giovedì 9 febbraio 2012

Air - Le Voyage Dans Le Lune (Astralwerks, 2012)

Dopo averci fatto un piacevole safari nel 1998 (Moon Safari, piccolo capolavoro) i due francesini Air ritornano sulla Luna, musicando la versione restaurata e colorata a mano del classico del 1902 di George Meliès che già era stato citato dagli Smashing Pumpkins nel video di Tonight, Tonight. "Riportiamo l'arte nella musica" e tutte queste minchiate, che altro non vogliono dire se non "dobbiamo escogitare qualcos'altro per fare un po' di dindini, non ho abbastanza champagne per riempire l'idromassaggio". 
Gli Air sfornano il più irrilevante degli album gradevoli: suoni vagamente prog per riempire di audio il video di Meliès. Come tutte le colonne sonore esplicitamente intese come colonne sonore, dà una sensazione di incompleto; del resto, DEVE essere incompleta, manca una parte visiva senza la quale non sarebbe stato concepita. Ma, se in The Virgin Suicides, altra colonna sonora di un omonimo film, c'era di che togliersi il cappello, qui c'è solo di che grattarsi la cappella (se mi perdonate la poetica immagine): ottima la scelta di Sonic Armada come promo dell'album, e la sussurrata voce femminile che recita domandandosi "Who Am I Now?" è estremamente interessante come melodia, ma tutto ciò che rimane dell'album è assolutamente evanescente. 
Perfettamente adeguato a sostenere la visionaria fiaba di Meliès, ma come album... le merde.
Un gingillo d'ispirazione prog, nient'affatto sgradevole... ma ampiamente dimenticabile.

Voto: 6.2


In regalo, con la rivista "Coglione Moderno", il supplemento "Men's Balls" e il vidio del viaggio nella luna.



Sempre che youtubbo non lo tiri giù.
Enjoy.

Van Halen - A Different Kind Of Truth (Interscope, 2012)

E' dal 1996 che il mondo attende una reunion di una delle più grandi rock band di sempre nella sua formazione (più o meno) originale. Ma il fantastico Eddie Van Halen (fantastico, finchè non ci devi lavorare) e il meraviglioso "Diamond Dave" Lee Roth (meraviglioso, finchè non ci sei assieme ad una conferenza stampa) litigano in maniera pressochè ininterrotta dal 1984, quindi non se n'è mai fatto nulla, anche perchè Eddie ha avuto, tra rehab e cancro, grossissimi problemi di salute. Ormai Eddie non beve più e si mantiene in gran forma, per la nostra grande gioia. In più o meno gran forma è anche Diamond Dave, anche se, per forza di cose, l'età in un frontman si fa sentire in maniera meno lusinghiera, tirando allo stremo le corde vocali e aggiungendo rughe al viso di chi ti ha sempre dato la faccia, più che le dita.

A completare la formazione non c'è Michael Anthony al basso, ma il piccolo Wolfgang Van Halen (ti accorgi di essere un fottuto decrepito quando incominci a chiamare un tizio di 20 anni "piccolo"), che già aveva ben figurato nei tour di reunion iniziati, se la memoria non mi faglia, nel 2007.

Procrastino nell'iniziare a parlare dell'album, perchè dei Van Halen sono un fan della prima ora, ('nsomma), ho iniziato a seguirli per ragioni stupidissime, ma un botto di tempo fa.
Il meraviglioso "New Communication Tasks", libro di inglese per le scuole medie, li citava ad ogni pagina, ed ad uno stronzetto curioso non puoi ripetere un nome così tante volte senza che perlomeno ci provi a scoprire di che diavolo si parli. E così scoprii questo caciarone clownesco che saltava a cosce larghe manco fosse un misto di Van Damme e Lorella Cuccarini, e quest'altro tizio che suonava la chitarra meglio di quanto mai potessi sospettare che si potesse fare... pensavo "cazzo, ma è legale?"

Tralasciando la sezione "nostalgia", veniamo a sto benedetto album. Partiamo da un punto fermo: è meno peggio di quanto potessi immaginare; sentendo Gary Cherone (e persino gli episodi con l'altrimenti ottimo Sammy Hagar), il terrore che possano fare qualcosa del genere era molto, molto forte. Poi senti il singolo in anteprima (la mediocre e iperprocessata Tattoo) ed il terrore si trasforma in disperazione...

In realtà, tuttavia, buona parte dei pezzi sono pezzi scritti prima del debutto e presentati alla Warner nei famosi demo che garantirono loro un contratto, e non so quali e quanti pezzi siano invece stati scritti ex novo, ma di positivo c'è che non si sente la differenza tra vecchi e nuovi. D'altra parte, però, se questi cazzo di pezzi sono stati ignorati sinora mentre tutto il resto del demo era stato ri-registrato negli album con Dave in formazione, CI SARA' UN MALEDETTO MOTIVO.
Molto più pesante di quanto mi aspettassi, i redivivi Van Halen ci danno che ci danno che ci danno, con Eddie a far volare le dita sulla tastiera e Diamond Dave che sfoggia il suo solito campionario di meravigliose cialtronerie; questo non toglie che i pezzi siano un'unica massa informe di "meh", un gradevole antipasto per andarsi a risentire il vecchio repertorio.

Non c'è niente che vorreste risentire dopo il primo ascolto, nonostante Eddie, nonostante Dave e, dei quattro pezzi che sono nettamente sopra la media ci sono As Is e Outta Space che in ogni caso possono competere con chi c'è adesso ma non con i Van Halen, e Big River e Stay Frosty che sono due mezze scopiazzature meno riuscite rispettivamente di Runnin' With The Devil e Ice Cream Man...
Il suono riesce a ben mascherare l'età di Dave, ma sterilizza un infuocato Eddie Van Halen e sotterra il piccolo Wolfgang il cui basso si sente davvero poco; il buon Alex Van Halen pesta i tamburi senza soluzione di continuità, senza offrire particolari problematiche di discussione.

In sostanza, un album che i vecchi fan aspettavano con ansia (un po' come è oggetto d'attesa il nuovo Sabbath, che tarda a giungere dal lontano 1998, e pare tarderà ancora), e che il popolo del rock tutto, fan e meno fan, attendeva con curiosità. Probabilmente ci sarà chi lo apprezzerà e lo paragonerà ai migliori episodi dell'Olandese Volante e di David Diamante, ma non lasciatevi ingannare, il meglio sta altrove. Sufficiente.

Voto: 6.0

sabato 4 febbraio 2012

Leonard Cohen - Old Ideas (Columbia, 2012)

Leonard Cohen - Old Ideas [album cover]  Leonard Cohen - Old Ideas
 Voto: 7.7
 La recensione su... (clicca sull'immagine per aprirla)

   Il cibicida

giovedì 2 febbraio 2012

Lambchop - Mr. M (City Slang, 2012)

Comprai Nixon, album capolavoro dei Lambchop, subito dopo averne letto la recensione come miglior album dell'anno 2000 su Uncut, quando ancora la Ricordi vendeva riviste musicali straniere e ne facevo incetta, dato che quelle italiane spesso e volentieri non si possono leggere. Al primo ascolto, come tutte le opere di Kurt Wagner, lo trovai gradevole ma non eclatante... ma ad ogni ascolto successivo l'amore per questo signore di Nashville è cresciuto sempre più; perchè Wagner non è la biondona californiana che ti fa cadere immediatamente la mascella a terra e ti fa scendere un rivolo di bava all'angolo del labbro inferiore, Wagner è la ragazza del tuo paese, simpatica, colta, intelligente e di bell'aspetto, che possibilmente ogni tanto ti fa girare le balle. Stravolto il processo compositivo usuale della band di Nashville, improntato su un approccio prettamente "live" della registrazione dei pezzi (con l'infinità di musicisti che ha reso il suono soul-country dei Lambchop quello che conosciamo), Wagner si fa influenzare dal meraviglioso Sinatra di September Song, o meglio dal grandioso arrangiatore Axel Stordahl, che accompagnò Frankie occhi blu nel suo lavoro con la Columbia Records negli anni '40, e adotta un metodo particolarmente antico di far musica, che coinvolge un arrangiatore: Mark Nevers, già membro della band ed ora produttore di successo, l'uomo che ha voluto questo disco - per Wagner l'avventura Lambchop era già conclusa, a quanto pare.
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In tutti i casi, il risultato, dedicato all'amico Vic Chesnutt, morto (suicida?), è grandioso come sempre.
Si apre con "some casual cursing", dice il comunicato stampa della City Slang, che sarebbe 'na mala parola, e con gli archi di cui si parlava, che sembrano molto più Sam Cooke in A Change is Gonna Come che Sinatra (If Not I'll Just Die), ma del resto questo ha molto a che fare con Kurt Wagner, che non ha la potente presenza marlonbrandiana di Frankie Occhi Blu, ma sembra piuttosto un Bowie timido nel suo crooning delicato. Il consueto procedere che bilancia un jazz swingato con il soul ed echi del country della natia Nashville, prendendo i modi dall'altra attività che impegna Wagner, la pittura, non è una sorpresa. Sorprendente è invece la perfezione di questa ennesima prova della band di Nashville; sarà quasi sicuramente l'ultimo, a dire di Wagner.

Per quanto mi riguarda, l'avventura Lambchop è stata assolutamente perfetta; l'unica altra avventura caratterizzata da questo tipo di infallibilità è stata quella di un gruppo assolutamente OPPOSTO ai Lambchop, i devastanti Jesus Lizard, i quali rovinarono l'aura di infallibilità cercando d'essere qualcosa che non erano (una band da major) facendo due album non brutti, ma senz'altro sottotono.

Beh, in questo caso non ci sono stati passi falsi e si potrebbe chiudere la carriera con la parola "love", che conclude la stupenda Never My Love, incredibile pezzo per chitarra acustica e archi che è anche l'ultimo pezzo dell'album. Meglio di così?
Voto: 9.2 

martedì 31 gennaio 2012

Lana Del Rey - Born to Die (Interscope, 2012)

Lana Del Rey, Lana Del Rey, Lana Del Rey, Lana Del Rey: qualunque maledetta roba apro o leggo ultimamente sembra parlare di Lana Del Rey, Lana Del Rey, che poi vaccaboia non si chiamava Lana Del RAY, maledetto il mondo ladro?
Okkei, non avevo nemmeno sentito l'esordio, però ho la memoria che ho, che ce volemo fà? 
Mi sono detto, se il NME di questa settimana dedica a questa illustre signorina dall'aspetto gradevole, tanto gradevole da essere quasi ministeriale (o almeno sottosegretariale) SEI strafottutissime pagine, che nimmanco a Blonde On Blonde santissimo cazzo, sarà un artista strepitosa, qualcuno di interessantissimo, qualcuno che, anche nella malaugurata ipotesi che mi facesse pietà, che dovessi staccare dopo dieci secondi e mettere Reign In Blood per ore e ore, non potrei ignorare.

Caro, ingenuo fessacchiotto che non sono altro.

E' una delle cose più irrilevanti che abbia mai visto la sacra luce del laser che legge i dischi compatti, è una delle cose più insipide che abbia mai toccato una puntina da giradischi, è una delle cose più ininfluenti che sia mai stata illegalmente scaricata dal nobile mulo che i giorni ci allieta.

In sostanza, una tizia figa con una voce non male - ma senz'altro non eclatante come, ad esempio, Beyoncè - che canta pezzi pop della tipologia di Rihanna e della citata Beyoncè ma con una caratteristica fondamentale: l'arrangiamento è depauperato da ogni cafonaggine (o quasi) e agghindato come fosse un pezzo indie, curato nel suono per far capire che - HEY! - non stiamo mica qui per i ragazzi col doppio taglio e le ragazzine che muovono seminude il culo davanti youtube al ritmo di "Under My Umbrella-ella-ella-ella-eh-eh-eh", siamo hipster di questo popparuolo che sanno arrangiare i pezzi come dei veri indie che si rispettino!

I tempi sono, in pandant con l'arrangiamento, rallentati per ricordare quel pop pseudosofisticato che dovrebbero richiamare, ma quando ascolti National Anthem o Diet Mountain Dew è chiaro che questi sono pezzi di Rihanna o delle Destiny's Child con una voce meno aggressiva... insomma, parliamoci chiari: BIANCA, ergo meno brava, meno estesa, meno tutto.

Ennesima perla nell'olimpo della mediocrità che ci allieta e che vorrebbero spacciare per robbbabbuona.

No, Vasco, no... io non ci casco.
Voto: 3.2

domenica 29 gennaio 2012

Enter Shikari - A Flash Flood of Colour (Ambush Realiy/Hopeless, 2012)

Sono sempre restio a dire "non mi piace questo genere di musica": ci sono brutti album, brutte canzoni, ma non brutti generi, per quel che ho sempre pensato. Ma il nu-metal? Uuuuhh... 

Prodotto da Dan Weller e registrato tra la Tailandia (?) e L'ondra [cit.], il terzo album degli Enter Shikari ci accoglie con la solita mistura di porcheria elettronica, heavy metal malcagato, hip hop da bianchi e ritornelli alla Backstreet Boys incazzati, A Flash Flood of Colour è marcato dal solito accento cafoninglese che va tanto di moda sfoggiare (Art Brut, anyone?) e da... nient'altro?

"La guerra è cattiva", "i politici sono tutti delle merde", "yeeeeeeeeeeeeh!": questo è, orientativamente, lo spessore lirico di questi ragazzotti incazzati. Non che io sia anziano, o che non mi piacciano i ragazzotti incazzati; semplicemente i ragazzi incazzati a cui ero abituato imbracciavano uno strumento e creavano qualcosa di interessante, che poi facesse cagare o meno era un mero dettaglio che si prendeva in considerazione in seguito. Questi qua, come ci hanno già abituato i mirabolanti Linkin Park, urlano una roba tipo i 5ive di Justin Timberlake meno efficace melodicamente e più alta in decibel, sotterrandola in strati di synth violinosi e di chitarrine superprocessate.

C'è da dire che a questo gioco sono tra i migliori gli Enter Shikari, e c'è qualcuno che si esalta a questa affermazione; ma se fossi persino il migliore al mondo a scoreggiare dentro una busta di plastica, non è che per questo l'imperatore Giuseppe II mi contatterebbe per rimpiazzare Mozart.
Voto: 3.4

Lamb Of God - Resolution (Epic, 2012)

Erano molti anni che non ascoltavo un disco metal con interesse.
Compreso ormai, mio sommo malgrado, che da Load in poi potevo fare "ciao ciao" con la manina ai Metallica o almeno a quei Metallica che spaccavano culi a destra e a manca, ignorati più o meno i sempre ascoltabili Megadeth, non impazzendo per le evoluzioni di sua maestà Bruce DICKinson e di quel simpaticone Steve Harris, che diavolo mi rimane? 

E' pur vero che non apprezzo fondamentalmente nessuna delle evoluzioni estreme a tal punto da dirmi "interessato", e che il power e il gothic metal mi fanno fare la cacca più o meno come mangiare a pranzo e a cena per tre giorni consecutivi in un ristorante messicano... che diavolo mi rimane?
Abbandonato anche da Ozzy, che pubblica album noiosi come la morte nonostante siano sempre dignitosi, A CHI STRACAZZO MI DEVO RIVOLGERE PER SENTIRE UN PO' DI METAL CON I COJONES?

Ognuno di noi è ignorante, bisogna solo vedere in cosa. La mia assoluta ignoranza sul metal recente mi ha portato ad ignorare più o meno qualunque cosa non sia Mastodon e Meshuggah, quindi quando ho fatto partire "Straight To The Sun", sludgissimo pezzo che sembra uscito da Masters Of Reality, ci è mancato poco che mi dovessi andare a pulire il ca

Insomma, perchè li ho ignorati sti tizi qua?
Delle seimiliardi di gazilioni di etichette coniate dalla stampa per definire ogni sottogenere metal esistente, i Lamb Of God si assestano in categoria Pantera (groove metal, se queste puttanate interessassero a qualcuno) e non me li fanno rimpiangere nemmeno per un secondo.

L'apripista citata è la traccia meno rappresentativa dell'album, che scorre spesso alla velocità della luce , accompagnato dal growl devastante di Randy Blithe, come è perfetto esempio la seconda traccia, Desolution: ascoltando la pioggia di note assecondata dalla scarica di batteria in doppio pedale che chiude ognuno dei versi, e i vari cambi di tempo, e ancora il riff tritacarne che guida il pezzo, per esempio, è capitato più volte che io sia dovuto pulirmi il ca

Qualche calo di tono dovuto a riff meno convincenti, durante i 56 minuti dell'album, è fisiologico (Terminally Unique, la conclusiva pseudo ambient King Me, con tanto di voce femminile), ma il livello è veramente molto, molto alto (a differenza del precedente Wrath... ecco, mi sono ricordato perchè non li consideravo) anche in episodi che negli album di loro illustri colleghi ti fanno venire voglia di mandarli a lavorare nelle miniere di carbone: il breve interludio acustico Barbarosa o l'intro, sempre acustica, del singolo Ghost Walking - altro pezzone coi controcazzi, peraltro - sono cose che distinguono le grandi band da quelle che vorrebbero essere grandi band.

Se poi mi ci metti nel lotto un ritornello come quello di The Number Six, scusate ma debbo andarmi a pulire il ca
Voto: 8.1

giovedì 26 gennaio 2012

The Black Keys - El Camino (Nonesuch, 2011)

Si discuteva sui problemi dello stato, si andò a finire a discutere di quanti e quali gruppi rock nati nel nuovo millennio, tra quelli che hanno conquistato la ribalta della scena, abbia mantenuto un livello tale da poter essere affiancato a coloro che gli allori li conquistarono nei decenni precedenti; insomma, su chi fosse riuscito a conciliare negli ultimi anni il successo commerciale alla qualità del prodotto offerto.
I Radiohead? Naaah, è un gruppo nato e radicato negli anni '90: Creep (e Pablo Honey tutto), The Bends e, soprattutto, Ok Computer sono talmente rappresentativi degli anni '90 che poco importa se nel nuovo millennio abbiano sempre mantenuto un livello esaltante, manca uno dei tre requisiti.
I Darkness? Chi vi scrive, per parte sua, considera Permission To Land un album strepitoso, ma è pur vero che, gusti permettendo, il secondo album è stato un grasso e grosso fiasco da qualunque punto di vista.
I Wolfmother? Geeez, are you hearing this shit? What year are we in? I'm sorry but Wolfmother, you SUCK!
Velvet Revolver o Audioslave? Tralasciando il fatto che siano dei residuati di un'epoca che non gli appartiene più, ma poi mi fanno sinceramente cagare.
Insomma rimane Josh Homme, che è tutto tranne che un uomo del nuovo millennio, e... e...

Aspetta un attimo.

Aspetta un fottuto attimo.

C'è un gruppo che, inizialmente bollato come una copia dei White Stripes (due membri, uno voce/chitarra, l'altro batteria, chiare ed innegabili influenze blues filtrate attraverso i Led Zeppelin), è arrivato, zitto zitto e quatto quatto, al successo commerciale con "Brothers", l'anno scorso - peraltro forse il loro disco meno bello - e che non sbaglia un album da ormai 10 anni, quando esordì con il grezzissimo The Big Come Up.

Sono certo che, come in quella discussione, anche stavolta starò dimenticando qualcuno, ma poco importa perchè qui parliamo dell'ormai settimo album di studio del gruppo di Akron, OH, senza contare due splendidi EP, gli album solitisti di Auerbach e Carney e una collaborazione con qualche hippoppettaro che prima o dopo mi dovrò costringere ad ascoltare (Blakroc).

Scappati in studio prima del solito per non pensare a quello che stava succedendo loro nei mesi susseguenti l'uscita di Brothers (ovverosia i Grammy, il Saturday Night Live, le 800.000 copie vendute e le migliaia di persone in più ai concerti), ci sono rimasti più di ogni altro album, ben 41 giorni (intervallati da concerti, ça va sans dire). Ricongiuntisi (porca puttana, sembra che stia raccontando i Promessi Sposi) con il genietto Danger Mouse (che ricorderete per essere metà degli Gnarls Barkley o metà dei Gorillaz dal secondo album in poi, o l'intero sè stesso come produttore o solista) che torna dopo un album di assenza dietro la console e stavolta, addirittura, come co-autore di tutti i pezzi dell'album (ho messo 160 parentesi in un paragrafo di otto righe, bella idea, molto leggibile).

Invece che prendere spunto dai soliti bluesacci feroci, i "brothers" proseguono nell'esplorazione del loro lato Motown, che si era già intravisto nell'album del 2010, stavolta però spingendo sull'acceleratore del metronomo con risultati, come sempre, più che soddisfacenti. A quanto pare non gli è piaciuta la riuscita dei pezzi lenti di "Brothers"dal vivo, quindi hanno deciso di votarsi a San Strummer e a San Johnny Ramone da NuovaIorca.

Una quadripletta iniziale da orgasmo (Lonely Boy, Dead and Gone, Gold On The Ceiling e la meravigliosa Little Black Submarines, chiaramente di stampo zeppeliniano) che non a caso ha già fruttato due proficui singoli, ma non è da meno il resto dell'album, nel quale il classico suono Black Keys tra slide e fuzz viene arricchito da spruzzate di Marc Bolan, cori quasi gospel e dalla tastiera del buon Danger Mouse, ormai un vero Re Mida della produzione musicale.

E non c'è mai un calo di tono, anche perchè, se in passato i Keys sono stati sempre molto ispirati dal suono, stavolta hanno prestato una cura maniacale soprattutto alla melodia, infatti è il primo album che ti perfora il cranio senza sosta, che canticchi come uno stronzo tutto il giorno, che sia il coretto gospel di Hell of a Season, o il misto devastante di ZZTop e Motown di Run Right Back.

Eccola qua la certezza che cercavo nel terzo millennio, due brillanti ragazzi dell'Ohio che chiamano un album "El Camino", come la nota Chevrolet di Earl Hickey e poi ci piazzano in copertina un fottuto minivan della Chrysler. Adorateli, e posate quella merda di Coldplay.
Voto: 8.6

mercoledì 25 gennaio 2012

The Maccabees - Given To The Wild (Fiction, 2012)

Che io non sia appassionato di indie rock (rectius: di questa roba che al momento chiamano, non si capisce bene perchè, indie rock) non è un mistero per nessuno, dato che blatero in continuazione contro la nuova "evoluzione" del mercato musicale. Ma che diavolo ci posso fare se ormai una enorme fetta (pari a quella dell'hip hop e a quella del pop spazzatura da vendere ai ragazzini ottenebrati da... da... boh, da Mtv?) della proposta musicale è ineluttabilmente questa?
I fottuti Maccabei (tutti atei, se ve lo steste chiedendo) con questo Given To The Wild calano l'asso, un po' come fecero i Bon Iver l'anno scorso. Non so se ambiscano al trono di principi dell'indie pop/rock, ma sicuramente questa terza prova del gruppo britannico puzza tanto di trionfo, a vederla da questo punto di vista.
Ambizioso, minuzioso, e tante altre parole che terminano in "-ioso", si capisce perfettamente già al primo ascolto quanto sia stato meticoloso il lavoro di Orlando Weeks e soci: strato sonoro dopo strato sonoro è una delle produzioni dream pop più riuscite degli ultimi anni, sorretta da un apparato melodico non indifferente e colorata persino da una sezione di fiati... bella idea.
L'apripista Child è forse il miglior momento, ma anche Went Away è un gran bel pezzo, nonostante sia più o meno una copia (inferiore) di quella "Sweet Disposition" che ha incatato il mondo, spruzzata qua e là all'interno dell'impianto sonoro del quale è costituita con tocchi che ricordano il buon The Edge, tanto che, se ci fosse un cantante arrogante e presente invece che un'eterea vocina sussurrante (standard per l'indie come ormai è standard per il metal il suono di una ESP) questo sarebbe un fottuto disco degli U2.
Nell'era dell'mp3, finalmente leggo di qualcuno che scrive che Given To The Wild, con i suoi 53 minuti, pecca  per essere sin troppo lungo: osservazione sicuramente vera ma impensabile negli anni '90, quando ci si ammorbava con 74 inevitabili minuti di album che ne dovevano durare non più di 40 (citofonare Axl Rose). Dei tanti cambiamenti del terzo millennio in relazione alla musica, uno dei pochi che mi soddisfi.
Se siete adoratori del diavolo che hanno "Crazy Train" come suoneria del cellulare, lasciate perdere questa roba... se invece siete appassionati di questa coglioneria indie, probabilmente amerete quest'album e non vi stupirete di trovarlo nella top 10 del 2012.
Io?
Io sto andando fuori dai binari su un pazzo treno. All aboooooooooaaaaard hahahahahaaha!!!
Voto: 7.0

sabato 21 gennaio 2012

Acid Mothers Temple and the Melting Paraiso U.F.O. - The Ripper At The Heaven Gates of Dark (Riot Season, 2011)

Non so in quanti conoscano l'assurdo collettivo giapponese fondato e guidato da Kawabata Makoto, ma so che in molti dovrebbero conoscerlo. Prolifici come pochi (siamo al 35esimo album, se il conto non mi faglia, nell'arco di sedici anni di carriera), pazzi come nessuno, se la giocano ormai con i soli Motorpsycho per il ruolo di "Migliori Cazzoni Non Protagonisti". Nell'incarnazione denominata "Acid Mothers Temple and the Melting Paraiso U.F.O." (ne esistono una pletora di incarnazioni, questa è la principale, un po' come i vari Mai Dire... Banzai, Gol, Tv, eccetera) tornano finalmente alla forma dopo qualche episodio un po' fiacchetto e un rallentamento nella produzione (nel 2010 hanno pubblicato "solo" un album, nel 2011 "solo" altri due). La loro etichetta ci tiene molto a precisare che si tratta del primo vero album registrato dopo il terribile tsunami che ha devastato il Giappone (i musi gialli sono così operativi che dieci giorni dopo lo tsunami, se avessi chiesto ad un alieno quale fosse la terra disastrata tra l'Italia e il Giappone, non avrebbe avuto dubbi ad indicare lo stivale, le merde umane che siamo), ma in realtà non credo per nulla che, a livello schiettamente produttivo a Kawabata sia spostato qualcosa.
Dall'introduttiva Chinese Flying Saucer si viene ingannati: riffone a là Led Zeppelin e sto cazzo di giapponese che urla senza tregua come Plant in Whola Lotta Love... il rimando al gruppo 70ino è palese, ma, dopo dodici minuti di orgasmo, si cambia registro.
L'interludio di Chakra 24, cazzeggiamento giapponese in piena regola e puro show off per il bassista (Atsushi? Katshushi? con sti cazzo di giapponesi mi sento sempre dentro un manga), apre la pista all'infernale Back Door Man of Ghost Rails Inn, che cita spudoratamente il riff di The End di Doorsiana memoria, riempiendolo con quello che sembra un sitar elettrico con un tizio giapponese che ci dice delle robe sopra (in inglese?): a noi cazzoni occidentali provoca un effetto comico, ma, abituatisi, non c'è veramente motivo.
I Mothers sono degli shockati, questo vi sia chiaro: sicuramente old style, sicuramente traggono ispirazione palesissima da tanti gruppi che l'appasionato medio di rock conosce benissimo, ma, altrettanto sicuramente sanno quello che diavolo stanno facendo.
A parte l'esordio zeppeliniano, costruito con precisione e perfettamente rodato in tour, il resto dell'album è una gigantesca jam floydiana: non è un caso il titolo, che richiama il buon vecchio fottuto amatissimo Crazy Diamond.
A volte estremamente dispersivo a causa delle lunghissime, liquide jam, ma  un album psichedelico coi controcazzi, come se ne sentono pochissimi.
Sarò uno dei pochi cazzoni sballati che ascolta sta roba, ma non posso dire altro che LONG LIVE THE MOTHERS e le loro deliranti jam.
Voto: 8.0

mercoledì 18 gennaio 2012

Howler - America Give Up (Rough Trade, 2012)

Il New Musical Express, forse non lo sapete (sapevatelo), è una rivista musicale inglese che esiste dall'alba dei tempi. Non so prima del dannato 1994 come passassero le giornate questi signori, ma da quando hanno azzeccato che gli Oasis delle mie grosse grasse palle pelose avrebbero fatto un fracco di soldi, non fanno altro che inventare una nuova "band rivoluzionaria" alla settimana, spesso anche prima che pubblichino lo sdegno di un album; e, siccome le persone hanno le spore fungine invece del cervello dentro il cranio, il NME spesso fa la band persino prima che il pubblico capisca se gli piace o meno. Insomma, è un'antesignana di Pitchfork, ma per un diverso genere musicale (?), che poi sarebbe quella sottospecie di garage rock fatto da ragazzini che hanno chitarre che costano quanto casa mia, casa tua e casa di me zia unite ed aumentate di prezzo del 93,8%, i bambini del garage . Tra Libertini, Scimmie Artiche e cagate assortite, abbiamo l'onore di presentarvi la next big thing # 1.629.842: ladies and gentlemen, gli HOWLER!!!  Ora, non è che a me faccia piacere la situazione attuale, non è che io goda ad insultare sti coglionazzi, tanto più che loro fanno soldi e io niente, nisba, nothing, nicht... anzi, spero sempre di trovare qualcuno di INCREDIBILE, invece di dover andare a riprendere ogni volta England's Newest Hitmakers, ma non è che sia esattamente colpa mia se tutti poi sono una cosa inascoltabile. E io, come ho ribadito sin troppe volte, mi fido come uno stronzo e dico "mah, sentiamoli, magari sono bravi"... e puntualmente mi ritrovo con la solita cagata in mano.

Dico io, quante volte avete sentito una roba come questa, con una chitarra come questa e una voce come questa? 


Ok, ne sono perfettamente cosciente, sono un cagacazzi, sto diventando come Lenny Bruce, ma questa o il singolo Back Of Your Neck, che sono anche i migliori pezzi dell'album, sono cose che valga la pena ascoltare?
Per me è merda palatabile, è cacca che non puzza; ma il fatto che non puzzi non è che la trasformi automaticamente in pollo allo spiedo. Che poi piaccia e venda non è a vantaggio della musica, ma a detrimento del genere umano, perchè se a questa gente nessuno dice che sta facendo delle sonore cagate non si evolveranno mai. E con "evolversi" non intendo dire che devono raggiungere il livello tecnico delle band di Frank Zappa, ma che cerchino di trovare come punto di riferimento sè stessi, piuttosto che gli Strokes.
E poi, cazzo, quanto in alto può puntare una band che ha come punto di riferimento gli Strokes? 
Siete pure del Minnesota, perdio, prendete come riferimento qualcuno del Minnesota, che cazzo ne so, gli Husker Du, i Replacements, Brandon Walsh, ma perchè i fottuti Strokes? 

Bah.

Complimenti al NME: continuiamo la ricerca proficua a quelli che sono i gruppi più mediocri dell'universo.

Voto: 5.4

martedì 17 gennaio 2012

Paul McCartney - Kisses On The Bottom (Hear Music, 2012)

Il 2012 è entrato, ed è entrato da dietro. 
Si prefigura un adorabile anno di cagate, ho questo presentimento. 
Del resto, non è che ci voglia Nostraminchius a predirlo, dato che l'80% delle uscite discografiche degli ultimi dieci anni infiniti addusse lutti alle tazze der cesso. E pensavo (dati gli scleri maccartiani recenti) che Sir Paul McCartney mi avrebbe senza indugio condotto sulla gelida tazza di ceramica, ad espletare funzioni corporee primarie. 
Ed in verità vi dico, la tazza di ceramica gelida invero conobbe il mio fondoschiena ed il suo rombo di tuono, ma per ragioni ben lontane dall'album del Macca: il fatto di aver guadagnato 6 kg dal giorno di Natale ad oggi significherà pur qualcosa, e quel qualcosa è agghiacciante.
Ma lasciamo perdere queste facezie e torniamo al Beatle che tutti amiamo (tranne gli sporchi comunisti che tifano Lennon e gli stronzi rincoglioniti che amano Harrison... hey, non guardate me, io amo Ringo): Sir Paul, arrivate le vecchiaglie, si concede, giustamente, tutti i capricci che gli garbano.
Nel caso di specie, reinterpreta dodici standard del jazz da Great American Songbook o roba simile, tutta musica che sentiva da bambino: pezzi composti da Irving Berlin, Johnny Mercer, Mort Dixon, Billy Hill... insomma, almeno The Glory Of Love potreste conoscerla nella versione dei Velvetones, dato che è apparsa in Casino di Scorsese.
Accompagnato da Diana Krall e la sua band, prodotto dal pluri-vincitore di Grammy Tommy LiPuma (che, coincidenzialmente, sembra un nome preso da Goodfellas) e edito sull'etichetta di Starbucks (eh?), Paul si è passato sto capriccio.
Intendiamoci, non è che sia un brutto album, anzi: musicisti superbi, produzione di qualità e buon crooning del Macca, che offre ai suoi fan due inediti, sempre nel medesimo stile (in My Valentine Eric Clapton è ospite alla chitarra, mentre nella conclusiva Only Our Hearts è riconoscibilissima l'armonica a bocca di Stevie "Meraviglia" Wonder) i quali non sfigurano affatto mescolati a standard swing di altissimo livello... del resto, parliamo di una delle più geniali menti musicali dello scorso secolo; il problema è che è un disco nel quale si diverte molto di più chi lo ha realizzato che chi dovrebbe ascoltarlo.
Che sia forse il timbro vocale soporifero del ragazzo di Liverpool, che fa sì che i pezzi fungano da ninna nanna?
Insomma se lo portate sulla tazza del cesso in un lettore mp3 correte il rischio di addormentarvi con le chiappe al vento... fate attenzione, se non volete finire come Elvis.
Voto: 7.1

lunedì 16 gennaio 2012

Ani DiFranco - ¿Which Side Are You On? (Righteous Babe, 2012)


Adoro Ani DiFranco. 

Sul serio.

Ed è probabilmente tutto quello che posso dire su quest'album, ma andiamo comunque avanti.
Ani è bella (mmmh, 'nsomma, ho incominciato male... vabbè diciamo che a me piace), affascinante, carismatica, capace, ironica, talentuosa. 
Ani ha le palle foderate di piombo, e, considerando che in questo mondo bifolco per dire che una donna è in gamba si dice che ha gli organi genitali maschili, capite bene QUANTO sia in gamba una donna che se ne fotte, che l'etichetta indipendente se l'è fatta nel 1990, quando era ancora lontana l'era della distribuzione online con un clic e ti dovevi fare un culo quadrato per fare distribuire i tuoi album senza una major a pararti le chiappe. Ani fa bella musica. Ed è tutto quello che in tanti sanno dire di quest'album, ma è meglio che io vada avanti.

In questo nuovo album Ani ci dice la sua su politica, sesso, droga (e il rock n'roll?), aborto e età che avanza. Addirittura, per rendere più credibile la cover (testualmente riadattata alle tematiche odierne) di "Which Side Are You On?", inno dei minatori degli anni '30, scomoda il mandolino del 92enne (and countin') Pete Seeger, principe della protest song, secondo solo al re Woody Guthrie nei sogni bagnati di ogni protestatore acustico che si rispetti; e, che sia chiaro, è una gran bella cover.
Ed è anche l'argomento privilegiato in ogni recensione di quest'album, dato che, oltre questa didascalica affermazione letta pedissequamente dall'interno del booklet, che sembra un monito di chi scrive al lettore ("occhio che se non sai chi è Pete Seeger non conti un cazzo"), non è che ci sia molto altro da dire.

Ani è più vecchia e affronta bene la cosa.
Ani è un'attivista per i diritti delle donne nell'ammerica maschilista.
Ad Ani piace scopare.
Ani non ha peli sulla lingua.

Ora, oggettivamente, qua mi puzza molto di primo della classe, amato da compagni e professori, che stavolta è impreparato.
Gradevole sì, ma come un milione di altri album.
Impegnato sì, ma mai realmente pungente: basti confrontarlo al capolavoro di Ry Cooder dell'anno scorso; il paragone è francamente imbarazzante. Sembra il tema di un ragazzino delle medie al quale chiedi "parlami della crisi".

Nsomma, non so come dirvelo, ma mi sono frantumato i coglioni ad ascoltarlo.
Ecco, l'ho detto.

Sempre brava Ani, eh, ci mancherebbe.
Voto: 5.7

sabato 14 gennaio 2012

Diagrams - Black Light (Full Time Hobby, 2012)

Ci fu un tempo, ormai lontano, nel quale chi pubblicava un album era una specie di semi-dio. I Jagger, i Mercury,  i Clapton, gli Allman, gli Hendrix e così via, erano persone sì, ma di un altro pianeta. Era gente che ti guardava dal proprio personale Olimpo, ma senza volontà snobistica: erano effettivamente persone speciali, senza attribuire al termine una valenza positiva o negativa, semplicemente appartenenti ad una specie diversa. Anche lo sfigatello (specie questa che esisteva anche nei tempi che furono), quello che a scuola veniva preso in giro e picchiato dai bulletti, per poter assurgere allo status di pubblicatore di dischi, doveva necessariamente subire quel mistico cambiamento che lo portava ad essere speciale, che è poi ciò che accadde al piccolo Keith di Dartford, Kent, UK, come probabilmente ad innumerevoli altri; questo cambiamento doveva necessariamente avvenire prima di incominciare a far dischi, o non se ne faceva nulla. 

Venne un giorno in cui gli sfigatelli si ribellarono, capitanati da Greg Ginn, Henry Garfield (in arte Rollins), Steve Albini, Mike Watt e D. Boon: siamo sfigati, ce ne vantiamo e facciamo tutto da noi. Chissenefotte di Robert Plant, nessun salto mistico, nessun cambiamento. E' chiaro che anche questa impensabile rivoluzione fece capire a chi ascoltava quegli sfigati che quelli sfigati erano anche loro trasformati, anche loro speciali: semplicemente, avevano spostato il momento del mistico cambiamento al momento in cui riuscivano a farsi capire da chi li ascoltava (impresa ardua, converrete con me). Mutati anche loro, accettarono il proprio status malvolentieri, andandosi ad affiancare a quelli che continuavano ad essere speciali sin da subito.

Ma la terza, terribile rivoluzione ha mutato anche questo traballante equilibrio. Con un fottuto computer, a casa propria ognuno può registrare le proprie cagate che, se finiscono nel famoso giro giusto, diventano disco dell'anno, disco del mese, disco del decennio, rimanendo colui il quale ha prodotto l'album uno sfigato qualunque, dato che la fase dell'integrazione dell'efficacia mikewattiana in questo caso non avviene mai, non avendo lo sfigato in questione una benemerita minchia da dire. 

Orbene, i Diagrams di Sam Genders, ex Tunng, l'ennesimo tizio con la barba (che è diventata la nuova specialità, iddio mi fotta), fanno parte di quest'ultima categoria che, mio malgrado, sta assediando la quasi totalità della produzione musicale mondiale.

"Perchè non parli dell'album, invece che dir cazzate?", potrebbe obiettare qualcuno.

Ma cosa volete che vi dica ancora? Che c'è un altro tizio barbuto che fa musica insignificante, che pubblica album di una 40ina di minuti dove non succede completamente un cazzo?
Volete che insulti l'infinita pletora di critici o presunti tali che osannano cotali insulsi prodotti?
Che diavolo volete?
E' ridicolo, il fatto che si giochi ancora con me, dopo tutto quello che già mi è successo. Andate a farvi benedire. Ancora con me ce l’avete? [cit.]

Datemi qualche stronzo che suoni qualcosa in dodici battute, per cortesia, che ne ho le palle piene di sta mondezza.
Voto: 4.2

Cloud Nothings - Attack On Memory (Carpak, 2012)

Momento, momento, momento, momento. Ma 'sti cazzo di Cloud Nothings non facevano una sorta di appena sopportabile pop punk misto ad indie rock quasi tollerabile? Sto sicuramente bevendo troppo poco, o sono sicuramente troppo rincoglionito dall'età che avanza, perchè sto avendo l'impressione che le sbandierate influenze   di Greg Sage ed i suoi Wipers - che già da più di un decennio non sono più un nome sconosciuto-barra-allamoda da citare come influenza - siano seriamente finite in quest'album.
Io... io... sono confuso.
Diciamo che, probabilmente, il gruppo di Cleveland non voleva sfigurare davanti a Steve Albini, dal quale sono andati a sciacquare i panni all'interno del suo personale Arno metaforico sito in Chicago, IL, e ha deciso di sfornare qualcosa di più dignitoso della solita fregnata di indie pop rock punk garage di 'sto gran cippardone, della quale fregnata, diGiamolo, non se ne può veramente più, come non se ne può più del revival anni '80 e come non se ne può più di cacacazzi con la barba e la chitarra acustica che fanno musica gentile e delicata.
In realtà, Albini non se li è filati nemmeno di striscio, se ne è fottuto come fa con le centinaia di gruppi scoglionati che ogni anno decidono di voler registrare negli studi del guru di Chicago, ("He played Scrabble on Facebook almost the entire time; I learned some Scrabble tricks. He would alternate between that and writing on his food blog. I don't even know if he remembers what our album sounds like.", dichiara candidamente il frontman Dylan Baldi); in realtà Albini fa sempre e semplicemente il suo lavoro, che è quello di un ingegnere del suono. Anzi, è quello dell'ingegnere del suono (odia il termine "produttore", e ne ha tutte le ragioni) con le palle più quadrate del mondo.
I ragazzini non sono esattamente dei fenomeni della tecnica, nè, probabilmente, particolarmente bravi a gestire il rumore... il che va benissimo se devi suonare dello scoglionatissimo pop punk; ma, laddove tu ti voglia avventurare in inferni sonori ben oltre la tua portata, e allora ecco che arriva zio Albini a fare i miracoli.
Per metà dignitoso post-punk seppur non dei più originali (anche se le introduttive No Future No Past e la lunga Wasted Days sono di inaspettato alto livello), per l'altra metà il solito misto sopportabile di pop punk, indie e influenze rock varie ed eventuali, nobilitati dal perfetto sound Albiniano, diciamo che sono piacevolmente sorpreso da Baldi e soci: un'inaspettata evoluzione per la band dell'Ohio.
Ora levate sto cazzo di indie punk garagettone dalle balle, imparate a suonare come cristo comanda e poi ne ridiscutiamo.
Sciò, sciò, che mi si brucia la roba sul fuoco.
Voto: 6.9

P.s.: Ecco la bella playlist di influenze che Baldi ha stilato per Stereogum lo scorso novembre. Enjoy.

mercoledì 16 novembre 2011

Bugo - Nuovi Rimedi Per La Miopia (Universal, 2011)

Quando dico che per me Sentimento Westernato è il miglior album italiano del decennio scorso (e il successivo Dal Lofai al Cisei non è qualitativamente molto lontano), la gente mi ride in faccia. Le parole di Christian Bugatti, in arte Bugo, sardoniche osservazioni sempre in bilico tra il naif e la fesseria, sorrette da costruzioni musicali assolutamente brillanti, prodotte con poche lire e di valore infinitamente superiore a quelle orge di danaro buttato nel cesso risultanti in immondizia musicale che normalmente c'è chi ha il coraggio di mettere tra "I Migliori Album Del Decennio", sono sempre state una speranza per me che la musica italiana non di massa fosse altro che i Baustelle, gli Afterhours e Uochi Toki. 

Quindi, quando mi sono ritrovato per sbaglio a sentire (grazie allo shuffle di winamp) Comunque Io Voglio Te ho creduto di aver messo in playlist erroneamente qualche roba di Biagio Antonacci.

Ma invece no.

Invece no.

La vita è quella che tu dai a meeeeeeeeeeeeee. Ehr, no, aspè.

Invece no.

Era Nuovi Rimedi Per La Miopia, il nuovo, agghiacciante album di Bugo prodotto da Saverio Lanza (che acciminchia c'entra con Bugo, lo sa solo il cielo), noto produttore per Vasco, Pelù, PGR.
E allora penso, "vabbè, una brutta canzone capita a chiunque, ascoltiamo il resto".
Ed infatti il resto è una cagata.
Una sonora cagata.
Banali pezzi d'amore, banali riflessioni pseudosociologiche sul frenetico mondo moderno, banali arrangiamenti elettronici (seppur assolutamente inappuntabili tecnicamente), banali melodie, banali cambi di accordi, banale il suono, banane, lamponi, chi c'era, con te, chi c'era stasera?

Una delusione enorme, anche se non di certo inaspettata vedendo il progressivo declino qualitativo degli ultimi tre album di Bugo (Golia e Melchiorre, Sguardo Contemporaneo, Contatti), con una progressiva conformazione compositiva ai canoni del "prodottino" da reality show, banalizzazione degli assurdi sproloqui Bugattiani e sterlizzazione sonora che hanno infine dato alla luce questo capolavoro d'arte moderna, per dirla col Sergente Maggiore Hartman.
Ora, io non ho capito se l'etichetta voleva un prodotto da classifica e quindi ha condotto Bugo a fare una cosa del genere o se, viceversa, è stato Bugo a decidere che poteva e voleva fare un sacco di soldi e quindi ha chiesto aiuto all'etichetta che prontamente gli ha fornito Lanza (che, comunque va detto, sa fare alla grande il suo lavoro), o se (seeeee...) ingenuamente la crescita lo ha portato a questo.
Fatto sta che prego che si spettini quei capelli da pubblicità della Studio Line e che ritorni a parlare di piedi sulla merda e del fuoco del fornello, perchè di roba del genere ce n'è tantissima, e fa tutta, inequivocabilmente cagare.
Voto: 2.1

venerdì 11 novembre 2011

Justice - Audio, Video, Disco (Ed Banger, 2011)

Che i Justice non fossero il solito gruppettino indie-dance con il quale Pitchfork e i neofattoni da "seratone incredibbbbile domani, vieni che ti metto in lista, c'è un bordello" ci strascatafasciano i coglioni, si era capito da subito, nonostante il primo, buon album fosse comunque un feticcio da serata indie-house, e nonostante abbiano in repertorio roba tipo "WE... ARE... YOUR FRIENDS!" che sembrava fatta apposta per alzare il bianco braccino francese da dietro la consolle, o "Kokane", che è praticamente gabber music. Ma, in tutta onestà, mi preparavo a stroncare il classico "sophomore album", quello difficile, quello che riesce sempre peggio del primo, come Nevermind... ehm, no... come Led Zeppelin II... ehm, cazzo no, nemmeno... come The Bends? Vabbè, è difficile il secondo album, come quello di Terence Trent D'Arby.

E, invece... orpo, invece è un album di altissimo livello. Lasciamo perdere le cagate sulla seconda ondata del french touch, che mi sembrano, come al solito, porcate per vendere giornali e serate: in quest'album i Justice hanno fatto una cosa oltraggiosa. Hanno inserito, all'interno del loro suono fottutamente francese, fottutamente Daft Punk, dei chitarroni. 

Dei fottuti chitarroni.

E non quelle solite cagate campionate... riff di chitarra quasi prog. 

Che iddio mi perdoni, pensavo quasi di sentire Mike Oldfield nella doppietta strumentale Brianvision e Parade, con il loro incedere trionfale e quel cazzo di suono da orgasmo.

Non c'è niente di sbagliato in quest'album, dalla figata che apre l'album (Horsepower), che sembra un misto dei Tangerine Dream con gli ELO e una colonna sonora di un videogame pazzesco anni '90, di quelle che vendevano milioni di copie e che erano scritte coi controcazzi da musicisti veri, fino alla conclusiva Audio, Video, Disco, a tratti Alan Parsons Project, a tratti Daft Punk.

Per me, una inimmaginabile sorpresa e uno dei migliori dischi dell'anno... se non mi credete, fate due cose.

1) Cercate una qualche canzone di quest'album su youtube, e leggete i commenti. Gli indie lo ODIANO. Per sapere cosa è giusto nella vita, pensate indie e fate il contrario;
2) Pitchfork Magazine: 5.3.

Ah, e magari fatene un'altra, che spesso in quest'epoca non è contemplata... ascoltate l'album.
Vostro onore, ho concluso.
Voto: 8.8

mercoledì 9 novembre 2011

Varie 2011 - il pianoforte non è il mio forte

Dubstep, 2-step, drum n' bass, sono tutti nomi che mi hanno fratturato l'apparecchiatura testicolare. Così non dovrebbe essere assolutamente una sorpresa se il nuovo album dello stupefacente Martyn, Ghost People (Brainfeeder, 2011, voto 1.9) sia per me uno scoglionamento d'altri tempi. Un tizio che mette su una cazzo di base al computer ed aggiunge, senza variare mai dinamiche, della roba sopra al beat con tastierina da house anni '90. Yeeeah! Ma anche no. Se sei dentro un club e passano questa musica, e (soprattutto) sei strafatto di MD, se ne può discutere. La gente dei fottuti giornali che sta a casa sua a sentire sta merda e poi dice: "wow, che artista, ma che bravo, che originale, pensa: ha aggiunto della merda ad un beat creato col computer" veramente va aldilà della mia comprensione. Che si fotta.

Molto meglio i The Answer, nuovi paladini dell'hard rock nordirlandese, con la loro terza prova - opportunamente titolata Revival (Spinefarm, 2011, voto 6.8) - guidati da Cormac Neeson, misto perfetto di Axl Rose e Jon Bon Jovi.
I ragazzi sono bravi, e sono sicuro che vederli dal vivo sarà una figata, ma registrare un disco al livello di Appetite For Destruction o persino Slippery When Wet è un'altra cosa. Per prima cosa, la band non ti deve fare costantemente pensare a mille band dello stesso genere ma che ami di più.
Come seconda cosa, è fondamentale avere una personalità propria, definita, smaccata... avere un cantante che, per quanto bravo, sostanzialmente sembra un'imitazione di altri, decisamente più famosi non aiuta in questo senso. 
Terza ed ultima cosa: ci vogliono pezzi di lusso. Pezzi che la gente non dimenticherà mai. Pezzi con i quali farà l'amore, farà la dichiarazione alla tipa, festeggerà i grandi momenti sportivi, pezzi che canterà davanti al falò d'estate... insomma, quella roba lì.
Ed è un peccato che queste tre cose gli manchino, perchè sono sinceramente bravi.
Ben altra connotazione assume il termine "brava" affiancato alla deliziosa Madeleine Peyroux, che con il suo andare jazzato ci regala Standing On The Rooftoop (Decca, 2011, voto 7.5), splendida sorpresa per me, uomo dal sacco scrotale ormai gonfio di donne che invece che voler essere sè stesse cercano di essere "la nuova Beyonce", "la nuova Aretha", "la nuova Norah Jones", "la nuova Winehouse" e via discorrendo. Ospiti di lusso come l'onnipresente Ribot (cristo santo, l'ho sentito in 5/6 dischi solo questo mese), Me'shell Ndegeocello al basso e Bill Wyman, che non contribuisce materialmente ma scrivendo due pezzi, uno dei quali lo stupendo The One You Can't Afford, che sembra uscito direttamente dall'armadio di Curtis Mayfield. In mezzo agli originali della Peyroux, fatti di gradevole crooning (migliore quando in fase di sorriso, talvolta noioso in fase tragica) troviamo una cover dei Beatles, una di Ribot, una di Dylan ed una Love in Vain in versione apocalittica che sinceramente non ho ben capito. L'album è molto buono, gradevole, scivola via con la affascinante voce della Peyroux in maniera nient'affatto pesante ed è molto meglio di taaanta roba che troverete in giro. Give it a try.
Infine abbiamo il cognato di Madonna, che non è il fratello di S. Giuseppe di Bethlemme ma il buon Joe Henry con il suo Reverie (ANTI-, 2011, voto 6.2). Joe è il tizio che ha scritto per la Ciccone una delle pochissime canzoni decenti degli ultimi vent'anni di carriera, la Don't Tell Me che ricorderete per il video del cazzo con il cappello da cowboy. Diobbuono, c'hai centotrentanni e sei ridotta una chiavica, ma finiscila di fare ste cose. Vabbuò, comunque, dicevamo? Ah, già, Giuseppe di Bethlemme. Giuseppe di Bethlemme ci parla del tempo, il tempo che passa suppongo, anche se avrei perferito parlasse del meteo. Wow, che argomento originale, Joe, sei il primo ad averci pensato. Un'ora quasi completamente acustica, tra blues senza blue e jazz senza swing... diciamo che me la sarei risparmiata, seppur non sgradevole. Per potersi permettere arrangiamenti all'osso come questi ci vuole ben altro che la voce nasale del buon Joe, ed infatti i momenti migliori sono quelli in cui l'arrangiamento è un minimo più ricco, come in Sticks & Stones, nella quale troviamo ospite una non meglio precisata baldracca.

mercoledì 26 ottobre 2011

Deer Tick - Divine Providence (Partisan, 2011)

Il signor Keith Richards, un adorabile rompicoglioni che immagino abbiate la fortuna di conoscere, afferma spesso, lamentandosi di qualche band che "ha il rock, ma gli manca il roll". Ora, spiegare questa affermazione (che condivido) a parole è di una difficoltà immonda. Come diavolo fai a far capire a qualcuno che cos'è il "roll"? È come spiegare come ti viene lo shank nel golf... estremamente difficile.

L'unico modo che mi viene in mente al momento è un consiglio: ascoltate questo cazzo di album. Il ragazzino con la voce scorticata che faceva (e fa!) cover dei Nirvana ne ha combinata una nuova... ed è un altro gioiellino quello che ci ha presentato. “We’re full grown men, but we act like kids!” urla John McCauley III, nella marcetta che apre l'album (The Bump), e probabilmente non c'è frase migliore per risolvere il mio dilemma iniziale. Tra Stones, Replacements e (!!!) Black Flag, con qualche spruzzata di country qua e là, l'unico difetto che posso trovare a quest'album è che talvolta sembra che sia stato registrato da una decina di band diverse, spaziando dalla ballatona a là Memory Motel (Now It's Your Turn) al punk rock (Let's All Go To The Bar, con tanto di coretti che sembrano presi da Tv Party dei Black Flag) fino al semi country di Clowing Around. 

Il referente principale mi sembrano molto più gli Stones di Exile che non i Nirvana di In Utero, ma non è importante, perchè quest'album è così fottutamente Deer Tick che le influenze contano fino ad un certo punto. Se ci fosse giustizia a questo mondo, questi tizi farebbero i soldoni e i Muse sarebbero ascoltati da quattro sfigati... ma c'est la vie.
Voto: 8.4

domenica 23 ottobre 2011

Tom Waits - Bad As Me (ANTI-, 2011)

Tom Waits è ormai diventato prevedibile. "Prevedibile", però, è un termine che, anche se ad orecchio ha una connotazione di taglio niente affatto positivo, assume una connotazione diversa in relazione al contenuto di ciò che sia prevedibile. Quando vedi affiancato ad un programma televisivo la parola "reality", è "prevedibile" sia una cagata. Quando sali sul traghetto che congiunge Messina con Villa S. Giovanni e compri uno dei tanto decantati "arancini del traghetto", è "prevedibile" che ti serviranno qualcosa di simile a palle di riso fritto in un oglio centenario che assimigliavano a supplì fatti e cotti da un cuoco in preda a violente allucinazioni [cit. Maestro Camilleri, "Il Campo Del Vasaio"]. Quando leggi Tom Waits, Marc Ribot, nuovo album... beh, è prevedibile.

E' prevedibile che ti troverai di fronte ad un'ennesima serie di canzoni di altissimo livello, con un Tom Waits in grande spolvero e un Ribot (qui non da solo, ma ora ci arriviamo) prevedibilmente stellare. Waits si trova invecchiato, ad affrontare - in un misto dell'ormai consueto nonsense che lo accompagna dai tempi di Rain Dogs e del classico crooning più da Mule Variations che da Blue Valentines - il tema della morte e della caducità.

Ad accompagnare Waits in questo prevedibile viaggio, abbiamo numerosi ospiti d'onore, da David Hidalgo (Los Lobos), a Flea, a Les Claypool, allo strepitoso armonicista Charlie Musselwhite per arrivare infine al supremo Keith Richards, che offre i suoi servigi a Waits in ben quattro pezzi, il più bello dei quali è senz'altro la ballatona Last Leaf, nella quale si affianca alla voce del buon Tom in una commovente esibizione di due vecchi bastardi che non hanno alcuna intenzione di ritirarsi, fortunatamente per noi.

Tom ci offre il suo solito noir, passando dalla graffiante title track alla swingata Talking at the Same Time con estrema nonchalance, esibendo, come ha brillantemente scritto il critico di Uncut Andrew Mueller, "una rauca celebrazione del suo stesso mito".

Prevedibilmente, nessun pezzo riempitivo, nessuna traccia minore, 13 splendidi pezzi di tipico cabaret Waits. E se preferite che un artista sia imprevedibile, e pubblichi 90 minuti di sottospecie di metal con un tizio che urla poesie... beh, andate a farvi fottere. Io mi godo il mio "prevedibile" maestro.
Voto: 8.8

sabato 22 ottobre 2011

Varie 2011 - cotto e mangiato

Decoder - Decoder
Non so chi o cosa mi abbia portato ad ascoltare questa cagata, ma la pagherà cara. I trentasette minuti di merda dei Decoder (Rise records, 2011, voto 2.3) sono una sottospecie di ri-edizione dei Linkin Park con invece del grazioso fregnone che rappa, in tizio che fa del growl tipo death metal o non so che cazzo. Non ho trovato una sola recensione negativa in tutto il web, quindi sono sempre più portato a sperare nell'estinzione del genere umano. Ogni melodia dignitosa - ma sempre di quel nu-metal insipido che fa fare la cacca - viene improvvisamente rovinata da un tizio che fa WHAUHWUAHHHAHHAHHHHHH WHAUHUAHAUHAHAHUUUAAAH... trovatevi un lavoro.

Jenn Grant - Honeymoon
Punch
Gradevole è invece il terzo album della  canadese Jenn Grant, Honeymoon Punch (Six Shooter, 2011, voto 6.8) pop rock influenzato dal soul, allegro e solare ma che non ascolterò mai più in vita mia. Una versione canadese di Cristina Donà, ma, almeno in quest'album, senza malinconie. Bella voce, belli gli arrangiamenti, canzoni gradevoli e ben scritte... però not my cup of tea.



Baby Woodrose -
Mindblowing Seeds and
Disconnected Flowers

Lorenzo Woodrose invece festeggia i dieci anni della sua band, i Baby Woodrose ripescando i demo originali pre-esordio, risalenti al 1999: i 15 pezzi di Mindblowing Seeds and
Disconnected Flowers
(Bad Afro, 2011, voto 7.0) sono un passabile campionario di garage rock psichedelico di quelli che un tempo riempirono la imprescindibile raccolta "Nuggets"... suddetta raccolta, però, aveva il pregio di sfoggiare uno o al massimo due pezzi per ogni gruppo, mentre qui è sempre la solita solfa: gradevole, psichedelica, anche ben scritta se vogliamo... ma molto meglio i dischi di materiale nuovo di questa band... questo è only for fans, digiamolo.

A.A. Bondy - Believers
Chiudiamo infine con A.A. Bondy ed il suo terzo album, Believers (Fat Possum, 2011, voto 7.7): l'ex leader degli ottimi Verbena è al suo terzo disco e propone la solita miscela di atmosfere bluesate e notturne con qualche slancio brillante, di quelle che trovereste in coda ad una puntata di House M.D. (si sa, i telefilm ormai fanno da trend setter nel campo della musica) e, trovandole in una puntata direste "di chi diavolo era quella bella canzone atmosferica? devo assolutamente saperlo". Mi ricorda in alcuni passaggi il buon Ryan Adams nei suoi passaggi meno country ed è sinceramente un piacere ascoltarlo, seppur il suo essere sostanzialmente monocorde (anche se qualitativamente di valore) lo esclude dalla cerchia dei campioni.

Ry Cooder - Pull Up Some Dust and Sit Down (Nonesuch, 2011)

Ho sempre molto stimato Ry Cooder. L'ho sempre ritenuto uno dei chitarristi migliori della storia: brillante, eclettico, feroce, fottutamente blues, ma allo stesso tempo capace di essere a suo perfetto agio, anzi addirittura leader sicuro e fiero, in mezzo ai novantenni cubani orgogliosi del Buena Vista Social Club. Quindi, vedere le recensioni entusiaste, addirittura spesso estasiate per questo suo nuovo lavoro mi ha fatto correre a... ehr... comprarlo.

Ascoltandolo per la prima volta per le vie di Barcelona mi sono convinto che chi lo esaltava avesse la testa su per il culo. Ma che diavolo è sta roba? Tex mex? Imitazioni di John Lee Hooker? Marcette da guerra di secessione? Mah.

Allo stesso tempo, i feroci testi che affrontano la situazione dell'occidente del mondo, dall'odio contro i banchieri alla sfiducia contro le istituzioni, dalla guerra alla crisi, e il lavoro di chitarra sempre magistrale di Cooder mi hanno inconsciamente convinto a non abbandonarne l'ascolto; e ad ogni ascolto successivo il gradimento è salito, salito, salito... fino a che adesso - sono al decimo ascolto in due settimane - ne adoro ogni fottuto passaggio.

Tutto lo scibile della musica tipicamente nordamericana viene qui raccolto, sfruttato, citato, tirato a lucido per raccontare la merda che stiamo mangiando, affrontando nello specifico il punto di vista americano. Qui il country, il norteño, il blues, il southern rock, il folk, il boogie, l'AOR... tutti al loro massimo splendore, si fondono in un dannato spettacolo di altri tempi, un capolavoro che ad ogni ascolto sembra migliore. La devastante Baby Joined The Army, oscuro blues sulla guerra o la delicata ballata country No Hard Feelings, pesante accusa ai governanti, sono gemme sia di satira politica sia di musica, così come la brillante imitazione di John Lee Hooker (a tratti disarmante nella sua perfezione, ma sulle doti tecniche di Cooder non possono esistere dubbi) che lo vede seduto sul trono della Casa Bianca ad enunciare il suo programma politico fatto di groove, scotch e bourbon (John Lee Hooker For President).

Sono certo che quest'album non se lo cagherà di striscio nessuno, del resto qui nessuno ha il boyfriend che sembra una girlfriend e uacciu uacciu uacciu, nè un taglio di capelli alla moda. Ma, per quanto mi riguarda, è davvero uno dei più incredibili dischi dell'anno. Ry Cooder for president.
Voto: 9.0

giovedì 20 ottobre 2011

Lou Reed & Metallica - Lulu (Vertigo/Warner, 2011)

Jim Morrison a Parigi
Narra la legenda (e conferma il nastro) che nei suoi ultimi mesi di vita, James Douglas Morrison in arte Jim, strafottuto di vino, bourbon o non so che cazzo, incontrò durante il suo vagare per le strade parigine due barboni - americani, credo - che suonavano cover di CSN&Y, sbronzi anche loro come delle merde, seduti sul marciapiede. Il buon Morrison non era estraneo al fare amicizia con scoglionati di ogni tipo, e decise che quei due fortunati sbronzoni sarebbero stati i suoi compagni musicali in un'artistica jam session in un qualche studio parigino del quale lo stesso Morrison avrebbe volentieri pagato il conto. Ne scaturirono i 15 minuti che contribuirono a dare forma a quel bootleg chiamato "The Lost Paris Tapes", la cui prima parte era invece composta dalle poesie (senza accompagnamento alcuno) che Jim registrò a Los Angeles nel 1969 e che finirono (con accompagnamento sovrainciso) su An American Prayer, uno dei tanti album postumi dei Doors. Ebbene, da giovine, quando ebbi modo di mettere mano su una copia di questo bootleg ero a dir poco esaltato... finalmente ascoltavo Jomo & The Smoothies, ultima testimonianza del poeta Morrison!

Era una cagata.
Una MOSTRUOSA cagata.
Una "cagata pazzesca", se vogliamo fare i citazionisti.

Morrison a stento riusciva a parlare, e biascicava versioni improbabili e incoerenti delle sue poesie, i due - aperte virgolette - MUSICISTI - chiuse virgolette - non erano in condizioni nemmeno di suonare un citofono, e non erano probabilmente in grado di suonare una chitarra nemmeno da sobri. Ne uscì una delle cose più tristemente comiche che abbia mai sentito; ma aveva un merito: era involontariamente comica. Non ti sentivi preso per il culo.

Non so se lo stesso merito sia attribuibile a questa opera meravigliosa, perchè Lou Reed non sai mai se ti stia prendendo per il culo o se faccia sul serio, come quando pubblicò un'ora di rumore su due Lp e disse che era un capolavoro, e quindi ti ritrovi a giudicare una voce maschile che ha tutta l'aria di essere la voce di un vecchio pazzo di quelli che trovi nei giardini pubblici ad inveire contro non si sa bene cosa, con aggiunto un sottofondo (melodicamente e ritmicamente incoerente con la voce) di musica metal, talvolta strutturata ma per la maggior parte del tempo frutto di percosse sugli strumenti per produrre qualcosa di vaghissimamente somigliante ad un riff; e non dimentichiamo i poetici testi del calibro di:
"The spring and the will follow me around
While you sniff your shit in the wind
Sniff your shit in the wind
Money can do anything" 

tratti da un'opera del drammaturgo tedesco Frank Wedekind (che culo!) e dalla sua opera madre (Lulù, appunto). Sinceramente, se Lou in questo momento se la sta ridendo alle nostre spalle (e possibilmente alle spalle dei Metallica), è veramente un grande, un genio, un artista. Se, invece avesse la pretesa che questa sia arte, beh... deve avere dei pesci rossi che gli sguazzano nel cranio.
Voto: 1.3

mercoledì 19 ottobre 2011

Varie 2011 - (The Chillwave Involution)

Me ne stavo per i cazzi miei, forzato a casa dalla ormai perpetua influenza e da un calcolo renale delle dimensioni della Libia, a bere Jack Daniels da un bicchierino adorabile con scritto I ♥ ROMA, a leggere riviste e a cercare nuovi album, quando, tra la mia caterva monumentale di mp3 freschi freschi di scaricamento, ho trovato sto cazzo di Neon Indian che già nel 2009 avevo visto osannato in ogni dove. E vabbuò, il Jack è qua che mi fluttua in testa, la serata peggio di così non può andare... chessaràmmai, ho sentito ogni genere di merda... sentiamo sto Neon Indian... sti Neon Indian... nsomma, Indian è singolare, no?
Neon Indian - Era Extraña

'Mmazza che cagata... ma che è sta roba? La necessità di controllare su Wiki è impellente, quasi un'urgenza, soprattutto per vedere critiche, osanna e robe simili.

Chily... che?

Fu così che mi imbattei nell'ultimo abisso della mente umana rapportato alla terminologia musicale. Chillwave. Nsomma, un non meglio definito ammasso di ciarpame tecnologico assemblato per suonare come se provenisse dagli anni '80, ma senza quel kitsch che caratterizzava l'infimo livello delle registrazioni e, più ancora, dei video. Senza il kitsch, ma senza nemmeno gente che suona qualche roba...

I Panda Bear ci fanno frignare
Il termine nasce dall'orribile, orribile blog Hipster Runoff, una di quelle cose che i ragazzi fighi di oggi leggono in America (o almeno, così credo), che raccolse in un post una sequela di band secondo lui simili, e gli diede questo stupendo nome, categorizzazione della quale si sentiva un impellente bisogno e che, difatti, è stata immediatamente adottata da tutto il fottuto mondo di quelli che parlano di musica, su carta ed online, a proposito ed a sproposito. Il fatto che il su citato blog sia stato votato da Time Magazine come uno dei blog dell'anno 2010 non fa altro che alimentare la mia misantropia, ma questo lasciamolo al mio psichiatra.

Vi basti sapere che uno dei presunti protagonisti della "scena", il leader dei Neon Indian, Alan Palomo ebbe non molto tempo fa ad affermare che [mentre prima un movimento prendeva le mosse da una città, con gente che si scambiava idee e proponeva musica] “adesso è solo un blogger o qualche giornalista che trova tre o quattro band in giro per la nazione e mette assieme un paio di punti in comune tra loro e lo chiama genere musicale”. Come dare torto ad Alan? Tanto più che il Jack Daniels imperversa mentre ascolto il suo penoso gruppariello.

I 42 minuti della mia vita che non recupererò mai di Era Extraña (Static Tongues/Mom + Pop, 2011, Voto: 4.3) registrato ad Helsinki per nessunissima cazzo di ragione, mi hanno indotto a pensare di uccidermi piuttosto che riascoltare ancora quella porcheria. E poi, porco cazzo, sei un fottuto messicano che vive in Texas, fai musica che registri probabilmente dietro a un fottuto laptop inserendo rumorini 8-bit che sembrano presi da Super Mario Bros in canzoncine di musica elettronica che quindi puoi registrare anche seduto sulla tazza del cesso di casa tua, MA CHE DIAVOLO VAI A REGISTRARE AD HELSINKI? Bah.

Twin Sister - In Heaven
Perlomeno in questa cagata qualche melodia la trovi, cosa che non si può dire del nuovo esaltante capolavoro dei Panda Bear, i 49 minuti della mia vita che non recupererò mai che rispondono al nome di Tomboy (Paw Tracks, 2011, Voto: 3.2) un'orgia sperimentale che fa sembrare le porcherie recenti dei Sonic Youth canzoncine di Madonna e che, molto probabilmente, non rientra nemmeno nei labili canoni di sta puttanata che hanno chiamato chillwave. La cosa divertente è che in questo scoglionamento impossibile di chitarre superprocessate, sintetizzatori e coretti, hai come contraltare le dichiarazioni  di questo tizio che ti dice che è stato ispirato dai Nirvana e dai White Stripes a fare un album carico di chitarre... ma mi sta pigghiannu po culu, vah? E' musica sperimentale, senz'altro. Ma se rutto per venti minuti in un lettore mp3 al ritmo di La Isla Bonita tamburellando con le dita su un sintetizzatore con una base di drum machine, starò pure sperimentando (e, per inciso, qualcosa di più interessante di questa roba qua) ma non per questo sto creando arte.

Com Truise - Galactic Melt
Memory Tapes - Player Piano
Un pochito meglio va con i Twin Sister ed i 35 minuti della mia vita che non recupererò mai di In Heaven (Domino, 2011, Voto: 5.9), indie pop gradevole seppur scipido, che mostra qualcosa di interessante in due pezzi, una Spain che sembra uscita dritta dritta da un film James Bond e una Gene Ciampi che sembra un misto tra una colonna sonora di un film italiano anni 70 (quelli così dannatamente alla moda di questi tempi, perchè, guarda caso, ci lavorava gente coi coglioni) e i Pizzicato Five e la loro frivola cazzoneria giappo. Non aspettatevi chissà che capolavori, ma già siamo sul lato dell'ascoltabile e non su quello della fogna di Calcutta della musica, come invece accade nuovamente con il mirabolante, extraordinaire, fantastique Com Truise che ci ha regalato i 43 minuti della mia vita che non recupererò mai di Galactic Melt (Ghostly International, 2011, Voto: 2.7), un tizio dietro al computer che programma roba che io dovrei ascoltare... e di fatto, puttana puttana, puttana la maestra, l'ho ascoltata questa roba... che vogliamo dire? Sono beat con sopra delle tastiere insulse che suonano anni 80. Chill fottuta wave, che iddio se li inculi tutti. Che diavolo c'è da ascoltare? Cosa c'è di interessante? Un beneamatissimo cazzo. E il signor Palomo ha poco da lamentarsi, chè grazie a sta cagata della chillwave esiste un motivo (non particolarmente valido) per parlare di sti tizi. E nel voto considerate che sono stato molto ma molto generoso per la presa per il culo a Tom Cruise (Com Truise, Tom Cruise, su, che non era difficile), perchè questa musica è l'equivalente digitalizzato della merda di topo.
Washed Out - Within and Without


Così capita che quando senti un po' di indie pop, che di solito eviteresti come la peste, come una diarrea di cane sul marciapiede, sei quasi quasi felice. E infatti accade proprio così quando mi imbatto nei 39 minuti della mia vita che non recupererò mai dei Memory Tapes con il loro Player Piano (Carpark, 2011, Voto: 6.4), una gradevole collezione di pop ormai classico dello scorso decennio, con le tastierine, un tizio intonato ma che non sa cantare, i rumorini, il beat in 4/4... insomma, un sollievo dopo tutti quei minuti di merda consecutivi. E c'è anche una canzone che vale qualcosa, Today Is Our Life, arricchita persino da, udite udite, uno stramaledettissimo assolo di chitarraaaaaa!! Yeeeeehh! Dammi il cinqueeeee! Alèèèè!! Ehr... ok, non è Frank Zappa, e probabilmente non lo riascolterò mai più volontariamente in vita mia... ma almeno non sono una sequela di fottuti bleeep bleeep bzzzz trrr bleeep bzzzz, ya know what I mean?

Il signor Washed Out (al secolo Ernest Greene) con il suo debutto di 40 minuti della mia vita che non recupererò mai Within and Without (Sub Pop, 2011, Voto: 5.7) non è offensivo come alcuni dei suoi compari, ma è facile non esserlo quando fai musica da ascensore, quando quasi quasi non si percepisce nemmeno il beat. E se anche la Sub Pop, la mia adorata Sub Pop, mi dà cantonate del genere... dove diavolo finiremo, eh? EH? Ok, questa chillwave di merda mi rende nervoso.

A risollevarmi un minimo il morale arriva ben presto Toro Y Moi con i 39 minuti della mia vita che non recupererò mai di Underneath The Pine (Carpark, 2011, Voto: 6.6), successore del chillwavissimo Causers of This dell'anno scorso, dove abbiamo l'onore di ascoltare strumenti musicali e non un cazzone dietro ad un fottuto Mac. Sarò un cagacazzo, sarò troppo affezionato alle dodici battute e alle Stratocaster, ma che Zeus mi fulmini se non sono contento. A quanto pare il computerino non era abbastanza per questo ragazzo, quindi il buon Chazwick Bundick - vero nome di Toro Y Moi - è andato in tour con una band vera, cosa che ha molto influenzato il nuovo album, sinceramente un discreto album di musica non particolarmente originale con interessanti elementi di soul e addirittura qualche influenza del Quincy Jones di Thriller (in particolar modo in Still Sound e New Beat) e addirittura un bel pezzo acustico (Before I'm Done - potete sentire un intero set acustico... ACUSTICO, avete letto bene, su Rolling Stone Magazine Online). Le atmosfere settantine somigliano un po' agli apprezzatissimi Air senza però averne la qualità, anche se, nonostante non brilli per eclettismo, qualcosa di buono si cava da questo tizio.

E come il web ha indebitamente osannato questi tizi, così come ha trasformato dei nerd nelle nuove rockstar, allo stesso modo la blogosfera sta incominciando a cantare il requiem della chillwave, perchè fa tanto figo stare con chi non è figo... e questi li hanno trasformati in fighi e alla moda, quindi adesso dobbiamo tutti odiarli perchè c'è bisogno di gente non figa che a sua volta diverrà figa e dovremo odiarla e via discorrendo. Come dimostra questo blog che leggo probabilmente solo io, il web ha degli enormi lati negativi, e conviene farsene una ragione, e sopportare che su metacritic queste cagate di cui vi ho appena parlato abbiano voti più alti magari di dischi di qualità... that's life... that's what all the people say...

E così, dopo 4 ore e 49 minuti circa della mia vita che non recupererò mai, senza considerare i secondi ascolti, la documentazione ed il tempo di scrivere, rileggere e correggere questa cagata, adesso finalmente so che dove leggo chillwave posso serenamente bypassare senza perdermi un cazzo di niente.
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