domenica 9 ottobre 2011

Fleet Foxes - Helplessness Blues (Sub Pop, 2011)

Ellamadonna, ma questi allora sono bravi sul serio!

Nell'era dell'hype, è sempre bene diffidare dagli "artisti" osannati a destra e a manca, dato che di solito è semplicemente merito di qualche discografico che ha distribuito mazzette a cani e porci virtuali piuttosto che delle virtù compositive della band. 

E invece, coo coo ca-choo, Mr. Pecknold, Jesus loves you more than you will know, wo wo wo... un album incredibile, degno successore di quel fulminante esordio che nel 2008 raccolse i favori di critica, pubblico e anche i miei, che non è una cosa particolarmente semplice per gruppi nati dopo il 1995. Quel dannato Pecknold sembra preso dal letto e paracadutato dal 1971 ad oggi, con tutti i suoi fottuti deliri folk da crosbistillsnasheyoung, con le sue armonie impossibili da Brian Wilson, con il suo brillante simonandgarfunkelismo.

Where have you gone, Joe Di Maggio, verrebbe da chiedersi mentre si ascolta questo gioiello di perfezione, confezionato in 3 anni con l'aiuto di Phil Ek, già produttore dell'esordio, e costato una quantità di stress al leader della band da fargli persino interrompere la relazione con la sua tipa (che a quanto pare è tornata, dice wikipedia, incrociamo le dita! che belle notizie del cazzo che da wikipedia a volte), ma ascoltando il risultato si può ben dire che ne sia valsa la pena.
Con arrangiamenti più complicati dell'esordio e lo stesso gusto per armonie e melodie devastanti, Pecknold riesce a fare proprie le influenze di cui tutti ciarlano - egli stesso cita Astral Weeks di Van Morrison e Stormcock di Roy Ayers come principali punti di ispirazione - esternandole in un delirio sonoro assolutamente personale e riconoscibile, cosa che non accade quasi mai per nessuno dei tanti osannati venditori di merda indie acustica che affollano le pagine delle riviste online e i festival di non so che cazzo.
What's that you say, Mr Pecknold, pezzi come Sim Sala Bim, la cui coda sembra direttamente presa dal cassetto di Jimmy Page circa Led Zeppelin III, o come Bedouin Dress, nel quale scintilla un assolo di violino a riempire lo swing quasi dylaniano della chitarra, riescono nella ormai drammatica impresa di risultare roba NUOVA, maledizione, roba che, per quanto sembri cavata fuori dagli anni '70 del folk psichedelico non suona alle orecchie come merda già sentita o, peggio ancora, merda irrilevante. Ha l'assoluta qualità di risultare qualcosa di personale, qualcosa di nuovo e qualcosa di valore; e mentre un tempo era quasi risibile sorprendersi per qualità del genere, era quasi risibile immaginare che un album considerato di qualità non ti venisse voglia di ascoltarlo ripetutamente, ancora e poi ancora... adesso sembra quasi che la musica sia finita, che sia legittimo produrre cacatine da ascoltare sul momento giusto per impegnare il tempo, e, del resto, il processo di creazione e registrazione delle suddette cacatine è quasi ridicolo nella sua apatia. Album che non attendono altro che di essere sostituiti dal successivo. 

Beh, col cazzo. Pecknold ha dato l'anima per quest'album e, se non avete le orecchie foderate di merda di topo, avrete voglia di ascoltare quest'album ancora, ed ancora, perchè è brillante, è piacevole, è geniale.

God bless you please, Mr Pecknold, heaven holds a place for those who pray, hey hey hey.
Voto: 8.9

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