domenica 23 ottobre 2011

Tom Waits - Bad As Me (ANTI-, 2011)

Tom Waits è ormai diventato prevedibile. "Prevedibile", però, è un termine che, anche se ad orecchio ha una connotazione di taglio niente affatto positivo, assume una connotazione diversa in relazione al contenuto di ciò che sia prevedibile. Quando vedi affiancato ad un programma televisivo la parola "reality", è "prevedibile" sia una cagata. Quando sali sul traghetto che congiunge Messina con Villa S. Giovanni e compri uno dei tanto decantati "arancini del traghetto", è "prevedibile" che ti serviranno qualcosa di simile a palle di riso fritto in un oglio centenario che assimigliavano a supplì fatti e cotti da un cuoco in preda a violente allucinazioni [cit. Maestro Camilleri, "Il Campo Del Vasaio"]. Quando leggi Tom Waits, Marc Ribot, nuovo album... beh, è prevedibile.

E' prevedibile che ti troverai di fronte ad un'ennesima serie di canzoni di altissimo livello, con un Tom Waits in grande spolvero e un Ribot (qui non da solo, ma ora ci arriviamo) prevedibilmente stellare. Waits si trova invecchiato, ad affrontare - in un misto dell'ormai consueto nonsense che lo accompagna dai tempi di Rain Dogs e del classico crooning più da Mule Variations che da Blue Valentines - il tema della morte e della caducità.

Ad accompagnare Waits in questo prevedibile viaggio, abbiamo numerosi ospiti d'onore, da David Hidalgo (Los Lobos), a Flea, a Les Claypool, allo strepitoso armonicista Charlie Musselwhite per arrivare infine al supremo Keith Richards, che offre i suoi servigi a Waits in ben quattro pezzi, il più bello dei quali è senz'altro la ballatona Last Leaf, nella quale si affianca alla voce del buon Tom in una commovente esibizione di due vecchi bastardi che non hanno alcuna intenzione di ritirarsi, fortunatamente per noi.

Tom ci offre il suo solito noir, passando dalla graffiante title track alla swingata Talking at the Same Time con estrema nonchalance, esibendo, come ha brillantemente scritto il critico di Uncut Andrew Mueller, "una rauca celebrazione del suo stesso mito".

Prevedibilmente, nessun pezzo riempitivo, nessuna traccia minore, 13 splendidi pezzi di tipico cabaret Waits. E se preferite che un artista sia imprevedibile, e pubblichi 90 minuti di sottospecie di metal con un tizio che urla poesie... beh, andate a farvi fottere. Io mi godo il mio "prevedibile" maestro.
Voto: 8.8

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