pezzi originali (fatta eccezione per Passeg­geri Nel Tempo del maestro Ennio Mor­ri­cone e New York New York  di Piero Pic­cioni)  di Gabrielli e soci che non ha nulla da invidiare a quanto di meglio il filone abbia mai offerto. 
Un misto di jazz, lounge, funk e quant'altro, Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale (Venus, 2012  Voto: 8,3), è un ennesimo lavoro SPLENDIDO nella discografia dei Calibro 35, che non vedo l'ora di rivedere dal vivo.
Che sia il surf-funk-rock di Uh Ah Brrr, o il funkettone di Arrivederci e Grazie, o, ancora, la swingata Buone Notizie, i Calibro hanno fatto nuovamente centro, alla grandissima, non se ne dispiacciano i fan del buon Lanegan.

lunedì 13 febbraio 2012

Varie 2012 - a Giovanardi non piacciono Jenna ed Eva Angelina

SPQP: Sono Pazzi Questi Politici. Hanno vissuto in un governo la cui attività principale è probabilmente consistita (dicono le malelingue) nel fare accoppiare giovani donne disinibite vestite da poliziotte e/o infermiere accompagnate da un menestrello, e ora inveiscono contro i bbbaci tra donne. Io proprio non comprendo. Forse il problema è l'assenza di menestrelli, spediti a guadagnarsi il pane lontano lontano? Ma no, onorevole, no... che problemi ci sono! Il menestrello ce lo abbiamo bell'e pronto, viene dall'Ammmerica degli abbronzati, e suona con un secchio di KFC sulla testa: il fantastico Buckethead, che ci propone il suo 35esimo album solista, denominato Electric Sea (Metastation, 2012 Voto: 7,6), seguito ideale di Electric Tears del 2002 - anch'esso tristemente scevro di giovani donne che si leccano - e nuovo capitolo della saga del chitarrista col cesto di KFC in testa. Non fatevi ingannare: se non lo conosceste, è un chitarrista tecnicamente sublime, ed in questo caso specifico estremamente moderato; non ejacula qua e là piogge di note alla velocità della luce come un Malmsteen qualsiasi. Il suo gusto per lenti ed atmosferici brani di chitarra acustica conditi da occasionali solo di elettrica (mai eccessivamente invasivi) lo porta a produrre serenità, una serenità che ben si sposerebbe con i frizzi ed i lazzi di un festino intimo e privato, con o senza Giovanardi. Dedica una canzone a Michael Jackson (ammicco ammicco), già disponibile per il download sul suo sito, quindi anche per altri determinati feticci siamo a cavallo. Ci sono anche due rielaborazioni di pezzi di Bach (che non è quello dei fiori, ma il buon Johann Sebastian... no, no, non il Sebastian degli Skid Row, prestate attenzione), ma non si può essere perfetti. Un buon album, seppur non incredibilmente memorabile, molto più vicino alla classica che al rock. Onorevole, mi sembra un buon candidato, no? Non schifiamolo.
Molto più schifabili sono invece i Big Pink, con il loro secondo album Future This (4AD, 2012 Voto: 4,1) ennesima NME Best band of the qualcosa, ennesimi tempertrappiani, ennesimo rompimento di apparecchiatura testicolare electro-indie. Una noia BESHTIALE, ove ogni tanto compare un assolo di chitarra decente (Lose Your Mind) o un verso che non sia totalmente insipido (Give It Up). Del resto l'esordio era tutt'altra cosa (seppur non trascendentale), ma qui non abbiamo video di gente che piscia in strada, non abbiamo copertine con maschi che si leccano e fanno robe, quindi tutto ciò che resta è un inascoltabile accozzaglia di rumorini electro-indie che non va da nessuna parte. Meh. 
Uno zinzinello meglio (ma non troppo) sono gli A Place To Bury Strangers, con il loro ep Onwards To The Wall (Dead Oceans, 2012 Voto: 6,3), ennesimo capitolo di emulazione dei Jesus and Mary Chain... uno shoegaze non particolarmente offensivo ma assolutamente irrilevante, se devo ascoltare una roba del genere la ascolto dagli originali... post punk di routine, che non proporrei a nessun festino. Ci vogliono gli hook per fare questa roba ragazzi, ci vogliono gli hook... feed me with your kiss, purchè non siate due donne.
Bella copertina comunque, non ci sono donne che si baciano nè gente che fa pipì in strada.

venerdì 10 febbraio 2012

Varie 2012 - Il posto fisso è noioso, per questo siamo precari

Quando leggo informazioni sugli Alcest, in ogni dove leggo di "french black metal". Sangue di Ismaele, sulla pagina di allmusic c'è persino scritto "death metal". E' assolutamente allucinante definire Les Voyages De L'Âme (Prophecy Productions, 2012 Voto: 7,2) "black metal", per quanto mi riguarda, e infatti il cantante della band francese rimane sconvolto quanto me. O siamo pazzi noi? Ma che cazzo ne so. Questo viaggio dell'anima, in realtà, è alternative rock dei più classici e anche di livello abbastanza alto, con imponenti influenze shoegaze ma stemperate da un vago aperfectcirleismo, caratteristica tipica di chi ha difficoltà a dare alle proprie canzoni i cosiddetti "hooks", gli appigli, le robe che ti si incastrano nel cranio, insomma. Se apprezzate un alternative rock molto atmosferico ed ipnotico, buttatevici a capofitto su 'sti ragazzi, sono molto meglio di quanto offra al momento in questo settore il mercato americano.

Parlando di atmosfere, invece, ci spostiamo sugli Sleestak con il loro Altrusian Moon (auto-prodotto, 2012 Voto: 6,3), che adeguatamente sottotitolano "a lo-fi collection of psychedelia and space rock", un lunghissimo potpourri, tirato fuori dagli archivi, di jam psichedeliche che non vanno da nessunissima dannata parte. Resteranno stupiti di quanto sia soft coloro che già conoscevano gli Sleestak, i quali  normalmente fanno un bordello della madonna con il loro doom/stoner metal - fra l'altro di pregevole fattura - appesantito da un cantato tendente al growl. Non è malaccio, ma è un'ora e trentacinque di tizi che suonano riff inconcludenti (seppur piacevoli) in sala prove, con tanto di errori (soprattutto alla batteria)... è anche vero che la band lo regala attraverso il proprio sito bandcamp (potete lasciare un'offerta di vostro gradimento per supportare le registrazioni del loro prossimo album), e che è un'ottima colonna sonora per spippacchiare circondati da incenso e candele, quindi se avete questi propositi siete nel posto giusto.

Torna alla ribalta, dopo aver rischiato di morire (ed aver subito una trasfusione del 100% del sangue corporeo) il leggendario Al Jourgensen che ha pensato bene, cagatosi sotto per il rischio corso, di realizzare il progetto del quale parla da 30 anni: un dannato disco country & western. Sì, sì, Al, quello dei Ministry, dei Revolting Cocks, eccetera. C'è di più: aveva cercato dei musicisti country, ma, non si capisce bene per quale motivo, ne ha presi di altri che col country non c'entrano una beata: Rick Nielsen dei Cheap Trick e Mike Scaccia dei Rigor Mortis alle chitarre, Tony Campos degli Static X al basso e... una dannata drum machine. In un disco country. Aaah, Al, Al, Al.
Ci sono le violiste, sono due tizie di Houston... almeno quelle suoneranno country? Nicht. Nothing. Nada. Suonano musica classica. Aaaah, Al, Al, Al.
Il risultato è di una cazzoneria fuori da ogni limite, con il buon Jourgensen (sì, cazzo, ho già detto quello dei Ministry, non c'è bisogno di chiedere) che urla come ai bei tempi di NWO, un buon suono in generale un po' scoglionato dalla drum machine e testi da tipico jubox nel bar dell'Alabama (alcool, fregna, droga, fregna, alcool)... aò, a me piace, che vi devo dire, fucilatemi.
Il disco si chiama Bikers Welcome! Ladies Drink Free (13th Planet Records, 2012 Voto: 6,3), ed il gruppo Buck Satan & The 666 Shooters, e si prepara a ricevere una pioggia di critiche. Meno peggio di quello che dirà chi lo critica, e decisamente non bello come diranno i fan di Jourgensen... insomma è una... roba. Prendetelo per quello che è: una cialtronata divertente.

sabato 4 febbraio 2012

Leonard Cohen - Old Ideas (Columbia, 2012)

Leonard Cohen - Old Ideas [album cover]  Leonard Cohen - Old Ideas
 Voto: 7.7
 La recensione su... (clicca sull'immagine per aprirla)

   Il cibicida

mercoledì 25 gennaio 2012

The Maccabees - Given To The Wild (Fiction, 2012)

Che io non sia appassionato di indie rock (rectius: di questa roba che al momento chiamano, non si capisce bene perchè, indie rock) non è un mistero per nessuno, dato che blatero in continuazione contro la nuova "evoluzione" del mercato musicale. Ma che diavolo ci posso fare se ormai una enorme fetta (pari a quella dell'hip hop e a quella del pop spazzatura da vendere ai ragazzini ottenebrati da... da... boh, da Mtv?) della proposta musicale è ineluttabilmente questa?
I fottuti Maccabei (tutti atei, se ve lo steste chiedendo) con questo Given To The Wild calano l'asso, un po' come fecero i Bon Iver l'anno scorso. Non so se ambiscano al trono di principi dell'indie pop/rock, ma sicuramente questa terza prova del gruppo britannico puzza tanto di trionfo, a vederla da questo punto di vista.
Ambizioso, minuzioso, e tante altre parole che terminano in "-ioso", si capisce perfettamente già al primo ascolto quanto sia stato meticoloso il lavoro di Orlando Weeks e soci: strato sonoro dopo strato sonoro è una delle produzioni dream pop più riuscite degli ultimi anni, sorretta da un apparato melodico non indifferente e colorata persino da una sezione di fiati... bella idea.
L'apripista Child è forse il miglior momento, ma anche Went Away è un gran bel pezzo, nonostante sia più o meno una copia (inferiore) di quella "Sweet Disposition" che ha incatato il mondo, spruzzata qua e là all'interno dell'impianto sonoro del quale è costituita con tocchi che ricordano il buon The Edge, tanto che, se ci fosse un cantante arrogante e presente invece che un'eterea vocina sussurrante (standard per l'indie come ormai è standard per il metal il suono di una ESP) questo sarebbe un fottuto disco degli U2.
Nell'era dell'mp3, finalmente leggo di qualcuno che scrive che Given To The Wild, con i suoi 53 minuti, pecca  per essere sin troppo lungo: osservazione sicuramente vera ma impensabile negli anni '90, quando ci si ammorbava con 74 inevitabili minuti di album che ne dovevano durare non più di 40 (citofonare Axl Rose). Dei tanti cambiamenti del terzo millennio in relazione alla musica, uno dei pochi che mi soddisfi.
Se siete adoratori del diavolo che hanno "Crazy Train" come suoneria del cellulare, lasciate perdere questa roba... se invece siete appassionati di questa coglioneria indie, probabilmente amerete quest'album e non vi stupirete di trovarlo nella top 10 del 2012.
Io?
Io sto andando fuori dai binari su un pazzo treno. All aboooooooooaaaaard hahahahahaaha!!!
Voto: 7.0

martedì 17 gennaio 2012

Paul McCartney - Kisses On The Bottom (Hear Music, 2012)

Il 2012 è entrato, ed è entrato da dietro. 
Si prefigura un adorabile anno di cagate, ho questo presentimento. 
Del resto, non è che ci voglia Nostraminchius a predirlo, dato che l'80% delle uscite discografiche degli ultimi dieci anni infiniti addusse lutti alle tazze der cesso. E pensavo (dati gli scleri maccartiani recenti) che Sir Paul McCartney mi avrebbe senza indugio condotto sulla gelida tazza di ceramica, ad espletare funzioni corporee primarie. 
Ed in verità vi dico, la tazza di ceramica gelida invero conobbe il mio fondoschiena ed il suo rombo di tuono, ma per ragioni ben lontane dall'album del Macca: il fatto di aver guadagnato 6 kg dal giorno di Natale ad oggi significherà pur qualcosa, e quel qualcosa è agghiacciante.
Ma lasciamo perdere queste facezie e torniamo al Beatle che tutti amiamo (tranne gli sporchi comunisti che tifano Lennon e gli stronzi rincoglioniti che amano Harrison... hey, non guardate me, io amo Ringo): Sir Paul, arrivate le vecchiaglie, si concede, giustamente, tutti i capricci che gli garbano.
Nel caso di specie, reinterpreta dodici standard del jazz da Great American Songbook o roba simile, tutta musica che sentiva da bambino: pezzi composti da Irving Berlin, Johnny Mercer, Mort Dixon, Billy Hill... insomma, almeno The Glory Of Love potreste conoscerla nella versione dei Velvetones, dato che è apparsa in Casino di Scorsese.
Accompagnato da Diana Krall e la sua band, prodotto dal pluri-vincitore di Grammy Tommy LiPuma (che, coincidenzialmente, sembra un nome preso da Goodfellas) e edito sull'etichetta di Starbucks (eh?), Paul si è passato sto capriccio.
Intendiamoci, non è che sia un brutto album, anzi: musicisti superbi, produzione di qualità e buon crooning del Macca, che offre ai suoi fan due inediti, sempre nel medesimo stile (in My Valentine Eric Clapton è ospite alla chitarra, mentre nella conclusiva Only Our Hearts è riconoscibilissima l'armonica a bocca di Stevie "Meraviglia" Wonder) i quali non sfigurano affatto mescolati a standard swing di altissimo livello... del resto, parliamo di una delle più geniali menti musicali dello scorso secolo; il problema è che è un disco nel quale si diverte molto di più chi lo ha realizzato che chi dovrebbe ascoltarlo.
Che sia forse il timbro vocale soporifero del ragazzo di Liverpool, che fa sì che i pezzi fungano da ninna nanna?
Insomma se lo portate sulla tazza del cesso in un lettore mp3 correte il rischio di addormentarvi con le chiappe al vento... fate attenzione, se non volete finire come Elvis.
Voto: 7.1

mercoledì 9 novembre 2011

Varie 2011 - il pianoforte non è il mio forte

Dubstep, 2-step, drum n' bass, sono tutti nomi che mi hanno fratturato l'apparecchiatura testicolare. Così non dovrebbe essere assolutamente una sorpresa se il nuovo album dello stupefacente Martyn, Ghost People (Brainfeeder, 2011, voto 1.9) sia per me uno scoglionamento d'altri tempi. Un tizio che mette su una cazzo di base al computer ed aggiunge, senza variare mai dinamiche, della roba sopra al beat con tastierina da house anni '90. Yeeeah! Ma anche no. Se sei dentro un club e passano questa musica, e (soprattutto) sei strafatto di MD, se ne può discutere. La gente dei fottuti giornali che sta a casa sua a sentire sta merda e poi dice: "wow, che artista, ma che bravo, che originale, pensa: ha aggiunto della merda ad un beat creato col computer" veramente va aldilà della mia comprensione. Che si fotta.

Molto meglio i The Answer, nuovi paladini dell'hard rock nordirlandese, con la loro terza prova - opportunamente titolata Revival (Spinefarm, 2011, voto 6.8) - guidati da Cormac Neeson, misto perfetto di Axl Rose e Jon Bon Jovi.
I ragazzi sono bravi, e sono sicuro che vederli dal vivo sarà una figata, ma registrare un disco al livello di Appetite For Destruction o persino Slippery When Wet è un'altra cosa. Per prima cosa, la band non ti deve fare costantemente pensare a mille band dello stesso genere ma che ami di più.
Come seconda cosa, è fondamentale avere una personalità propria, definita, smaccata... avere un cantante che, per quanto bravo, sostanzialmente sembra un'imitazione di altri, decisamente più famosi non aiuta in questo senso. 
Terza ed ultima cosa: ci vogliono pezzi di lusso. Pezzi che la gente non dimenticherà mai. Pezzi con i quali farà l'amore, farà la dichiarazione alla tipa, festeggerà i grandi momenti sportivi, pezzi che canterà davanti al falò d'estate... insomma, quella roba lì.
Ed è un peccato che queste tre cose gli manchino, perchè sono sinceramente bravi.
Ben altra connotazione assume il termine "brava" affiancato alla deliziosa Madeleine Peyroux, che con il suo andare jazzato ci regala Standing On The Rooftoop (Decca, 2011, voto 7.5), splendida sorpresa per me, uomo dal sacco scrotale ormai gonfio di donne che invece che voler essere sè stesse cercano di essere "la nuova Beyonce", "la nuova Aretha", "la nuova Norah Jones", "la nuova Winehouse" e via discorrendo. Ospiti di lusso come l'onnipresente Ribot (cristo santo, l'ho sentito in 5/6 dischi solo questo mese), Me'shell Ndegeocello al basso e Bill Wyman, che non contribuisce materialmente ma scrivendo due pezzi, uno dei quali lo stupendo The One You Can't Afford, che sembra uscito direttamente dall'armadio di Curtis Mayfield. In mezzo agli originali della Peyroux, fatti di gradevole crooning (migliore quando in fase di sorriso, talvolta noioso in fase tragica) troviamo una cover dei Beatles, una di Ribot, una di Dylan ed una Love in Vain in versione apocalittica che sinceramente non ho ben capito. L'album è molto buono, gradevole, scivola via con la affascinante voce della Peyroux in maniera nient'affatto pesante ed è molto meglio di taaanta roba che troverete in giro. Give it a try.
Infine abbiamo il cognato di Madonna, che non è il fratello di S. Giuseppe di Bethlemme ma il buon Joe Henry con il suo Reverie (ANTI-, 2011, voto 6.2). Joe è il tizio che ha scritto per la Ciccone una delle pochissime canzoni decenti degli ultimi vent'anni di carriera, la Don't Tell Me che ricorderete per il video del cazzo con il cappello da cowboy. Diobbuono, c'hai centotrentanni e sei ridotta una chiavica, ma finiscila di fare ste cose. Vabbuò, comunque, dicevamo? Ah, già, Giuseppe di Bethlemme. Giuseppe di Bethlemme ci parla del tempo, il tempo che passa suppongo, anche se avrei perferito parlasse del meteo. Wow, che argomento originale, Joe, sei il primo ad averci pensato. Un'ora quasi completamente acustica, tra blues senza blue e jazz senza swing... diciamo che me la sarei risparmiata, seppur non sgradevole. Per potersi permettere arrangiamenti all'osso come questi ci vuole ben altro che la voce nasale del buon Joe, ed infatti i momenti migliori sono quelli in cui l'arrangiamento è un minimo più ricco, come in Sticks & Stones, nella quale troviamo ospite una non meglio precisata baldracca.

sabato 22 ottobre 2011

Varie 2011 - cotto e mangiato

Decoder - Decoder
Non so chi o cosa mi abbia portato ad ascoltare questa cagata, ma la pagherà cara. I trentasette minuti di merda dei Decoder (Rise records, 2011, voto 2.3) sono una sottospecie di ri-edizione dei Linkin Park con invece del grazioso fregnone che rappa, in tizio che fa del growl tipo death metal o non so che cazzo. Non ho trovato una sola recensione negativa in tutto il web, quindi sono sempre più portato a sperare nell'estinzione del genere umano. Ogni melodia dignitosa - ma sempre di quel nu-metal insipido che fa fare la cacca - viene improvvisamente rovinata da un tizio che fa WHAUHWUAHHHAHHAHHHHHH WHAUHUAHAUHAHAHUUUAAAH... trovatevi un lavoro.

Jenn Grant - Honeymoon
Punch
Gradevole è invece il terzo album della  canadese Jenn Grant, Honeymoon Punch (Six Shooter, 2011, voto 6.8) pop rock influenzato dal soul, allegro e solare ma che non ascolterò mai più in vita mia. Una versione canadese di Cristina Donà, ma, almeno in quest'album, senza malinconie. Bella voce, belli gli arrangiamenti, canzoni gradevoli e ben scritte... però not my cup of tea.



Baby Woodrose -
Mindblowing Seeds and
Disconnected Flowers

Lorenzo Woodrose invece festeggia i dieci anni della sua band, i Baby Woodrose ripescando i demo originali pre-esordio, risalenti al 1999: i 15 pezzi di Mindblowing Seeds and
Disconnected Flowers
(Bad Afro, 2011, voto 7.0) sono un passabile campionario di garage rock psichedelico di quelli che un tempo riempirono la imprescindibile raccolta "Nuggets"... suddetta raccolta, però, aveva il pregio di sfoggiare uno o al massimo due pezzi per ogni gruppo, mentre qui è sempre la solita solfa: gradevole, psichedelica, anche ben scritta se vogliamo... ma molto meglio i dischi di materiale nuovo di questa band... questo è only for fans, digiamolo.

A.A. Bondy - Believers
Chiudiamo infine con A.A. Bondy ed il suo terzo album, Believers (Fat Possum, 2011, voto 7.7): l'ex leader degli ottimi Verbena è al suo terzo disco e propone la solita miscela di atmosfere bluesate e notturne con qualche slancio brillante, di quelle che trovereste in coda ad una puntata di House M.D. (si sa, i telefilm ormai fanno da trend setter nel campo della musica) e, trovandole in una puntata direste "di chi diavolo era quella bella canzone atmosferica? devo assolutamente saperlo". Mi ricorda in alcuni passaggi il buon Ryan Adams nei suoi passaggi meno country ed è sinceramente un piacere ascoltarlo, seppur il suo essere sostanzialmente monocorde (anche se qualitativamente di valore) lo esclude dalla cerchia dei campioni.

venerdì 7 ottobre 2011

Booker T, Jones - The Road To Memphis (Anti, 2011)

Booker T è senz'altro una Leggenda del soul, proprio con la "L" maiuscola, ed il suo Hammond B3 ha segnato la storia della musica. Leader della più grande house-band della storia (gli MG's di Steve Cropper e Donald "Duck" Dunn che conoscerete sicuramente per il film "The Blues Brothers", ma che dovreste conoscere anche come chitarra e basso della Stax Records di Redding, Sam & Dave e Wilson Pickett) è tornato nel 2009 dopo molti anni di silenzio e, sorprendentemente, ha spaccato numerosi culi con il suo Potato Head, orfano dei suoi MG's ma accompagnato dai Drive By Truckers, gruppo che qualcuno di voi stronzi potrebbe conoscere e considerare inferiori a gente tipo gli Editors o gli Interpol, o qualche altro gruppo di segaioli. 

Per questo secondo album del nuovo millennio (come sempre in buona parte strumentale), Booker si affida alle competenti mani dei Roots e a diversi ospiti, su tutti quel vecchio fottuto di Lou Reed e il tizio dei My Morning Jacket, e ne viene fuori un affascinante gioiellino, nient'affatto antico (anzi, addirittura modaiolo a volte, come in Progress, traccia nel quale troviamo alla voce il già citato tizio dei MMJ, Yin Yames) che cresce ad ogni ascolto nella sua meticolosa esecuzione, retta in maniera strepitosa dai Roots, che non fanno rimpiangere i Drive By Truckers.

E se di Booker T non si può dire che sia una sorpresa nè nella bravura tecnica, nè in quella compositiva e nemmeno nella capacità di essere moderno senza essere odiosamente gggiovane, vera sorpresa per me sono stati proprio i Roots, gruppo che avevo sempre snobbato ad eccezione della meravigliosa You Got Me con Erikah Badu, soprattutto ?uestlove alla batteria a tratti davvero strepitoso, come nella cover di Everything is Everything di Lauryn Hill, un piccolo gioiello.

Parlando di cover, è invece scialba la osannatissima rilettura di Crazy, stramegasuperiper successo degli Gnarls Barkley, unico pezzo in cui Booker, sempre più capace di adattarsi, sembra fuori posto. 

Per il resto, non vi strapperete i capelli, su quello non c'è dubbio, ma è una piacevole conferma che Booker nel nuovo millennio sia ancora "alive and kicking".
Voto: 7.4
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